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Se non fosse così assolutamente vera e drammatica, la vita del Gigante di Galveston potrebbe essere uscita dalla penna di qualche sceneggiatore di Hollywood. Perché la vicenda umana, sentimentale e sportiva di Jack Johnson si intreccia tutta con la storia e la cultura americana, non solo del suo tempo.

Il campione, colpevole di essere “imperdonabilmente nero” agli occhi dell’America perbenista, ha avuto una traiettoria incredibile, iniziata e finita nella miseria, ovviamente più nera possibile. Prima di essere uno dei più affermati boxeur del primo Novecento, Jack Johnson era un ragazzone di colore del Texas, figlio di ex schiavi. Con il suo metro e novanta di altezza, a soli vent’anni era già un colosso che dimostrava una forza fisica proporzionata a misura della sua stazza.

In una società in cui gli afroamericani dovevano stare alla larga dalle vicende dei bianchi, il destino del giovane Jack appariva già scritto. Si trovò a combattere a mani nude contro altri disperati per intrattenere un pubblico che lo considerava poco meno di un animale. Eppure, ben presto, il futuro pugile si rese conto di non voler accettare quella condizione meschina che lo accompagnava fin dalla nascita.

Fu in un incontro clandestino con un uomo bianco, Joe Choynski detto “Il Terrore della California”, che il gigante iniziò davvero a sfidare a pugni la sua sorte, colpendo duramente sotto la cintura l’ambiente che aveva intorno. Per dare sonori sganassoni, ma ricevendone in cambio altri, altrettanto tostissimi.

Finito in carcere per un match proibito in tempi di segregazione razziale, quell’esperienza ha finito per cementare un’improbabile amicizia tra i due contendenti. Joe divenne il suo manager e il possente Johnson in breve iniziò a dimostrare un talento sportivo eccezionale, tanto osannato quanto osteggiato. A seconda del colore della pelle.

Nel 1902 Jack Johnson aveva alle spalle già una cinquantina di vittorie contro avversari più blasonati e riuscì a conquistarsi pochi anni dopo anche il titolo di campione del mondo. Però quella villa in un quartiere residenziale e quella Ford T così ostentata erano un colpo troppo basso da sopportare per l’America più fanatica. Il pugile sembrava non curarsene affatto, infilando un traguardo dietro l’altro. Nella “battaglia del secolo”, mandò al tappeto pure il famoso James J. Jeffries, il quale lo affrontò per “difendere l’orgoglio bianco”. Una vittoria che gli rese 65.000 dollari, contribuendo a distruggere il grande sogno dei latifondisti del sud, oltre che a dare inizio a un progressivo ingresso di ragazzi neri nelle competizioni pugilistiche professionali.

Johnson però, nell’affondare la morale del suo tempo in un ring forse troppo grande persino per lui, finì per esasperare quelle tensioni che si portava dietro con tanta premura, trasformandole in un capo d’accusa che gli avrebbe riaperto presto le porte del carcere.

Già, perché oltre alla boxe e alle auto di lusso, la grande passione del campione erano le donne. Bianche, per giunta. Al suo matrimonio con Lucille Cameron, alcuni ministri del culto auspicarono il linciaggio dello sposo, ma di certo nemmeno loro avevano previsto quanto potessero essere infinite le vie del razzismo americano. Applicando molto alla larga la “Legge Mann” contro la prostituzione, Jack Johnson venne arrestato il 18 ottobre 1912, con l’accusa di aver “trasportato donne da Stato a Stato per propositi immorali”. Una farsa ideata per piegare il pugile, che alla fine da detentore indiscusso del titolo dei pesi massimi divenne il detenuto 15461.

La carriera si avviò quindi al suo declino, rapida come era iniziata. La politica della maggioranza bianca era riuscita una buona volta a mandarlo giù. In basso, fino a quel giorno in cui lasciò un ristorante arrabbiato e di pessimo umore. Gli avevano rifiutato la cena perché lì non servivano gente di colore e, così, viaggiando a tutta velocità per fuggire lontano dai suoi fantasmi, non vide una curva in fondo alla strada, finendo tragicamente quella battaglia che aveva sfiancato per tutta la vita.

Era stato una star, consapevole della propria fama. Era apparso sui giornali, in radio e nei documentari. Era ricco, si era finalmente costruito la sua fortuna, ma aveva combattuto soprattutto per difendere il suo diritto di uomo a vivere un’esistenza libera dalle costrizioni del razzismo. Nonostante la sua America abbia fatto di tutto per ricordargli di stare al proprio posto, Jack Johnson non si è arreso mai, anche quando ha incassato i colpi più pesanti.

Aveva vinto di tutto e perso forse ancora di più. A restituirgli il rispetto che avrebbe meritato è stato il jazzista e compositore Miles Davis, che in “A tribute to Jack” ha ripreso in musica le parole del pugile, dure e decise, come i suoi pugni: “Sono nero. Non mi hanno mai permesso di dimenticarlo. E non permetterò mai che lo dimentichino!”.

 
(Credits: Getty Images)