Azzurro chiaroscuro: bilancio sul Sei Nazioni 2018

Azzurro chiaroscuro: bilancio sul Sei Nazioni 2018

Azzurro chiaroscuro: bilancio sul Sei Nazioni 2018

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L’ultima aggiunta alla collezione di cucchiai in legno (13, su 19 edizioni disputate) con l’aggravante dell’ottavo Whitewash (la chiusura del torneo perdendo tutti gli incontri), non deve trarre in inganno: il Sei Nazioni 2018 appena terminato e dominato dall’Irlanda dello Slam non può essere considerato un totale fallimento per Italrugby, e proveremo a illustrare i motivi che ci impediscono d’assecondare le non isolate voci che gridano alla catastrofe, paventando il “solito” repulisti rigeneratore.

Al di là del risultato
Può suonare paradossale, per uno sport “giusto” come il rugby in cui vince (quasi) sempre chi fornisce la prestazione migliore, sostenere che una sequenza di cinque rovesci possa non considerarsi del tutto negativa, ma, per quanto visto nel gioco espresso dai ragazzi di Conor O’Shea, buttare alle ortiche le performance azzurre costituirebbe un grave errore.
Che il Six Nations 2018 sarebbe stato un torneo rognoso per l’ovale italico, lo avevamo scritto, a partire dal calendario: non avrebbe aiutato, e così è stato, la partenza contro le due favorite del torneo, due match obiettivamente proibitivi, seppur per motivi differenti. A Roma, l’ Inghilterra ha faticato, nonostante il 15-46 finale; andare a Dublino dopo appena sei giorni non poteva certo essere d’aiuto e il 56-19 dell’Aviva Stadium lo dimostra.
Delle tre trasferte consecutive, soltanto la notturna marsigliese avrebbe potuto alimentare speranze, ma più dell’onor (dei nostri) potè il digiuno (dei cugini), con i Bleus abili nel reagire di forza e carattere a uno dei peggiori momenti mai vissuti dal rugby transalpino: altra sconfitta, un 34-17 non privo di rimpianti. A Cardiff, contro il Galles, le scoppole, nel senso di mete subite, son state cinque, vanificando la reazione allo svantaggio d’avvio.

Arriviamo così all’ultimo capitolo, a Roma contro la Scozia, tradizionalmente, nostra avversaria più abbordabile; il movimento dei “cardi”, nelle ultime stagioni, è però cresciuto molto (anche rispetto al nostro); non a caso, a inizio torneo e non senza una certa presunzione, il c.t. Townsend aveva ipotizzato di correre per la vittoria finale: pia illusione, benché il terzo posto finale sia comunque un dato di fatto per il XV Dark Blue. All’Olimpico, San Patrizio non ha arriso a Parisse e compagni, battuti sul filo di lana (27-29, calcio di Laidlaw al 79’), mancando l’occasione per una vittoria che avrebbe certo cambiato di molto la lettura di questo Sei Nazioni azzurro.

Un gioco diverso
Detto delle sconfitte, è, però, un dato di fatto che, in un’edizione particolarmente vivace sotto il profilo del gioco e dei punteggi, l’Italia sia riuscita, per ben 12 volte, ad andare in meta: una in più della Scozia terza classificata e ben quattro sopra quelle d’una Francia che ha chiuso quarta. Si tratta di un’inversione di tendenza quantitativamente significativa: nel 2017, prima “campagna” della gestione O’Shea, ci eravamo fermati alla metà e, nelle due occasioni precedenti (2015 e ’16, le ultime con Brunel in panchina), a 8. Il dato numerico non è casuale, accompagnandosi a un’evidente riformulazione del piano di gioco: da squadra storicamente fisica, tutta mischia e “sportellate”, stiamo sviluppando trame di passaggi più articolate, sfruttando dei trequarti in crescita, per una gestione più paziente e oculata del pallone. I risultati si vedono: in termini di copertura territoriale, possesso palla, numero di passaggi eseguiti, l’inversione di tendenza rispetto al passato è oggettiva.

