FOREMAN-MOORER, 27 ANNI DOPO: QUANDO GEORGE “IL CATTIVO” CHIUSE IL CERCHIO

FOREMAN-MOORER, 27 ANNI DOPO: QUANDO GEORGE “IL CATTIVO” CHIUSE IL CERCHIO

FOREMAN-MOORER, 27 ANNI DOPO: QUANDO GEORGE “IL CATTIVO” CHIUSE IL CERCHIO

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“È successo, è successo!”.

Cosa, è successo? L’impensabile. O meglio: ciò che nessuno avrebbe potuto pronosticare alla vigilia. Davvero un ex campione del mondo con quasi 46 primavere sulle spalle poteva rappresentare uno sfidante credibile per un boxeur come Michael Moorer? D’accordo, non sarà stato costui il miglior peso massimo sulla piazza, dal momento che quello universalmente considerato come il più forte (leggi Mike Tyson) doveva ancora scontare qualche mese dietro le sbarre. Eppure, tolto Lennox Lewis, era difficile in quel novembre del 1994 trovare di meglio nel panorama mondiale. Faceva gola, però, sapere che una vecchia volpe del ring, passato alla storia come quello al quale il popolo di Kinshasa aveva augurato a squarciagola la morte (il famosissimo “Alì bumayè” urlato durante il combattimento del giugno 1974), avesse voglia di regalarsi un ultimo ballo ad alti livelli, e di farlo non solo per cancellare una volta per tutte il fantasma di quella notte nello Zaire, quanto per dimostrare al pianeta della nobile arte che si potevano costruire e impacchettare miracoli sfidando persino le leggi della fisica. Un proposito che la WBA cercò di ostacolare in tutti i modi, ritenendo che George Foreman non avesse i requisiti per sfidare il campione in carica. Dopotutto, per quanto fosse tornato sul ring da qualche anno, i rivali affrontati non sempre erano tra quelli maggiormente in vista nei primi posti del ranking internazionale. E le sue due chance per riprendersi il titolo mondiale le aveva sciupate, contro Holyfield e Morrison. Cos’altro poteva sperare di fare il buon vecchio George, se non continuare a illudersi di poter rovesciare il mondo?

LA GLORIA, L’UMILIAZIONE, LA VITA RITROVATA NELLA FEDE

Ecco, la vita di Foreman è stata tutto, meno che quanto di più lineare possa esserci in circolazione. Nato in un sobborgo povero di Houston, fino all’età dell’adolescenza gli venne detto che suo padre era JD, il compagno della madre, che in realtà lo aveva concepito con un veterano di guerra (Leroy Moorehead), riuscendo a tenergli nascosta la cosa fino all’età adulta. Una gioventù turbolenta portò spesso Foreman ai limiti della legalità, e la boxe fu per lui una sorta di rifugio sicuro. Anche se nella vita una certa turbolenza l’avrebbe comunque mantenuta, misurabile anche nei 12 figli avuti da 4 mogli diversi. Sul ring però George non temeva rivali: picchiava duro, anzi durissimo, e dopo essersi messo al collo la medaglia d’oro nei pesi Massimi a Città del Messico (in finale superò il postino spezzino Giorgio Bambini), passò professionista confermando quanto di buono su di lui si diceva, e vincendo match a ripetizione, quasi sempre prima del limite. Dovette però pazientare fino al gennaio 1973 per avere una chance mondiale: Joe Frazier, detentore dei titoli WBA e WBC, non poté nulla per fermare l’ascesa di Foreman, che conquistò le cinture e si pose come il logico avversario di Alì, quando questi avrebbe potuto tornare a combattere. Un desiderio esaudito un anno e mezzo dopo, appunto nella famosissima “Rumble in the jungle” del 30 ottobre 1974, quando Alì si mostrò più scaltro del rivale (per nulla amato dal pubblico, complice un carattere troppo irritabile e poco empatico) e lo mandò al tappeto all’ottava ripresa. Le accuse di essere stato avvelenato lasciarono il tempo che trovarono: Foreman venne detronizzato ed entrò in un vortice dal quale sarebbe risalito solamente molti anni più tardi, e grazie anche alla fede. Quella che per 10 anni lo terrà lontano dal ring, costretto a tornarci sopra per motivi economici alla fine degli anni ’80.

QUEL DESTRO SAPEVA ANCORA FARE MALE

Già, ma George per la stragrande maggioranza degli addetti ai lavori era ormai solo un ex campione del mondo, quasi una caricatura di colui che nei primi anni ’70 impose la sua legge in giro per i ring di mezzo mondo. Anche per questo Moorer non era troppo preoccupato della sfida che si era visto lanciare: d’accordo l’operazione nostalgia, ma l’esito del match non poteva essere affatto messo in discussione. Per di più il campione era ancora imbattuto nei 35 incontri disputati, l’ultimo dei quali vinto ai punti contro Holyfield. A Foreman tutto questo poco importava: sapeva di non avere troppe cartucce da sparare, ma sapeva che il suo destro faceva ancora male come un tempo. Moorer per almeno 9 round impose la sua legge: ne aveva vinti 7, pur dovendo far fronte a qualche colpo del vecchio campione. Che aveva studiato un piano nei minimi dettagli: provare a buttarla in rissa, fare innervosire l’avversario e cercare di passare non appena avesse scoperto la guardia. Tattica che all’angolo di Moorer avevano capito fin troppo bene, ma che il pugile non riuscì del tutto a disinnescare, convinto però di dover solo arrivare alla 12esima per assicurarsi una vittoria ormai a portata di mano. Ma non fece i conti con l’intelligenza di Foreman, che seppur condizionato da un occhio sinistro praticamente chiuso, eredità dei tanti colpi subiti, riuscì a portare diversi ganci al corpo e far scoprire il rivale, per poi colpirlo con un montante alla mascella e mandarlo al tappeto. L’arbitro Joe Cortez non poté far altro che contare fino a 10 e dichiarare il match concluso, assegnando la vittoria a Foreman. Che inginocchiandosi davanti al suo angolo vide passare davanti quei 20 anni nei quali aveva visto l’inferno con i suoi occhi, ricacciando via una volta per tutte gli spiriti di Kinshasa. Il cerchio s’era chiuso.

“È successo, è successo”

urlò Jim Lampley su HBO. E il mondo se n’era accorto.

(Credits: Getty Image)

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