31 AGOSTO 2002, LA FINE DI UN’ERA

31 AGOSTO 2002, LA FINE DI UN’ERA

31 AGOSTO 2002, LA FINE DI UN’ERA

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Vent’anni fa, come oggi, l’estate italiana, era all’insegna dell’austerity. Con venti di crisi che soffiavano forte, complici tensioni sociali mai sopite e rincari che non lasciavano presagire nulla di buono. Il crack Lehman Brothers era ancora tardi a venire, ma qualcosa nell’aria già si avvertiva in altri settori.

L’alimentare, ad esempio, viveva un periodo un po’ complicato: di lì a poco sarebbe scoppiata la bolla finanziaria di Parmalat, e in una certa misura anche la vecchia Centrale del Latte sarebbe finita sul lastrico. Destini incrociati che trovavano sponda anche in ambito calcistico, perché i patron delle due aziende stavano per mollare il colpo con i rispettivi club, portandoli sull’orlo del fallimento. Così Parma e Lazio divennero prede facili per società pronte ad avvinghiarsi sui giocatori più ambiti, e qualcosa in quel 31 agosto 2002 prese forma in un lasso di tempo talmente stretto che a raccontarla oggi quella storia appare più simile a fantascienza, che non a verità.

 

LA LAZIO DOVEVA VENDERE: NESSUNO ERA INTOCCABILE

Il Parma, così come anche la Fiorentina, era sull’orlo del precipizio da un pezzo. Entrambe avevano già provveduto a vendere (in parte svendere) i propri gioielli nelle precedenti due sessioni di mercato: Crespo aveva salutato l’Emilia nei medesimi giorni in cui Batistuta lasciava Firenze con le lacrime agli occhi, come fece un anno dopo Rui Costa. Talenti sacrificati sull’altare di un bilancio da sistemare, senza i quali la fine sarebbe stata inevitabile.

La Lazio quel turbinio di sensazioni miste tra rabbia, rancore e impotenza cominciò a comprenderla appieno proprio in quei giorni di fine agosto. Perché la proprietà Cragnotti sapeva che aveva bisogno di immettere liquidità nelle casse per salvare la baracca ed evitare l’onta del fallimento. Fino a 24 ore dalla fine del mercato estivo, però, ai tifosi venne raccontata un’altra verità: le finanze biancocelesti erano disastrate, ma non al punto da costringere il club a cedere i suo pezzi pregiati.

E non passò inosservata una battuta del patron laziale legata proprio all’eventualità che il capitano Alessandro Nesta potesse salutare Formello: prendendo spunto dalla debacle della nazionale nel mondiale nippocoreano (dove Nesta s’infortunò alla seconda partita), Cragnotti affermò che proprio in virtù di quella sventurata eliminazione il prezzo del cartellino del giocatore valeva almeno 60 milioni di euro, perché senza di lui l’Italia del Trap calò a picco contro i modesti coreani (ci sarebbe anche Moreno, ma per quella prosopopea la sua presenza era ritenuta fuorviante). L’Inter tentò per prima di affondare il colpo, ma senza mai cercare davvero un’intesa. Tanto che fino al 28 agosto Nesta poteva tranquillamente pensare a restare al suo posto.

 

IL PESO DELLA TELEFONATA DI GALLIANI A BERLUSCONI

La sera del 28,  però, il Milan passò a fatica il turno preliminare di Champions contro i modesti slovacchi dello Slovan Liberec, al punto da suggerire alla dirigenza rossonera di tentare di far qualcosa per far quadrare i conti in difesa. Dove l’età media era piuttosto alta e dove le garanzie sembravano essersi ridotte a poche certezze: Maldini a 34 anni era ancora al top, ma gli altri non garantivano tanta affidabilità (i vari Roque Junior, Simic e Laursen), così come Costacurta andava per i 36 e doveva essere dosato a ogni singolo allenamento.

Serviva un rinforzo, possibilmente di valore, e a Galliani venne in mente di telefonare e convincere Silvio Berlusconi a tentare di strappare Nesta alla Lazio. La possibilità di abbattere il costo, complice la sete di denaro che attanagliava i capitolini, era la chiave di volta: uno sforzo andava fatto, ma in fondo prendere Nesta a 30 milioni sarebbe stata un’occasione vantaggiosa come poche.

