Overwatch: sarà di 50.000 $ lo stipendio annuale dei giocatori

Overwatch: sarà di 50.000 $ lo stipendio annuale dei giocatori

Overwatch: sarà di 50.000 $ lo stipendio annuale dei giocatori

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Chi li chiama ancora semplici videogiochi commette un errore enorme. Soprattutto davanti a cifre come quelle annunciate dalla Blizzard, azienda produttrice del videogioco Overwatch e promotrice dell’omonimo campionato esport che partirà tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018: sarà di 50.000 $ la retribuzione annuale per ogni giocatore delle squadre partecipanti.

“Essere pagati per giocare” sarebbe la frase di stupore della persona qualunque davanti a un annuncio del genere. La realtà dei fatti è che c’è molto di più dietro un’organizzazione esportiva. Non si tratta di semplici giocatori amatoriali ma di ragazzi e ragazze che passano almeno otto ore al giorno davanti a un PC o a una console per migliorarsi, allenandosi e ripetendo decine di volte al giorno automatismi e strategie. Seguiti a stretto contatto da uno staff preparato di allenatori e altre figure moderne come il mental coach o un dietologo, appositamente preparati per gestire e istruire i professionisti del videogioco.

L’Overwatch League non è certo la prima competizione a garantire un salario minimo ai giocatori delle squadre: lo fa Riot Games con League of Legends, ad esempio. La Blizzard è però la prima a presentare questo tipo di retribuzione all’interno di una gestione più ampia del campionato stesso. Un accordo tra organizzatori e partecipanti che prevede altri vantaggi per i giocatori: la possibilità di ricevere parte del montepremi della lega, un’assicurazione sanitaria e un piano di risparmio pensionistico fornito dalle stesse squadre, vitto e alloggio in una struttura dedicata alla squadra per la squadra. Esattamente come accade a Vinovo per la Juventus o a Milanello per il Milan.

Un ambiente professionale in cui crescere a cui potranno accedere anche i nostri migliori giocatori italiani se saranno abili nel farsi trovare pronti. D’altronde la differenza tra giocatori dilettanti e professionisti la si è vista alla recente Overwatch World Cup: proprio a spese della nostra rappresentativa che è rimasta a bocca asciutta. Quarto posto nel nostro girone con Australia, Svezia e Portogallo; zero game vinti e 12 mappe perse. Numeri all’apparenza impietosi che nascondono un’altra realtà: nessuno dei giocatori italiani chiamati a rappresentare l’Italia è un giocatore professionista o, almeno, non al livello degli avversari.

Non si parla di bravura: i nostri sono indiscutibilmente talentuosi e decisamente il meglio che l’Italia possa esprimere in questo momento, anche nel singolo confronto con i giocatori di altre nazioni. La verità è che i giocatori di Svezia, Portogallo e Australia guadagnano tra i 5.000 e i 6.000 dollari al mese, profumatamente retribuiti dalle squadre di appartenenza. Uno stipendio che permette loro di dedicare ogni minuto e risorsa ad allenarsi e migliorare. Tempo che i nostri connazionali non hanno: così come una retribuzione mensile adeguata. Il paragone è simile alla storia dei cugini di San Marino nel calcio: medici, operai, avvocati e insegnanti che la mattina svolgono la propria professione e che alcune sere a settimana si allenano alcune ore in vista degli impegni competitivi. Match che, puntualmente, finiscono in una goleada per gli avversari, veri giocatori professionisti.

Come già riportato, il formato della Overwatch League prenderà la via del franchising: ovvero del modello NBA senza promozione e retrocessioni. La Blizzard e le squadre interessate a partecipare stanno creando un nuovo modo di fare esport, un percorso più vicino agli sport tradizionali. Hanno lavorato a stretto contatto per mesi per giungere a un accordo vantaggioso per entrambe le parti. La prima non ha semplicemente organizzato il campionato ma ha chiesto a ogni team una quota d’iscrizione che si aggira verosimilmente a una cifra intorno ai 10 milioni di dollari. Necessari per creare una competizione che tuteli anche i videogiocatori e ne incentivi la crescita professionale. Dall’altra le squadre hanno ottenuto la stabilità che tanto cercano in altri titoli con la sicurezza, da condividere con gli sponsor, che saranno sempre al centro dell’attenzione mediatica e che non rischieranno mai di retrocedere, perdendo appeal agli occhi degli investitori. Un pericolo scongiurato che è accompagnato dai ricavi del merchandising, della vendita dei diritti TV e dei biglietti degli stadi che saranno divisi tra le varie squadre partecipanti.

Un sogno a occhi aperti per molti videogiocatori che potranno vedere finalmente realizzate le proprie ambizioni, da qualunque parte del mondo provengano. Nonostante le cifre importanti è inutile illudersi o fornire un messaggio errato ai giovani videogiocatori: sono necessari impegno e sacrificio ma, come spesso accade anche negli sport tradizionali, una buona dose di fortuna non guasta mai. Perché se nel calcio solo uno su cinquemila esordisce in Serie A, negli esports (almeno allo stato attuale) questa statistica è drasticamente inferiore. Tutti possono provarci, è vero, ma essere bravi non sempre significa essere i migliori. A volte non è nemmeno sufficiente essere i migliori: diventare un videogiocatore professionista, che possa quindi vivere e lavorare di e con le competizioni elettroniche, è il frutto di una serie di avvenimenti spesso imprevedibili e non controllabili dai protagonisti.

Nessuna certezza di successo ma indubbiamente cifre di questa portata riescono almeno a giustificare la volontà di provare a fare di una propria passione un vero lavoro ottimamente retribuito.

 

(Image Credits to Blizzard)

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Francesco Lombardo Matematica e Fisica sono la mia religione. Ho trasformato la passione per i videogiochi in una nuova professione: l'eSports reporter. Ho iniziato a oc... VAI ALLA PAGINA AUTORE

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