CARLOS MONZON, LA VITA CONTROVENTO DEL PIÙ GRANDE PESO MEDIO

CARLOS MONZON, LA VITA CONTROVENTO DEL PIÙ GRANDE PESO MEDIO

CARLOS MONZON, LA VITA CONTROVENTO DEL PIÙ GRANDE PESO MEDIO

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Quei pugni l’ha sbattuti in faccia a tanti, a volte però anche ai bersagli sbagliati. Ma se prendete Carlos Monzon dovete per forza di cose sobbarcarvi il buono e il brutto che c’è all’interno del pacchetto. Pugile dal carisma e dalla ferocia unica, perché per le statistiche quel bardasso argentino di origini mocovì non avrebbe dovuto diventare quel che sul ring è diventato. Ma fuori dal quadrato la sua è stata spesso una vita confusionaria, al punto da chiedersi cosa ne sarebbe stato se solo l’ordine avesse regnato (o quantomeno fatto capolino) nella quotidianità. Di certo, Monzon è il classico esempio di eroe maledetto, di quello che ride poco e non scherza mai, capace di mettersi nei guai con la stessa capacità con la quale riusciva a creare problemi ai rivali. Impossibile, per questo, non annoverarlo tra i più grandi di sempre. Ma per raccontare l’uomo e l’atleta non basterebbero forse intere enciclopedie.

UNA VITA COSTANTEMENTE CONTORVENTO

L’ordinario in fondo non è mai stato nei suoi pensieri. Tanto che a soli 6 anni la sua esistenza è rimasta per giorni appesa a un filo, complice una forma acuta di tifo contratta durante uno spostamento da San Javier (la terra natia) a Santa Fe, il luogo dove la famiglia Monzon aveva deciso di trasferirsi, ricercando una vita un po’ più agiata e meno incline alla povertà. La malattia lo segna nel corso e nel fisico, ma col tempo il piccolo Carlos dimostrerà che la garra che ha dentro saprà sopperire a quel brutto imprevisto. Tanto che a 10 anni il suo fisico si mostrerà già piuttosto robusto, presagio di un avvenire che nessuno in famiglia all’epoca avrebbe mai sognato potesse rivelarsi tale. Certo l’adolescenza è un’età complicata per Carlos, che abbandona presto la scuola, si presta come lustrascarpe e nel tempo libero non disdegna qualche buon furto o atto non propriamente lecito. Quasi una questione di sopravvivenza, nell’Argentina del tempo. E Amilcar Brusa di ragazzi come Monzon ne vede passare a iosa davanti agli occhi. Carlos non fa eccezione: ha bisogno di darsi delle regole, e il ring è il luogo ideale dove imparare a fidelizzarle. Lo seguirà durante tutta la carriera, divenendo per lui una sorta di secondo padre. E lo istraderà al pugilato dandogli la possibilità di combattere con continuità tra i dilettanti, dove alla fine arriverà a contare 73 vittorie, 8 pari e 6 sconfitte.

COME TI STUPISCO IL MONDO

Quando nel 1963 passa professionista, la sensazione degli addetti ai lavori è di ritrovarsi a che fare con un pugile buono, ma non così speciale come qualcuno vorrebbe far credere. Carlos non è tecnico, ha il destro pesante ma in generale basa le sue fortune sulla capacità di incassare colpi e di riuscire a venir fuori alla distanza. Della sua generazione, cresciuta a costi di immani sacrifici, non son pochi i pugili affamati (nel vero senso della parola): la scuderia di Tito Lectoure lo prende sotto la sua ala, ma è evidente ai più come Monzon, specie a inizio carriera, venga trattato con i guanti per evitare di vederlo arrancare in fretta. Combatte solo e soltanto in Sudamerica, arrivando a conquistare il titolo continentale e ad annoverare un palmares di 73 vittorie in 76 incontri disputati (le sconfitte, sempre e solo ai punti). Sono pochi quelli che lo considerano in grado di competere al di fuori dei confini nazionali, ma quando nel 1970 il suo nome sale fino alla sesta posizione del ranking mondiale, a Nino Benvenuti parve buona cosa provare a ingaggiarlo per una difesa (sulla carta) agevole del mondiale conquistato due anni prima contro Emile Griffith. Monzon è sconosciuto al grande pubblico internazionale, ma quando sbarca a Roma sorprende tutti per spavalderia e sicurezza nei propri mezzi.