Purtroppo, alla crescita “dalla cintola in giù” è corrisposta un’involuzione oggettiva per quanto concerne il pacchetto avanzato, la mischia: dove un tempo “facevamo male” anche ai più forti, adesso subiamo, e non poco, soprattutto con l’andare avanti dei minuti. La crisi del 60’ ha colpito puntualmente in ogni partita, benché certi colpi di coda nel finale (le mete segnate in Irlanda al 75’, Francia al 78’ e Galles al 76’) denotano, anche in questo senso, dei progressi da non sottovalutare.

Stelle sorgenti, stelle al tramonto
Di certo, la “lenta rivoluzione” di O’Shea s’incarna in alcuni volti nuovi di casa Italia, gente che, con un po’ di fortuna sotto il profilo fisico, potrebbe installarsi in azzurro per passarci almeno i prossimi dieci anni.

In primo luogo, Matteo Minozzi: dopo molti esperimenti, possiamo dire d’aver trovato un autentico numero 15. Rapido, potente, ma, soprattutto, in grado di leggere molto bene il campo, il padovano è, con 4 mete, secondo marcatore del torneo assieme all’inglese Jonny May (primo Jacob Stockdale, 7 try). Non solo: assieme agli irlandesi Keith Earls, Jonathan Sexton, Conor Murray, Jacob Stockdale e al francese Guilhem Guirado, l’estremo delle Zebre è candidato al titolo di miglior giocatore del torneo; difficile che riceva il premio (nostro favorito: Stockdale), ma essere nella sestina è già un grande risultato.

Incrociamo le dita: affermare che l’altro annoso problema del nostro rugby sia risolto è prematuro, ma le prestazioni di Tommaso Allan a numero 10, specie la partita contro la “sua” Scozia, ci paiono proprio andare in tal senso. Italrugby, da anni, lamenta la mancanza di un mediano d’apertura, da dopo Diego Domínguez, e, se nei mesi passati, l’estroso Carlo Canna aveva convinto, il più “regolare” Allan sembra meglio adattarsi ai dettami tattici di O’Shea. La grande sfida per il tecnico irlandese, ottimo estremo con qualche apparizione proprio in mediana da giocatore, sarà fare in modo che la presenza di due aperture con attitudini opposte si concretizzi in una risorsa aggiuntiva per la Nazionale, e non nell’involuzione/depressione per il talentuoso 10 beneventano.

Altri nomi da aggiungere alla lista delle acquisite speranze azzurre, quelli di Sebastian Negri e Jake Polledri: il primo ha recitato un torneo da protagonista, venendo sempre schierato nel XV iniziale; l’altro rappresenta, forse, uno dei rimpianti di questa edizione: visto in campo solo nell’ultima partita, ha dimostrato che sarebbe potuto essere molto utile pure in precedenza. I due, compagni di squadra un anno fa nell’Hartpury (terza divisione inglese, dominata), sono seriamente candidati a recitare da primi attori per una terza linea che potrebbe registrare una felice abbondanza di forza e talento.

Quest’ultimo elemento potrebbe addolcire l’ineluttabile addio all’azzurro da parte di Sergio Parisse: per il capitano, divenuto il giocatore con più presenze nella storia del Sei Nazioni (65, a pari merito con un certo Brian O’Driscoll), non è stato uno dei suoi migliori tornei, con prestazioni non all’altezza del suo calibro. D’altro canto, criticare un campione che all’azzurro ha consacrato tutta la carriera, mettendoci sempre la faccia, rischia di essere un imperdonabile sacrilegio. La speranza è che i giovani scalpitanti nelle retrovie rendano meno amaro l’avvicendamento (la Under 20 sta facendo bene), sperando che l’italiano d’Argentina possa prendersi ancora qualche, meritatissima, soddisfazione azzurra.

I prossimi appuntamenti per l’Italia saranno a giugno, con il doppio test match da giocare in Giappone in previsione del Mondiale 2019: per quei giorni, speriamo davvero che l’ovale azzurro possa raccogliere quanto ha seminato in questi ultimi, durissimi mesi.

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Igor Vazzaz Toscofriulano, rockstar egonauta e maestro di vita, si occupa a vario titolo di teatro, sport, musica, enogastronomia e scommesse, non necessariamente... VAI ALLA PAGINA AUTORE

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