LE SCONFITTE (QUASI) IMPOSSIBILI: HAMILTON, LUNA ROSSA, NIBALI E L’NBA

LE SCONFITTE (QUASI) IMPOSSIBILI: HAMILTON, LUNA ROSSA, NIBALI E L’NBA

LE SCONFITTE (QUASI) IMPOSSIBILI: HAMILTON, LUNA ROSSA, NIBALI E L’NBA

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“Partita è finita quando arbitro fischia”.

Vujadin Boskov lo diceva già una trentina abbondante di anni fa: fino a che c’è vita, un pallone da rincorrere, un metro da percorrere o un giro da completare, meglio restare in guardia ed evitare di farsi prendere dai facili entusiasmi. Altrimenti rischiate di fare la fine di Lewis Hamilton, che non più tardi di una settimana fa ha perso un mondiale che teneva saldamente in mano, tutto per colpa di un episodio che definire fortuito è fin troppo scontato (l’incidente di Latifi e il relativo ingresso della Safety Car). Insomma, di vittoria sfumate sul più bello per fatti o avvenimenti indipendenti dalla propria volontà ne è piena la prosopopea sportiva. E quanto accaduto ad Abu Dhabi è solo l’ultimo episodio di una lunga serie.

HAMILTON, I DUE LATI DELLA MEDAGLIA

Quando mancavano appena 6 giri alla fine del gran premio che l’avrebbe incoronato re per l’ottava volta in carriera (mai nessuno come lui), Lewis Hamilton stava letteralmente volando sull’asfalto di Abu Dhabi. E aveva obbligato la Red Bull e Max Verstappen a una rincorsa affannosa, che senza un evento di quelli fuori dall’ordinario mai si sarebbe potuto coronare. Alla fine il botto di Latifi è stato l’elemento che ha cambiato per sempre la storia: 5 giri dietro la Safety Car, uno appena di corsa vera, ma sufficiente per consentire all’olandese (che aveva gomme più fresche e performanti) di effettuare il sorpasso a poche curve dal traguardo, prendendosi un mondiale che solo una manciata di minuti prima vedeva ormai col binocolo. Hamilton alla fine è stato ripagato con la medesima moneta che era toccata a Felipe Massa nel 2008: il brasiliano, vincendo a Interlagos il gran premio conclusivo della stagione, per qualche istante ha potuto urlare al mondo la sua gioia, professandosi (numeri alla mano) campione del mondo. Tutto merito (o colpa) della pioggia, caduta negli ultimi due giri della pazza corsa brasiliana, tale da mandare in crisi chi aveva montato pneumatici da asciutto e non con mescola intermedia. Alla fine a patire più di tutti fu Timo Glock, pilota dalla Toyota, che si ritrovò di colpo superato da diverse vetture in quanto impossibilitato a tenere le ruote sul tracciato. L’ultimo a superarlo fu proprio Hamilton, che grazie a quell’ultimo sorpasso riuscì a garantirsi quel punticino buono per tenere Massa alle proprie spalle nella classifica mondiale. Fosse durato un giro in meno il GP, nell’albo d’oro oggi ci sarebbe impresso il nome di Massa. Campione del mondo si, ma per appena 38 secondi.

I SALTI DI VENTO CHE HANNO CONDANNATO LUNA ROSSA

Quando a marzo la carovana della vela mondiale si diede appuntamento ad Auckland, in Nuova Zelanda, per la 36esima edizione dell’America’s Cup, tutti erano concordi nel considerare Emirates Team New Zealand il grande favorito per la vittoria finale. Luna Rossa Prada Pirelli però era sul punto di mandare all’aria i piani dei Kiwi: barca performante, uscita alla grande dalla Louis Vuitton Cup, quella italiana appariva alla stregua di una brutta gatta da pelare per gli uomini vestiti di nero. Tanto che dopo le prime quattro giornate di gara il punteggio della sfida recitava 3-3. La settima regata avrebbe rappresentato un vero e proprio spartiacque: New Zealand partì meglio, ma dopo la seconda boa cadde in acqua, perdendo oltre 4’ prima di riuscire a rialzare il foils e riprendere velocità. La tavola pareva ormai apparecchiata per gli uomini di Luna Rossa, che pure all’ultima boa dovettero fare i conti a loro volta con un salto di vento e una drammatica caduta in acqua, con lo scafo ripartito dopo oltre 8’. E nel frattempo i neozelandesi avevano già fatto nuovamente il vuoto, andando a prendersi il punto e indirizzando definitivamente la serie finale, poi conclusa con altri tre successi per il 7-3 finale.

