Weekend ovale, pandemia permettendo

Weekend ovale, pandemia permettendo

Weekend ovale, pandemia permettendo

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Tra tutti gli sport di squadra che vanno per la maggiore, è senza dubbio il rugby a presentare le maggiori controindicazioni rispetto all’emergenza sanitaria globale. Tra esempi virtuosi (la bolla della NBA ha funzionato benissimo) e meno encomiabili (il pasticciaccio brutto di Juventus-Napoli, forse non ancora concluso, ma anche il caos dell’Eurolega di pallacanestro), ogni disciplina è alle prese con due necessità difficilmente armonizzabili: scendere in campo per arginare una situazione economica già critica, a prescindere dal virus, e monitorare con cura la situazione sanitaria di tesserati, operatori ed eventuale pubblico. Non sembra facile neppure a scriverlo, figuriamoci a metterlo in pratica.

Sedici uomini avvinghiati l’uno all’altro, che si alitano addosso, sforzando e spingendo sino allo stremo della fatica nella contesa d’un ovale di cuoio sono davvero qualcosa ben oltre l’assembramento: il buon vecchio rugger è, né più né meno, sport di contatto per eccellenza, giacché il trovarsi pelle-a-pelle, sudore-con-sudore è parte fondante, più che integrante, del gioco. Chissà che l’idea della bolla non si faccia strada anche qui, in una stagione strana che più strana non si può. L’ultima notizia, ieri sera, è la rinuncia al Rugby Championship (il “4 nazioni” dell’emisfero australe) da parte del Sudafrica campione del mondo: un pessimo colpo per il movimento e per il torneo, posto che la decisione degli Springbok non è, comunque insensata. Avanti con un Tri Nations 2020, confidando in protocolli e fortuna.

Così come speriamo che la realtà non obliteri quanto stiamo scrivendo, tra stasera e domenica mattina si disputeranno tre partite rilevanti, una sorta di “anticipo” di quel che potrebbe, è l’augurio, offrirci un autunno sulla carta generoso. Si tratta di due finali europee, in entrambi i casi confronti tra francesi e inglesi, cui si somma la rivincita d’uno dei Test match più affascinanti al mondo, Nuova Zelanda-Australia, a pochi giorni dal clamoroso pareggio consumatosi la scorsa settimana.

