JEDDAH, SAUDI ARABIA - AUGUST 20: Oleksandr Usyk punches Anthony Joshua during the Rage on the Red Sea Heavyweight Title Fight at King Abdullah Sports City Arena on August 20, 2022 in Jeddah, Saudi Arabia. (Photo by Francois Nel/Getty Images)
Trentatre anni sono forse troppo pochi per pensare che Anthony Joshua da Watford sia davvero giunto al capolinea della sua carriera ad alti livelli. Ma forse sono abbastanza per ritenere che gli anni migliori siano già stati consegnati agli annali. Anni vissuti a un palmo o forse più da terra, burrascosi nell’adolescenza quando è finito dietro le sbarre e ha rischiato di rimanere impantanato nelle maglie della droga, esaltanti una volta che la boxe lo ha tirato fuori dalla strada, consegnandogli luci e riflettori in abbondanza.
Dalla medaglia d’oro olimpica conquistata a Londra (già, ma Roberto Cammarelle potrebbe giustamente contestare: verdetto barbaro dei giudici, fin troppo accondiscendenti con il giovane beniamino di casa) ai tanti titoli conquistati nella sua sfolgorante carriera professionista, Joshua ha convinto tutti per quasi un decennio di essere davvero il nuovo guru dei pesi massimi, grazie anche alle 22 vittorie che ne hanno contraddistinto i primi 22 match disputati.
Poi però nel 2019 di colpo qualcosa s’è inceppato: la sconfitta con Andy Ruiz jr. è stata il primo campanello d’allarme, con la sirena solo in parte zittita dalla vittoria nella rivincita. Poi è arrivato Oleksandr Usyk e la montagna s’è fatta troppo impervia da scalare anche per chi, come Joshua, ha una stazza che nella categoria non si vedeva da una vita. Un gigante rivelatosi fragile al cospetto del granitico cosacco.
IL CROLLO NERVOSO DI CHI NON È ABITUATO A PERDERE
Se la sconfitta nel primo match della serie era stata per certi versi sorprendente, la seconda non ha quasi sorpreso nessuno. A parte forse il giudice americano che gli ha assegnato tra lo stupore generale la vittoria ai punti, consegnando alla storia un successo non unanime, ma comunque netto il giusto.
Joshua a Jeddah ha cercato di fare (meglio) ciò che non gli era riuscito a settembre a Londra: ha picchiato duro dall’inizio, ha cercato di rendere più dura la vita a un favoloso incassatore come Usyk, ha finito per concentrare nell’ottava e nella nona ripresa tutto il meglio del repertorio, facendo vacillare e non poco il campione in carica. Che pure, come già successo nel primo match, ha saputo reagire e ha finalizzato con tre riprese da vero fuoriclasse una vittoria che solo 9’ prima appariva quantomeno in bilico.
E Joshua, prima ancora che nel fisico, quel ritorno così pressante del rivale l’ha accusato nella testa: era convinto davvero di aver vinto, nonostante quei tre round finali assegnati (giustamente) a Usyk, e quando ha capito di aver perso ha dato fuori di matto. Ha strappato due delle 5 cinture dalle spalle dell’ucraino, gettandole a terra. Poi è uscito dal quadrato e vi ha fatto ritorno prendendo il microfono e lanciandosi in un monologo figlio di rabbia, livore e frustrazione. Non c’ha fatto una bella figura, mostrandosi fragile come non mai agli occhi del mondo. Ha fatto vedere l’altro lato del campione: dare pugni non basta, bisogna essere anche forti nella testa. E il britannico ha fatto capire di non averne più.
L’UMILTÀ DI CHIEDERE SCUSA, PRETENDENDO RISPETTO
La notte porta consiglio e il giorno dopo Joshua ha chiesto scusa. L’ha fatto via Twitter, cercando di non girare troppo intorno alla questione.
“Sono finito mentalmente in un posto buio per competere per le cinture del campionato! Ho avuto due scontri, uno con Usyk e uno con le mie emozioni, ed entrambi hanno avuto la meglio su di me. Sono il primo ad ammettere che ho deluso me stesso. Ho agito per pura passione ed emozione e quando non è controllata non è il massimo. Amo moltissimo questo sport e d’ora in poi mi comporterò meglio. Rispetto”.
La sua è una promessa non da marinaio, ma propria di chi davvero in vita sua ne ha viste e passate di tutti i colori. Gli mancava però di provare una sensazione di reale impotenza, lui che nelle precedenti due sconfitte sapeva di aver perso a causa della superficialità o della presunzione che lo avevano tediato in preparazione al match.
Stavolta Joshua non ha badato a compromessi: il cambio di allenatore era stato un segnale, così come la volontà di non lasciare nulla al caso. Usyk l’ha battuto ancora una volta sul suo terreno preferito, mostrandosi favoloso a livello tattico, oltre che resiliente come pochi altri. E questo ha mandato in tilt il gigante di Watford, la cui carriera non è mai stata tanto in bilico come adesso.
IL FUTURO INCERTO: SFIDARE FURY PUÒ ESSERE LA SOLUZIONE?
L’ipotesi di una terza sfida contro l’ucraino, per ora, non viene neppure presa in considerazione. Ci sarebbe solo un’ancora di salvataggio per rimettere il britannico in rampa di lancio: affrontare il connazionale Tyson Fury in un match che gli addetti ai lavori bramano da almeno 4 anni, ma che per un motivo o per un altro non s’è mai disputato anche per via delle “bizze” ricorrenti di Fury, che dopo essersi ritirato (a parole) una decina di giorni fa, pochi minuti dopo il match dell’altra sera ha detto di essere pronto a tornare sul ring e abbattere sia Usyk che Joshua.
Quest’ultimo avrebbe tutta la necessità di ritrovarselo davanti, poiché battendolo guadagnerebbe una nuova card per tentare di riprendersi i titoli che l’ucraino gli ha sottratto nell’ultimo anno. Ma è difficile credere che il derby britannico possa vedere la luce a breve, anche perché chiaramente tutti vorranno spingere Fury verso la sfida “finale” con Usyk. Joshua potrebbe così dover attendere parecchio prima di avere una nuova opportunità, probabilmente anche l’ultima di una carriera che dopo i 30 anni ha raccontato poche gioie e tanti dolori. E che ha ricordato a tutti che dietro un atleta c’è sempre un uomo, con tutte le sue fragilità e debolezze.
(Credits: Getty Images)
