IL PRIMO MONDIALE DI TYSON, THE JUDGMENT DAY

IL PRIMO MONDIALE DI TYSON, THE JUDGMENT DAY

IL PRIMO MONDIALE DI TYSON, THE JUDGMENT DAY

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Mike Tyson: vent’anni, quattro mesi, 22 giorni. È l’età dove di solito un ragazzo pensa a uscire con gli amici e a divertirsi, magari a preparare qualche esame universitario, oppure a programmare le prossime vacanze o l’imminente week-end di baldoria. Raramente a quell’età il primo pensiero è rivolto all’ambizione di diventare il pugile numero uno al mondo. Un’ambizione figlia di un percorso sin lì netto, fatto di 27 vittorie su altrettanti incontri disputati, di cui  25 prima del limite (e più della metà senza nemmeno far terminare la prima ripresa). Non si era mai visto prima un giovanotto così forte e smaliziato sul palcoscenico dei pesi massimi, e nonostante l’altezza non fosse dalla sua parte (appena 178 centimetri), così come l’arte di boxare non era stilisticamente impeccabile come quella di molti che l’avevano preceduto, il verdetto del ring nei primi due anni di carriera professionistica fu tale da proporlo all’attenzione come il nuovo fenomeno mondiale del pugilato. Un fenomeno che stava per rivelarsi in tutta la sua grande sabato 22 novembre 1986 all’Hilton di Paradise Road, a Las Vegas.

LA VENDETTA IN NOME DI MUHAMMAD ALÌ

In questi vent’anni e spiccioli di vita, Mike Tyson aveva visto e vissuto di tutto. Un’infanzia difficile, con la madre Lorna intenta a sbarcare il lunario e gravata da problemi di alcolismo, lo aveva reso cattivo dentro, perché costretto a guadagnarsi il rispetto nell’unico modo che conosceva, cioè picchiando più duro dei rivali. Poco importa se fossero in strada o in qualche combattimento clandestino: a 13 anni Mike era già stato 39 volte in riformatorio, dove un giorno ebbe però la fortuna di conoscere Muhammad Alì, che in un certo qualche modo fu la sua fonte di ispirazione quando la boxe divenne il suo primo pensiero quotidiano. E il collegamento con Alì in questa storia è rappresentato dal fatto che l’avversario di Tyson quella sera a Las Vegas altri non era se non Trevor Berbick, 32enne giamaicano con passaporto canadese, passato a gloria immortale per il fatto di aver sconfitto Alì nell’ultimo incontro della sua carriera, dal quale erano trascorsi ormai 5 anni. Berbick, onesto mestierante, a sua volta dal passato (e poi dal futuro) piuttosto burrascoso, aveva conquistato il titolo WBC 8 mesi esatti prima, battendo ai punti Pinklon Thomas. Quella contro Tyson era la sua prima difesa del titolo, e mai avversario fu meno indicato.

LA MATTANZA DEL POVERO BERBICK

I media seguivano Iron Mike con una certa curiosità, convinti che in quel “cubo” di 178 centimetro e di un quintale di peso potesse nascondersi davvero il campione del domani, o se preferite l’erede di Alì. Dopo i gloriosi anni ’70, il pianeta dei pesi massimi era in cerca di un nuovo idolo delle folle e Tyson appariva agli occhi della gente come il predestinato, quello che ce l’aveva fatta nonostante una vita d’inferno e di problemi diffusi, peraltro gravato da un fisico che a dispetto dei colleghi mostrava qualche lacuna e in generale una stazza quasi normale. I media si convinsero che quello dove essere il primo mattone per la costruzione di una nuova era: ribattezzarono la sfida “The Judment Day”, non senza un eccesso di enfasi che sin dalle prime fasi dell’incontro si intuì essere decisamente immotivata. Perché Tyson era una furia, mentre Berbick era un pugile dal destino piuttosto segnato. La prima ripresa fu già una mezza carneficina, col giamaicano che a stento riuscì a rimanere in piedi. Nella seconda, trascorsi appena 10 secondi, finì una prima volta al tappeto, rialzandosi prontamente ma apparendo decisamente frastornato. Il boato del pubblico dell’Hilton fu un misto di stupore e preoccupazione, perché in tanti capirono perfettamente che quel match non sarebbe potuto durare tanto a lungo. E i successivi due minuti Berbick mostrò di essere al gancio, provando ad allacciarsi di continuo per evitare i colpi di Tyson e provare a riprendere fiato. Ma anche quell’azione si rivelò sfiancante: a 40 secondi dal gong, persino un normale colpo col mancino fu sufficiente per mandare nuovamente a terra il giamaicano, che tentò di rialzarsi quattro volte, ciondolando senza speranza da una parte all’altra del ring. All’arbitro Mills Lane non restò altro da fare che fermare l’incontro, decretando il primo trionfo mondiale di Iron Mike.

GIOIE E DOLORI DI DUE VITE NON CONVENZIONALI

Solo 9 mesi dopo, le cinture nel salotto di Tyson erano già diventate tre: a quella WBC si aggiunse prima quella WBA (a marzo, dopo aver battuto James Smith), poi quella IBF (ad agosto, sconfitto Tony Tucker), vittorie arrivate entrambe ai punti. L’ultimo capolavoro sarebbe arrivato invece nel giugno 1988, quando battendo Michael Spinks alla prima ripresa il non ancora 22enne Mike avrebbe conquistato anche la corona WBO, riunificando tutte e quattro le sigle dei massimi. I guai per lui sarebbero cominciati sul ring un anno e mezzo dopo, quando a sorpresa James Douglas lo sconfisse dopo 36 vittorie da professionista. Ma soprattutto fuori, con l’accusa di molestie sessuali della reginetta di bellezza Desiree Washington e la successiva condanna a 10 anni di carcere, con 4 di sospensiva e l’uscita dopo soli tre anni per buona condotta. Il ritorno nel 1996 fu più mondano che sportivo: le due sconfitte con Holyfield segnarono il tramonto anticipato della sua carriera, effettivamente conclusa nel 2005. A Berbick però andò anche peggio: dopo quella sconfitta non riuscirà più ad avere una chance mondiale, limitandosi a combattere per titoli continentali o poco più. Chiuderà la carriera nel 2000 quando gli verrà ritirata la licenza dopo la scoperta di un grumo di sangue nel cervello. Avrà meno fortuna ancora nella vita privata tra divorzi, risse, accuse di molestie sessuali, dispute familiari e un brutale assassinio subito ad opera del nipote Harold, che confessò di averlo ucciso dopo una disputa legata alla vendita di un terreno, ma sottolineando quanto le continue percosse e il comportamento senza regole dello zio (che accusò anche di furti e lancio di oggetti contundenti) lo portarono a non volerne più sapere di vederlo vivere nella casa di fianco alla sua.

(Credits: Getty Image)

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