CANELO BATTE PLANT E UNIFICA IL TITOLO DEI SUPERMEDI. TYSON: «IL PIÙ GRANDE DELLA SUA GENERAZIONE»

CANELO BATTE PLANT E UNIFICA IL TITOLO DEI SUPERMEDI. TYSON: «IL PIÙ GRANDE DELLA SUA GENERAZIONE»

CANELO BATTE PLANT E UNIFICA IL TITOLO DEI SUPERMEDI. TYSON: «IL PIÙ GRANDE DELLA SUA GENERAZIONE»

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Di modi per dimostrare al mondo di essere il più forte non ne esistono chissà quanti. Santos Saul Alvarez Barragan, per tutti “Canelo” (che in Spagna traducono con “cannella” per via del rosso dei capelli), ha scelto quello più semplice e lineare per arrivare alla meta: unificare tutte le cinture dei Supermedi e arrivare a un tiro di schioppo dal miliardo di guadagni in carriera. Appuntamento solamente rimandato di qualche mese, ma in fondo per qualche spicciolo da aggiungere al conto in banca si può pure aspettare. Di indossare anche la cintura IBF, dopo quelle WBA, WBC e WBO, c’era decisamente più fretta: “Canelo” l’ha strappata dalle mani di Caleb Plant, ribadendo al mondo intero di essere il più forte in circolazione. A incoronarlo, al termine del match vinto per ko. all’undicesima ripresa, altri non poteva essere, se non Mike Tyson:
“Saul è il miglior pugile della sua generazione”.
A furia di scalare la montagna, Saul è arrivato davvero a toccare la cima.
PLANT, L’INCASSATORE CHE NON HA RETTO L’URTO
Quello con Plant non è stato un match semplice, anche se i colpi portati dal messicano l’hanno reso, se possibile, meno complicato del previsto. Almeno agli occhi della gente, quella presente all’MGM Grand di Las Vegas (ancora una volta la culla del pugilato moderno) e quella collegata da ogni angolo del mondo grazie alla diffusione di DAZN, che dal 2018 ha puntato forte su “Canelo”, ottenendone un ritorno pazzesco (e rifondendo lautamente il suo conto in banca). Un match che nelle prime 6 riprese aveva visto Plant incassare i colpi del rivale senza apparente fatica, ma che dalla settima ripresa in poi ha visto Alvarez prendere letteralmente il sopravvento. Già al decimo round l’arbitro avrebbe potuto sospendere l’incontro per via di una ferita al volto riportata dallo statunitense, che poi all’undicesima ripresa si è consegnato senza armi al rivale, scaltro nel portare colpi ben assestati al volto. Un trionfo di tattica, oltre che di potenza: nonostante Plant fosse uno dei migliori incassatori sulla piazza, mezzora di combattimento ha messo a nudo i suoi limiti di fronte allo strapotere tecnico e fisico del nuovo campione IBF.
L’INFANZIA DIFFICILE, LA BOXE COME RISCATTO
Solo 6 pugili nella storia sono stati capaci di riunificare tutte le quattro cinture mondiali da quando, era il 1988, la WBO irruppe sulla scena. Nessuno però c’era riuscito nei Supermedi, ciò che rende “Canelo” ancora più grande agli occhi degli appassionati. La 57esima vittoria in carriera, cui si sommano due no contest e un’unica sconfitta datata 2013 contro Floyd Mayweather jr., lo proiettano nell’olimpo del pugilato, oltre a ricoprirlo una volta di più di milioni di dollari. E dire che Saul, nato a Los Reyes da genitori di origini irlandesi (i capelli rossi, del resto, non tradiscono la stirpe gaelica), ha vissuto un’infanzia poverissima. Ultimo di una famiglia con 8 figli, di cui 7 maschi, si è ritrovato ben presto costretto a fare qualche lavoretto per contribuire al monte salariale di casa, vendendo gelati a bordo degli autobus. Il trasferimento a Juanacatlan, sobborgo alquanto malfamato di Guadalajara, ha contribuito a forgiarne il carattere di combattente, con i fratelli che per primi lo hanno esortato a difendersi dai bulli di quartiere e a trovare nella boxe una valvola di sfogo, oltre che uno strumento di difesa. La passione di famiglia è divenuta nel tempo la vocazione del giovane Saul, che ha cominciato a farsi conoscere anche fuori dai confini messicani, attraendo promotori e sponsor. Passato professionista a soli 15 anni su indicazione dei tecnici dell’epoca, incapaci di trovargli avversari adeguati nel panorama dilettantistico, la sua storia ha bucato in fretta lo schermo, accentuandone l’aurea di ragazza del destino.
TRA I 100 PAPERONI MONDIALI
Abusare del termine predestinato non è una rarità nel mondo della nobile arte, ma per “Canelo” in tanti hanno fatto un’eccezione. A 21 anni conquista il primo titolo mondiale (WBC) contro Matthew Hatton, e il mondo comincia per davvero ad accorgersi di lui. Fino alla sconfitta con Mayweather, giunta dopo 43 incontri da imbattuto, mette in bacheca anche la cintura WBA. Poi dal 2015 torna inarrestabile, collezionando vittorie a ripetizione fino allo scontro con Plant, anticipato il 22 settembre da una conferenza stampa che ha dato in pasto ai media mille motivi per ricamare intorno all’evento, con spintoni e colpi proibiti che richiesero l’intervento della security per dividere i due pugili dal palco. Con la vittoria di Las Vegas, “Canelo” ha raggiunto l’apice e Dio solo sa cosa potrà inventarsi ora, tenuto conto che alla fine del 2020 il suo patrimonio era considerato da Forbes tra i 100 più ricchi al mondo (91esimo, per la precisione). La fama, a suo dire, non l’ha cambiato.
“Ho vissuto un’infanzia durissima, tutto quello che ho ricevuto so di essermelo guadagnato col sudore e sto molto attento ad ogni operazione finanziaria che porta a compimento”.
Tra auto di lusso, cavalli da dressage (l’altra sua grande passione), uno yatch da 30 metri del valore di 60 milioni di euro e proprietà sparse in tutto il mondo, Alvarez è indiscutibilmente il Re Mida della boxe moderna. E il fatto di essere anche un vincente, se possibile, rende il tutto ancor più luccicante. “Canelo” picchia forte, nel ring come nella vita. E ha (quasi) sempre ragione lui.

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