IL BIS DI ORLANDO PIZZOLATO ALLA MARATONA DI NEW YORK: LA TATTICA PERFETTA

IL BIS DI ORLANDO PIZZOLATO ALLA MARATONA DI NEW YORK: LA TATTICA PERFETTA

IL BIS DI ORLANDO PIZZOLATO ALLA MARATONA DI NEW YORK: LA TATTICA PERFETTA

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Prima regola non scritta dello sport: vincere è difficile, ma confermarsi lo è ancora di più. Per questo, chi taglia il traguardo da primo per la seconda volta consecutiva – metti, magari, alla Maratona di New York – sa di avere un che di speciale da offrire al mondo. Perché tutti lo temono, tutti lo conoscono, tutti sanno di che cosa è stato capace. Farlo gareggiando con un esercito di migliaia e migliaia di avversari, però, vale ancora di più. Ciò che Orlando Pizzolato scoprì sotto le suole delle scarpe in una domenica assolata di fine ottobre, quando New York cominciava a guardare con aria malinconica all’autunno che era già entrato prepotentemente, ma il tricolore sventolava fiero nei cieli della Grande Mela. Con Dio solo sa quanti italiani a bordo strada a incitarlo, anzi a ringraziarlo per averli resi fieri di trovarsi in un paese dove il Made in Italy è sempre stato visto come un vanto, meglio ancora come un’icona da inseguire. Il feeling tra la maratona per eccellenza e l’atleta di Thiene era il culmine di un periodo d’oro per il mezzofondo italiano, dove oltre alle vittorie di Pizzolato si sarebbero raccontate di lì a poco di altre imprese storiche, su tutte quella di Gelindo Bordin alle Olimpiadi di Seoul 1988. Ma quel 27 ottobre 1985 tutto il mondo era in adorazione ai piedi di Orlando.

LA TATTICA PERFETTA

Che l’anno prima aveva già fatto bingo a New York, anche se le vittorie in sequenza non erano una novità: Bill Rodgers se ne era assicurate quattro in fila alla fine degli anni ’70, Alberto Salazar tre tutte d’un fiato appena dopo. Monopolio a stelle e strisce nelle prime 13 edizioni della corsa, interrotto nel 1983 dal neozelandese Dixon. Ma quando il 29 ottobre 1984 Pizzolato prese la testa a una manciata di chilometri dall’arrivo, ecco che agli occhi degli appassionati si materializzò un trionfo difficilmente pronosticabile. Tanto da rendere di difficile lettura anche la gara del 1985, dove l’italiano poteva sfoggiare il numero uno sul dorsale, dopo che l’anno prima gli era stato affibbiato il 100. Numeri mai banali, così come gli avversari allo start: Amhed Salah di Gibuti era il grande favorito, forte anche di un primato personale di ben 3’ inferiore a quello fatto registrare dal primo atleta europeo che era stato capace di conquistare la Grande Mela. E prese il comando delle operazioni sin dai primi chilometri, decidendo di fare corsa a sé senza curarsi troppo dei rivali. Pizzolato, abituato ad altre andature, non rispose agli attacchi fino a metà gara, limitandosi ad andare via del suo passo. Sapeva che a New York gli errori rischiano di essere pagati a carissimo prezzo: l’anno prima aveva trionfato in una giornata di caldo umido tremenda, e sapeva che quelle condizioni si sarebbero potute ripresentare in vista della linea del traguardo. Cominciò però a risalire posizioni, fino ad agganciare Salah che nel frattempo, dopo il 30esimo chilometro, si era mostrato molto più ingolfato di quanto non fosse prima. Bastò uno sguardo a Pizzolato per capire quanto il rivale fosse al gancio: un allungo deciso sulla piccola salitella di Manhattan fu sufficiente per levarselo dalle scatole. Tattica perfetta, vittoria in vista.

PIÙ VELOCE DI TUTTO, ANCHE DELLE TV

Orlando stavolta non sentiva tremare le gambe come l’anno prima. Correva con gli occhi sgranati, assaporava ogni centimetro e si ritemprava con quel poco di brezza che arrivava dall’Hudson. Ma a 1000 metri dall’arrivo sentì di colpo un rumore alle sue spalle: credendo fosse Salah, rilanciò nuovamente l’andatura, sentendo lentamente scemare quel fruscio che avvertiva arrivare da dietro. In realtà il buon Amhed era ben distante dall’italiano, talmente concentrato da non accorgersi che alle sue spalle nell’ultimo chilometro si era posizionato Rod Dixon, il vincitore della maratona del 1983. Il quale, lavorando per un network televisivo, aveva avuto la brillante idea di proporsi per rincorrere e registrare dal vivo con una telecamera posizionata sul casco le immagini dell’ultimo tratto di strada dell’ormai imminente vincitore di giornata. Dixon, benché allenato, non seppe resistere all’allungo di Pizzolato e fu costretto a riprendere la scena decisamente da più lontano. Ci pensarono le telecamere fisse frontali a immortale il maratoneta italiano, esultante all’arrivo con le braccia elevate al cielo, ebbro di gioia per un bis che forse non aveva messo in preventivo neppure lui. Più forte dei rivali, più forte anche delle tv: New York era diventata il nuovo giardino di casa di un giovane ragazzo partito da Thiene, hinterland vicentino, ma capace di toccare vette sin lì inesplorate dall’atletica italiana. Che l’anno dopo trionfò ancora con Gianni Poli (e Pizzolato terzo), completando un tris indimenticabile di cui non si smette ancora di raccontare.

(Credits: Getty Image)

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