NIBALI, UNA SCIVOLATA CHE FA ANCORA MALE

Nel ciclismo basta poco per vedere infranti i sogni inseguiti una vita. Pensate a Vincenzo Nibali alle Olimpiadi di Rio 2016: il siciliano, grande favorito della vigilia, stava facendo tutto quello che aveva programmato quando dal traguardo lo dividevano ormai una manciata di chilometri appena. Stava sferrando l’attacco decisivo in discesa, suo pane quotidiano, con Henao e Majka già al gancio, quando l’asfalto reso viscido dalla pioggia e da un po’ di vegetazione che cresceva spontanea ai lati si rivelò per lui fatale, facendolo scivolare violentemente a terra e procurandogli una doppia frattura. Aveva percorso quel tratto già altre volte quel giorno, ma l’ultima gli fu fatale. Benché il ciclismo non sia una scienza esatta, è opinione diffusa ritenere che senza quella caduta sarebbe risultavo quasi impossibile per i rivali portar via la medaglia d’oro dal collo di Nibali, poi vinta da Greg van Avermaet in rimonta su Majka (Henao era caduto nel tentativo di evitare proprio Nibali). Il siciliano però quell’anno aveva approfittato di un colpo di fortuna al Giro, quando la maglia rosa Kruijswijk nella tappa del Colle dell’Agnello andò a sbattere contro un banco di neve, perdendo minuti preziosi che gli costarono la vittoria finale. E che dire della Parigi-Roubaix dello scorso ottobre e della sfortuna che s’è accanita su Gianni Moscon: con oltre un minuto di vantaggio sugli inseguitori a 30 km dall’arrivo, il trentino ha prima pagato dazio a una foratura, perdendo una trentina di secondi, quindi è scivolato sul pavé intriso di fango e ghiaccio, venendo ripreso ai -16 dal traguardo. Nel velodromo concluderà la prova al quarto posto, gioendo per la vittoria di Colbrelli e promettendo di volerci riprovare.

ANCHE LE STELLE NBA FANNO CRACK

Gli infortuni nello sport sono un fattore e in NBA nel decennio scorso se ne sono accorti in tanti. Prendente le Finals 2015: i Cleveland Cavaliers di LeBron James sono a un passo dalla storia, opposti a quella macchina perfetta che risponde al nome dei Golden State Warriors. La serie è incerta e avvincente: Cleveland l’affronta senza Kevin Love, infortunatosi durante i play-off, e al termine di gara 1 perde nei supplementari pure Kyrie Irving, col rimpianto di non aver sfruttato sulla sirena dei 48’ la palla per vincere la partita. LeBron è in versione onnipotente e ribalta l’inerzia della serie: la vittoria in gara 3 è qualcosa di commovente, con i Cavs ridotti a 6 uomini (più Jones e Miller, accreditati di qualche spicciolo giusto per far rifiatare i compagni) e Dellavedova costretto a ricorrere a una flebo a fine partita per recuperare le forze. Chiaro però che alla lunga la maggiore profondità dei Warriors si rivela determinante e l’anello finirà in California. Ma i Warriors a loro volta conosceranno l’amaro gusto di ritrovarsi con l’infermeria piena in una Finals nel 2019: contro i Toronto Raptors, guidati da Kawhi Leonard, Steph Curry è più solo del solito. Durant non è al meglio, alta le prime 4 sfide e appena rimette piede in campo in gara 5, con la serie sul 2-2, regala 11’ di puro godimento. Ma la malasorte è in agguato: il tendine è al limite e fa crack, togliendolo dalla mischia. Toronto vince e si presenta in California per gara 6 con la voglia di chiudere i conti: la battaglia è totale, ma a metà del terzo quarto, quando salta il legamento crociato a Klay Thompson (che prima di uscire dal campo segnerà comunque due liberi, pur se infortunato), l’anello prende la via del Canada.

(Credits: Getty Image)

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