31 LUGLIO 1954, IL GIORNO IN CUI IL K2 DIVENNE LA “MONTAGNA DEGLI ITALIANI”

31 LUGLIO 1954, IL GIORNO IN CUI IL K2 DIVENNE LA “MONTAGNA DEGLI ITALIANI”

31 LUGLIO 1954, IL GIORNO IN CUI IL K2 DIVENNE LA “MONTAGNA DEGLI ITALIANI”

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Se la chiamano la “montagna degli italiani” un motivo dovrà pur esserci. Eppure resta difficile capire come il K2, un’asperità lontana migliaia di chilometri dall’Italia abbia ricevuto un simile nome, che quasi ne lascia presupporre la presenza nei dintorni di tanti connazionali.

In verità quell’appellativo è figlio di un’impresa di portata storica, quella che il 31 luglio 1954 vide due italiani salire per primi in vetta alla seconda montagna più alta della terra. Una giornata epica per il mondo dell’alpinismo, peraltro resa tale anche da una narrazione che per oltre 50 anni è andata avanti a suon di rivendicazioni, indiscrezioni, rivelazioni e quant’altro, tanto da farla diventare un vero e proprio caso che per decenni ha appassionato (o fatto detestare) migliaia di addetti ai lavori.

Fu quella senza dubbio una delle pagine più belle della storia italiana del dopoguerra: una vittoria “morale” su un destino che per anni aveva privato l’Italia delle sue eccellenze, tale da consegnarla alla ribalta come la nazione predominante nel mondo dell’alpinismo, e non solo. Un’impresa salutata con enfasi anche dagli apparati governativi, prima che le polemiche legate alle concitate ore finali dell’ascesa finissero per prendersi la scena.

LA CELEBRE ASCESA DI COMPAGNONI E LACEDELLI

Fino a quel 31 luglio 1954 nessun essere vivente al mondo aveva mai messo piede sulla vetta del K2. Nel primo pomeriggio, però, Achille Compagnoni e Lino Lacedelli furono i primi ad arrivare in cima, installando la bandiera italiana e quella pakistana nel terreno innevato.

I soli che poterono assistere a quella scena dal vivo furono alcuni compagni di scalata, rimasti fermi al campo 7 circa un migliaio di metri di più basso. Li videro salire di buon mattino, quando ancora i due alpinisti che ebbero il compito di portare al campo 9 le bombole d’ossigeno per consentire ai colleghi di completare la scalata non erano ancora scesi dal campo 8: Walter Bonatti e Amir Mahdi avrebbero potuto a loro volta raggiungere la vetta, ma la scelta di prestarsi come “facchini” ad alta quota contribuì negli anni ad alimentare la narrativa letteraria e storiografica legata a quelle ultime fasi della spedizione, avvolte tra realtà e mistero.

Qualcuno parlò apertamente di “gelosie” da parte di Compagnoni e Lacedelli, che mal volentieri avrebbero voluto condividere la gloria dell’ultima ascesa con Bonatti. In realtà tutta la spedizione fu segnata sin dall’inizio dalla difficile coesistenza di tanti alpinisti dalla forte personalità, peraltro guidati da Ardito Desio che, pur essendo capo spedizione, ai loro occhi non veniva riconosciuto del tutto come tale (non era un alpinista, piuttosto un geologo ed esploratore). Tutti però contribuirono in modo determinante ad arrivare alla vetta.

 

LE ULTIME 48 ORE, TRA MITO E REALTÀ

Come spesso la montagna racconta, drammatiche furono le ultime ore che precedettero l’ascesa finale. Compagnoni e Lacedelli avevano montato il campo 9 nella giornata del 30 luglio e stavano di fatto soltanto aspettando che venissero portate loro le bombole per procedere fino in cima.

Bonatti (che nei giorni precedenti aveva avuto problemi di stomaco), Abram e Mahdi in quel momento erano i tre alpinisti più in forma tra quelli presenti al campo 8: decisero di farsi carico delle bombole, ma poiché il campo 9 risultò montato in un luogo più alto e diverso rispetto a quanto stabilito, finirono per restare intrappolati a metà strada, senza possibilità di raggiungere la meta e soprattutto impossibilitati a scendere, poiché nel frattempo era sopraggiunta l’oscurità (solo Abram aveva già provveduto a tornare al campo 8).

Bonatti e Mahdi passarono la notte all’agghiaccio: la temperatura a -50 gradi provocò uno stato confusionale e problemi agli arti all’alpinista hunza, che decise ciò nonostante di cominciare la discesa prima ancora dell’alba. Bonatti invece attese le prime ore del mattino, potendo dunque godere di una migliore illuminazione, mentre nel frattempo Compagnoni e Lacedelli scesero fino al punto dove trovarono le bombole per poi dirigersi diretti verso la vetta, raggiunta nelle prime ore pomeridiane.

 

DOPO 40 ANNI BONATTI EBBE IL SUO GIUSTO RICONOSCIMENTO

L’enfasi che la stampa italiana dedicò all’evento del K2 fu in parte oscurata dalle polemiche che sin dai giorni successivi all’impresa finirono per gettare un’ombra sulla spedizione. Ci furono rivendicazioni da più parti per assoggettarsi la paternità dell’impresa: Compagnoni e Lacedelli vennero celebrati come eroi, Bonatti arrivò ad accusarli di aver volutamente piazzato il campo 9 più in alto perché temevano che se fosse arrivato a quel punto avrebbe poi voluto tentare la scalata finale senza bombole, di fatto oscurando la loro impresa.

Nell’autobiografia “Le mie montagne”, uscita nel 1961, Bonatti rinfocolerà le sue tesi, dopo che venne accusato di aver tramato per sabotare l’ascesa finale. Nel 1994 il CAI pubblicherà i dati di un’indagine che di fatto arriverà a scagionare Bonatti, elogiandone il carattere propositivo collaborativo e chiudendo una lunga pagina di diatribe e veleni.

Di quella impresa mitica impresa del K2 restano impressi allora i nomi dei protagonisti: Achille Compagnoni, Lino Lacedelli, Walter Bonatti, Ugo Angelino, Erich Abram, Mario Fantin, Cirillo Floreanini, Pino Gallotti, Guido Pagani, Mario Puchoz (morto al campo 2 per edema polmonare nel mese di giugno del 1954), Ubaldo Rey, Gino Soldà e Sergio Viotto. Tra gli scienziati, oltre ad Ardito Desio, Paolo Graziosi, Antonio Marussi, Bruno Zanettin e Francesco Lombardi. E da allora, per sempre, il K2 divenne la “montagna degli italiani”.

 

(Credits: Getty Images)

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