Scenderò da questo ring da morto o da vincitore

dirà ai giornalisti durante le operazioni di peso. In pochi lo prendono sul serio, ma il 7 novembre 1970 quegli stessi che lo avevano snobbato si accorgono di quanto fossero vere quelle parole. Perché Carlos è una furia, lascia sfogare Benvenuti senza colpo ferire, poi lo manda al tappeto alla 12esima ripresa e si prende il titolo WBC dei pesi medi. L’Italia è incredula e invoca subito la rivincita, che arriverà il maggio seguente a Montecarlo: stavolta Benvenuti parte all’attacco, dicendo di aver studiato una tattica differente per abbattere l’argentino. Eppure alla terza ripresa dall’angolo del triestino vola un asciugamano bianco, dopo che nella seconda Monzon era parso scatenato come non mai. Ciao Nino, il re è sempre Carlos. Osannato dai suoi connazionali, innalzato dagli appassionati di boxe alla stregua di un Dio.

FUORI DAL RING, TRA AMORI TORMENTATI E UNA FINE TRAGICA

Il regno di Monzon è solo agli inizi. Fino al 30 luglio 1977, giorno dell’ultimo incontro contro Rodrigo Valdez, nessuno riuscirà a portargli via la corona. L’ultima sconfitta risalirà addirittura a 13 anni prima, al 9 ottobre 1964, perché i successivi 80 incontri lo vedranno vincere per 71 volte, e le restanti 9 il verdetto sarà pari. Quando scende la ring è perché capisce che il suo fisico non è più quello di un tempo e lui, di accettare le sconfitte, proprio non ne vuol sapere. Già il fatto di essere stato atterrato per due volte negli ultimi anni di carriera gli fa ribollire il sangue, benché una volta messo il ginocchio a terra ha sempre trovato la forza per rialzarsi e ribaltare l’inerzia degli incontri. Ma se sul ring di rivali manco a parlarne, fuori la vita di Carlos è stata decisamente più complicata e ondivaga. In gioventù diventa padre ad appena 16 anni, poi sposa Mercedes Beatriz Garcia, con la quale aggiunge altri tre figli. Ma negli anni ’70, all’apice della fama, diventa una preda facile per tantissime top dell’epoca: Susana Gimenez, la “Bardot del Sudamerica”, lo strega a tal punto da fargli abbandonare il tetto coniugale, non senza conseguenze, se è vero l’ex moglie arriva persino a sparargli dopo una lite (dovrà rimuovere due pallottole dal braccio destro con un intervento della durata di 7 ore, e ciò nonostante tre mesi dopo batterà comunque Griffith). Nel 1978 conosce Alicia Muniz e questa diventerà la storia d’amore più tormentata, conclusa nel modo peggiore dieci anni dopo quando, al culmine di una lite, Monzon la getta dal balcone dell’abitazione di Mar de Plata. Carlos viene arrestato (ammetterà di aver agito sotto effetto di stupefacenti), si becca 11 anni ma la pena viene allentata dopo 7 anni per buona condotta. L’8 gennaio 1995, di ritorno da una battuta di caccia, mentre è alla guida diretto al carcere di Las Flores si ribalta e non riesce a uscirne vivo. A soli 52 anni, dopo una vita sempre sul filo del rasoio, Carlos non trova il modo per rialzarsi. In fondo lui non era abituato ad andare al tappeto: istinto, ferocia e adrenalina sono state sue fedeli compagne di viaggio. E quando vai troppo veloce, perdere il controllo è un attimo.

(Credits: Getty Image)

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