GEORGE FOREMAN, IL CATTIVO CHE SI È REDENTO DOPO IL TRAMONTO

GEORGE FOREMAN, IL CATTIVO CHE SI È REDENTO DOPO IL TRAMONTO

GEORGE FOREMAN, IL CATTIVO CHE SI È REDENTO DOPO IL TRAMONTO

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Per uno che la vita la prende a pugni, farlo a ritmo di jazz non è mica la cosa più semplice.

Più una cosa è bella, meno la gente l’apprezza. La boxe ha in sé molto del jazz. Per questo pochi la capiscono.

Che poi, a dirla alla George Foreman, tutto appare semplice e scontato. Non lo è stata nemmeno la sua carriera, sviluppatasi nell’arco di più decadi e mostratasi al mondo come l’esempio lampante di ciò che la determinazione può fare. Perché nessuno come Big George ha saputo scioccare il mondo, tanto da riprendersi una corona mondiale quando le primavere erano più di 45. Ma la sua è stata una carriera piena di up and down, di quelle che nella vita di un pugile vedi una, forse due volte in un’esistenza intera. Picchiatore indomito, spesso inviso al pubblico (soprattutto nella prima parte della sua vita da atleta), accreditato della sconfitta più famosa della storia (quella contro Alì nel 1974), ma capace di redimersi e di tornare grande quando ormai nessuno ci avrebbe scommesso sopra un centesimo. Ecco, Foreman è stato tutto e il contrario di tutto: se cercavate una storia scontata, sappiate che avete sbagliato personaggio.

L’INFANZIA DIFFICILE, LA BOXE COME ANCORA DI SALVEZZA

Quando nacque nella piccola contea di Harrison, più precisamente nel capoluogo Marshall, in Texas la vita dei ragazzi di colore non era propriamente delle più semplici. Quella del piccolo George, se possibile, lo era ancora meno: il papà biologico lasciò la madre pochi mesi dopo il parto e fu il patrigno JD Foreman a dargli qualche rudimento di regole, anche se l’adolescenza del futuro campione fu segnata da continue risse e inserimenti nei programmi di rieducazione. Quando si trovava in Oregon, collaborando ad opere di rimboschimento, l’istruttore di boxe Nick Broadus lo vide e, cercando un modo per placarne l’irascibilità, lo portò con sé in palestra. George sognava di diventare un giocatore di football, ma alla fine si diede con convinzione alla nobile arte. Tanto che un anno dopo si presentò alle Olimpiadi di Città del Messico da campione nazionale, e la corsa all’oro nei Pesi Massimi non fu affatto un problema (in finale sconfisse Giorgio Bambini). Più complessi furono i… festeggiamenti: Foreman sventolò la bandiera americana per qualche minuto sul ring, in segno di vittoria, e la stampa afroamericana vide in quel gesto una “risposta” al pugno di Carlos e Smith, che solo pochi giorni prima aveva scatenato un putiferio in America e non solo. George venne accusato di essere eccessivamente patriottico e di non avere a cuore la questione razziale.

L’ASCESA DI UN FENOMENO, LO SHOCK DI KINSHASA

George però sul ring ci sapere fare, complice anche un fisico imponente che incuteva terrore alla sola vista tra gli avversari. Nel 1969 passò professionista e la sua fu un’ascesa dirompente: vinse tutti i primi 32 incontri disputati, quasi tutti prima del limite, divenendo nel 1971 primo sfidante per il mondiale WBC e WBA. Per affrontare Joe Frazier, però, l’attesa si fece un po’ più lunga: solo il 22 gennaio del 1973 Foreman poté combattere in un match con in palio un titolo, naturalmente vinto e pure con una facilità definita disarmante. Frazier, che prima di quell’incontro era imbattuto, non ebbe modo di replicare alla potenza del rivale. Che pure continuava a non far nulla per farsi piacere alla gente, e tantomeno alla stampa: Foreman era il “cattivo”, scontroso e poco incline ai sorrisi. Le prime difese del titolo filarono via lisce come l’olio, con Ken Norton spazzato via con la solita ferocia. A quel punto restava solo un avversario da abbattere per zittire tutti: Muhammad Alì aveva perso un po’ di credito, ma restava comunque un’istituzione nel mondo dei massimi. E l’incontro che avrebbe dovuto (e lo fece) riscrivere la storia andò in scena il 30 ottobre 1974 a Kinshasa, in Zaire. Location insolita, ma sottovalutata da Foreman: il pubblico si schierò tutto dalla parte di Alì, che trasse grande linfa da quel sostegno. E pur preparando meticolosamente l’incontro, soprattutto allenandosi con sparring partner abili a muoversi sul ring (immaginando che anche Alì lo avrebbe fatto), a Foreman quella sera sembrò mancare qualcosa. La sua ossessiva ricerca del bersaglio si rivelò la causa stessa della sua incapacità di colpirlo. Dopo 7 riprese a suo favore, nell’ottava Alì alzò i giri del motore e sfiancò il rivale con colpi precisi e potenti. Foreman aveva speso molto e andò in crisi immediatamente: dopo 40 vittorie, quella fu la prima sconfitta in carriera. Un vero colpo da ko., seguito da una fase della sua vita durissima, tra depressione, problemi personali e l’inevitabile ritiro a soli 28 anni.

LA FEDE, LA RIPARTENZA, IL MONDIALE A 45 ANNI

Quando nel 1977 perse ai punti contro Jimmy Young, negli spogliatoi dopo il match George subì un attacco di ipertermia. Disse di aver visto la morte in faccia e quel giorno decise di cambiare vita: Dio gli aveva detta di dover cambiare vita e lui divenne ministro di culto in una chiesa di Houston, oltre a promuovere opere di carità tra la gente più povera e di reinserimento sociale per giovani con problemi. Proprio le spese per la sua missione lo convinsero nel 1987 a tornare sul ring per procurare i fondi necessari al sostentamento delle sue attività. In poco più di tre anni Foreman riaccese il motore e tornò a vincere, come era sua abitudine. Tanto che nel 1991 ad Atlantic City, a 42 anni, ebbe la chance di riprendersi la corona mondiale, affrontando Evander Holyfield: match durissimo, non troppo spettacolare ma di grande impatto, vinto solamente ai punti dal campione in carica. Stessa sorte due anni dopo contro Tommy Morrison, che si prese il titolo WBO vacante. Foreman per molti era ormai solo un nome spendibile per acchiappare sponsor e nulla più, ma nel 1994 una fortunata serie di coincidenze lo portarono a combattere contro Michael Moorer per il titolo WBA e IBF. George aveva già compiuto 45 anni, ma sul ring ci sapeva ancora fare. Subì per buona parte dell’incontro l’iniziativa dell’avversario, più giovane di 18 anni, ma alla decima ripresa con una doppia combinazione sinistro-destro mandò in confusione il campione, che crollò a terra senza riuscire più a rialzarsi. Foreman divenne così il campione del mondo più anziano di sempre, record tuttora imbattuto. Mise assieme altri incontri fino al 1997, quando dopo una contestata sconfitta ai punti con Shannon Briggs decise di dire basta e tornare al suo ruolo di pastore e promuovendo anche attività imprenditoriali, vedi il George Foreman Grill che riscosse un notevole successo tra gli amanti dei barbecue. Da uno come lui era lecito aspettarsi di tutto. Anche di incensare Alì nel giorno in cui si ritrovò davanti al feretro del rivale:

È stato il migliore di tutti i tempi.

Anche se i numeri dicono che George è stato più grande.

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