I PACKERS DI AARON RODGERS: UN ANELLO PER COMPLETARE LA LEGACY

I PACKERS DI AARON RODGERS: UN ANELLO PER COMPLETARE LA LEGACY

I PACKERS DI AARON RODGERS: UN ANELLO PER COMPLETARE LA LEGACY

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Può un giocatore che ha già vinto un Super Bowl in carriera (nel 2011), tre titoli di MVP della stagione regolare (fate 4, perché a breve verrà ufficializzato anche quello stagione corrente), conquistato il record come miglior passatore in stagione regolare e ottenuto il miglior rapporto touchdown/intercetti dell’intera lega essere messo in discussione? Se ti chiami Aaron Rodgers, allora puoi star sicuro che non riuscirai a scamparla neppure stavolta. Perché quando di mezzo ci va il quarterback di Green Bay, la polemica (o meglio, l’asticella da alzare) è una costante compagna di viaggio. O lo ami o lo detesti: odiarlo no, non si può, ma di certo il buon Aaron nel corso dei suoi 17 anni in NFL qualche buon nemico deve esserselo fatto, e pure tra le mura domestiche. Tanto che la campagna play-off 2022 somiglia tanto a una resa dei conti, anche perché segue quella del 2021 nel quale entrava con i favori del pronostico, costretto però a piegarsi di fronte a Tampa Bay e a quel Tom Brady che rischia di oscurarne una volta di più la stella. Perché il confronto sulla base degli anelli al dito è impietoso: fate 7-1 per Tom. E la sconfitta nella finale di conference della passata stagione è una ferita ancora aperta.

UN ANNO DOPO, IL BRACCIO VIAGGIA ANCORA SPEDITO

Quel giorno i Packers buttarono via l’occasione inseguita da almeno 10 anni, dall’ultima volta cioè che si presentarono sul palcoscenico del Super Bowl, trascinati da Rodgers e vittoriosi per 31-25 sui Pittsburgh Steelers. Al Lambeau Field a gridare vendetta fu soprattutto la gestione del possesso palla nei minuti finali di partita, quando con i Buccaneers avanti di 8 il coach di Green Bay Matt LaFleur decise di calciare per i pali e accorciare a 5 lunghezze il ritardo, riconsegnando la palla a Brady e cercando di forzarne il recupero, così da giocare un’ultima volta in attacco per tentare il touchdown del sorpasso. Un proposito che venne spazzato via sia dall’esperienza di Brady (che giocò col cronometro senza commettere sbavature), sia da un paio di penalità rimediate dalla difesa dei Packers. Quella scelta di togliere la palla dalle mani di Rodgers ai più parve una sorta di messaggio all’indirizzo del quarterback, che avrebbe poi passato l’intera off season a litigare con la proprietà, minacciando di lasciare Green Bay e provare a forzare una trade. Situazione ricomposta un po’ a denti stretti in estate, poi superata grazie a una regular season ancora una volta strepitosa, a testimonianza di una classe che a 38 anni pare progredire, anziché accusare l’incedere del tempo (e in questo sembra molto simile a Brady). E con i Packers accreditati della numero 1 del seeding nella NFC, resta solo una missione da portare a termine: mettersi un anello al dito. E poi, tutti muti.

IL PASTICCIO SULL’IMMUNIZZAZIONE, LA STAGIONE RECORD

Se sul campo Rodgers ha risposto presente al momento opportuno, fuori le sue esternazioni non hanno mancato di far discutere. Intanto la sua posizione sui vaccini anti Covid: pur avendo annunciato di essersi “immunizzato” prima del via della stagione, a novembre ha dovuto ritrattare tale affermazione una volta che si è visto costretto a star fuori, poiché risultato positivo a uno dei tanti controlli effettuati prima di una partita. Multato dalla lega per aver dichiarato il falso (cioè di essersi vaccinato, quando non era vero), alla fine è stato “perdonato” proprio in virtù dei suoi straordinari numeri sul campo, che hanno fatto passare in secondo piano la vicenda. Dovesse trascinare i Packers al SoFi Stadium di Inglewood, l’arena che il 13 febbraio ospiterà il Super Bowl, a maggior ragione tutte quelle polemiche finiranno più o meno nel dimenticatoio. Dopotutto agli appassionati interessano i numeri spiccioli: con 37 touchdown, 4 soli intercetti, 4.115 yards completate, 68,9% di percentuale di completamento dei lanci e un rating di passaggio di 111,9, Rodgers ha dato una volta di più un saggio della propria bravura. Ma agli occhi dei più esigenti, ancora non basta.

L’ETERNA (E FORSE ULTIMA) SFIDA CON BRADY

Ci vuole un anello per completare la legacy. Anche perché nel frattempo è già ripartita la ridda di voci che lo vorrebbero lontano da Green Bay, se non al termine di questa, di sicuro dopo la prossima stagione. Ma la franchigia nell’ultimo biennio gli ha messo a disposizione mezzi in abbondanza per tentare un nuovo approdo al Super Bowl. E se le ultime quattro finali di Conference non gli hanno mai sorriso, spesso con prestazioni al di sotto dei propri standard (ai play-off per lui è stata spesso una costante: negli ultimi 10 anni il bilancio parla di 7 vittorie e 8 sconfitte), stavolta gli alibi rischiano di dover restare chiusi in un cassetto. Contro i San Francisco 49ers, la squadra che nel 2005 al draft gli preferì Alex Smith facendolo scivolare addirittura alla numero 24 (e lui in cuor suo già sentiva che sarebbe rimasto al sole della California, altro che al gelo del Wisconsin), comincia un cammino fatto di tre tappe, ma dove gli errori non sono più contemplati. Contro Garoppolo la sfida appare sbilanciata dalla sua parte, ma salvo sorprese la settimana successiva gli toccherà in sorte di nuovo Brady, in una rivincita tra immortali che il mondo NFL aspetta a mani giunte. E chissà che per entrambi non possa rivelarsi anche l’ultima chiamata.

(Credits: Getty Image)

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