La trattativa decollò ufficialmente nel pomeriggio del 29 agosto, con il giocatore che rimase turbato nel sentir dire ai propri dirigenti (peraltro anche suo “colleghi” nel consiglio d’amministrazione della società: la Lazio aveva nominato Nesta come “garante” per la squadra, vista la sua lazialità riconosciuta nel mondo) che a quella cifra sarebbe potuto partire, seppur a malincuore.

Cominciarono 48 ore tremende per il capitano: la Lazio lo stava “scaricando” per salvare il bilancio e lui si sentiva una sorta di agnello sacrificale. Il 30 la voce si sparse nella Capitale e i tifosi cominciarono a temere l’addio, chiedendogli a gran voce di restare. Nesta sapeva che ormai il suo destino era scritto: rispondeva che bisognava attendere e vedere cosa sarebbe successo, ribadendo di non volersene andare. Mentiva, ma era l’unico modo che aveva per superare il trauma.

 

QUANDO NESTA ARRIVÒ AL MILAN

La mattina del 31, quando ormai il gong della sessione estiva era vicino, la trattativa venne resa pubblica senza fronzoli: l’annuncio ufficiale del Milan sarebbe arrivato nel primo pomeriggio, con Galliani raggiante nel sapere di aver portato alla corte milanista un top player in grado di elevare e non poco la qualità del reparto arretrato.

Nesta non poté nemmeno salutare i suoi tifosi, quasi costretto a scappare verso Milano di soppiatto: non aveva l’aria felice di chi andava in un grande club, pronto peraltro a scrivere pagine di storia negli anni a venire (tre finali di Champions nelle successive 5 stagioni, di cui due vinte, e svariati altri trofeo nazionali e internazionali), piuttosto faticava a celare le lacrime e il dolore per un addio consumato in troppe poche ore.

Lui sapeva di essere una bandiera per il popolo laziale, ma in quel momento sapeva anche di non aver avuto alcuna possibilità per cambiare il corso delle cose. A Milano il popolo rossonero visse la sua giornata di gloria, consapevole che da quel momento in poi le cose davvero sarebbero potute cambiare. E quello sforzo di Berlusconi, tra i tanti fatti nei 31 anni di presidenza rossonera, fu probabilmente uno dei più riusciti e azzeccati.

 

LA RISPOSTA INTERISTA: ADDIO RONALDO, BENVENUTO CRESPO

La Milano rossonera aveva anche un altro motivo per sprizzare di gioia e felicità: nelle stesse ore in cui Nesta diventa un giocatore del Milan, un suo compagno alla Lazio fece lo stesso tragitto. Ma Hernan Crespo venne preso dall’Inter, che in quelle ore si trovò di fronte a una scelta dolora e nemmeno semplice da completare: dopo una lunga ed estenuante trattativa, Ronaldo il fenomeno (CR7 ancora era allo Sporting, pressoché sconosciuto) vedeva esaudito il desiderio di andare a giocare al Real Madrid, lontano da quel Cuper col quale l’idillio non era mai scoccato.

Ronaldo se ne andò da Milano di notte, prendendo un volo per Madrid senza nemmeno degnare di un saluto quei tifosi che 5 anni prima l’avevano accolto con tutti gli onori del caso. L’Inter incassò 35 milioni più altri 10 da ricevere entro 4 mesi sottoforma di contropartita tecnica o denaro cash, ma ne reinvestì 22 più il cartellino di Bernardo Corradi (di ritorno da un’annata da protagonista assoluta al Chievo) per strappare Crespo alla Lazio. Che venne letteralmente depredata di due autentiche colonne, anche se la stagione 2002-03 sarà ricordata come una delle migliori del nuovo millennio, chiusa al quarto posto dopo essere balzata addirittura in vetta a un terzo del cammino.

 

LA FINE DI UN CICLO IRRIPETIBILE E L’INNOCENZA PERDUTA

Ancora oggi, trascorsi vent’anni, quel 31 agosto il popolo laziale lo ricorda alla stregua di un incubo: fu quella la fine di un’epoca che aveva portato il popolo biancoceleste a competere per davvero con le grandi del calcio italiano ed europeo, in un ciclo irripetibile fatto di successi (uno scudetto, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa Europea, due Coppe Italia e due Supercoppe Italiane) e grandi campioni capaci di scrivere pagine di storia calcistica, e non solo. Quel giorno i tifosi laziali persero la propria innocenza: Milano sarebbe tornata a dominare dopo anni di anticamera, e molti dei successi delle milanesi presero forma proprio in quelle frenetiche ore di fine agosto.

 

(Credits: Getty Images)

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