Vendredi soir à Aix-en-Provence
Serata di couvre-feu nella bella città provenzale: l’annuncio televisivo di Macron, mercoledì, non ha sorpreso più di tanto, giacché la notizia d’un restringimento (temporaneo, si spera) della socialità aleggiava da tempo. In uno stadio David Maurice privo di spettatori, dunque, a contendersi la Challenge Cup saranno il Toulon tre volte campione d’Europa nel ciclo forse irripetibile 2013-2015 (c’era il nostro Castrogiovanni, ma pure campioni assoluti del calibro di Bryan Habana, Drew Mitchell, Ali Williams…) e i Bristol Bears, società che a dispetto dei 132 anni dalla fondazione non può vantare un blasone lontanamente paragonabile a quello dell’RCT.
Il cammino verso la finale ha visto i transalpini, #1 del tabellone al termine della fase a gironi, superare i gallesi Scarlets per 11-6 (meta del nostro Sergio Parisse, al 56’) e i Leicester Tigers inglesi, al termine d’una partita condotta con autorità (34-19 il risultato finale). Gli Orsi inglesi, però, hanno letteralmente impressionato nel corso dei play-off, a partire dal 56-17 con cui hanno asfaltato i Dragons gallesi, per confermare l’impressione con il 37-20 nella semifinale contro i Bordeaux Bégles: assai caldo il piedino di Callum Sheedy, apertura classe 1995 che dopo anni di dubbi sin troppo strascicati sembra aver scelto, rispondendo alla convocazione del Galles nella Autumn Nations Cup delle prossime settimane; il ragazzo, tra quarti e semifinale, ha calciato 19 volte centrando i pali in 16 occasioni, niente male come biglietto da visita.
Il pronostico vuol favoriti i Bears, ma contro una compagine che non ha certo dimenticato come si vince e schiera vecchie lenze quali Sergione da La Plata e Toeava supportate da talenti usciti dall’Under 20 Bleue (Gros, Carbonel e Cordin su tutti), ci pare ovvio che il match non abbia padroni designati. Sbilanciandoci, diremmo RC Toulonnais.
Bristol’s Saturday Night Live
Chissà se, in caso di vittoria in Challenge, i Bears presenzieranno all’Ashton Gate Stadium, “casa” loro e del Bristol City F.C. (cadetteria calcistica inglese), sabato sera: un calendario malandrino ha fatto sì che la finale più importante si giochi proprio nell’impianto d’un club in corsa per l’altro titolo. Sotto la direzione vigile dell’iconico Nigel Owen (arbitro gallese la cui fama supera di parecchio quella di gran parte dei giocatori a causa sia della bravura sia del coming out gay di qualche anno fa), si sfideranno Exeter Chiefs e Racing 92, in una specie di rivincita anglo-gallica a distanza di 24 ore.
Entrambe le squadre sono novizie a queste altitudini: i Capi, campioni della Premiership 2017, non vantano successi continentali nonostante i 149 anni di esistenza; i parigini si giocano, invece, la terza finale Champions della propria storia, dopo le delusioni del 2016 e del 2018 con le sconfitte subite per mano dei Saracens e di Leinster.
Il percorso verso l’ultimo atto ha visto Exeter vincere e convincere, prima, sui connazionali Northampton Saints (38-15), poi, sui transalpini del Toulouse, superati 28 a 18, con l’ottimo contributo della famiglia Simmonds: il più giovane Joe, mediano d’apertura, è stato infallibile nei 9 calci (8 conversioni) effettuati, conditi peraltro dall’ultima meta in semifinale, subito dopo quella realizzata dal fratello maggiore Sam, terza linea. Il Racing 92, per contro, ha dovuto battagliare non poco: dal 27-36 corsaro a Clermont dei quarti al 19-15 interno contro i Saracens, superati dalla meta dell’argentino Imhoff al 76’ poi coronata dal piede di Maxime Machenaud. L’impressione è che se la partita si dovesse mettere sul piano dei nervi, i francesi potrebbero dare un bel dispiacere ai pur favoriti britannici. Chissà chi vincerà, alla fine, questo Inghilterra-Francia per interposte squadre.
Un’altra notte per la Bledisloe Cup
E chissà con quali sentimenti scenderà in campo l’apertura australiana Reece Hodge, sullo stesso campo che pochi giorni fa lo ha visto sfiorare l’impresa d’una marcatura di piede all’83’ (tempo abbondantemente scaduto), da quasi 60 metri, gesto tecnico che sarebbe rimasto sicuramente negli annali d’un “classico” quale lo scontro tra Nuova Zelanda e Australia. Sul tabellino, invece, s’è impresso un non meno storico 16 pari: considerando il nulla-di-fatto evento assai raro in ambito rugbistico, non si può non notare il singolare caso d’un altro pareggio, anch’esso un 16-16 e sempre in terra neozelandese, nel luglio 2019, tra All Blacks e Sudafrica. Quel sorprendente draw lanciò gli Springbok alla conquista, prima, del Championship australe, poi, del secondo titolo iridato, in Giappone a novembre.
Tornando al match di Wellington di domenica scorsa, quanto intravisto e intraletto suggerisce l’idea d’un incontro vibrante, teso, deciso dai dettagli, incluso l’avanti del kiwi Rieko Ioane e la decisione neozelandese di non provare il drop nel convulso finale. In questo autentico replay, le quote favoriscono come sempre gli AB, ma la sensazione di chi scrive è che gli Wallabies possano avere in canna il colpo per tornare a vincere in terra avversaria dopo oltre 8 anni (20 aprile 2012, 12-20 a Auckland) e, chissà, magari pure la coppa intitolata a Charles Bathurst, primo visconte di Bledisloe, dopo 18. Andiamo a sensazioni, e un po’ ci crediamo. L’assenza di George Bridge tra i padroni di casa rafforza l’idea, per quanto se c’è una nazionale al mondo che non ha grossi problemi quanto a profondità della rosa, quella è proprio la neozelandese.

 

Italrugby e quant’altro
Intanto, anche tra le file della Nazionale italiana s’annovera un positivo al Covid-19: si tratta del giovane mediano di mischia Stephen Varney, classe 2001, gallese di madre italiana, tra gli ultimi “acquisti” in campo azzurro. Il ragazzo è per sua fortuna asintomatico e dovrà osservare il canonico periodo di quarantena, mentre i compagni saranno impegnati nella preparazione dei match di recupero del Sei Nazioni 2020 (24 ottobre a Dublino; 31 ottobre a Roma con l’Inghilterra) oltre che nei 3 impegni della Autumn Nations Cup, prima edizione d’un torneo del quale, francamente, nessuno avvertiva la mancanza (in pratica, si sovrappone ai consueti Test Match autunnali).
Ormai, la tendenza, in ogni sport, è quella di spremere il limone quanto più possibile, a prescindere da quanto succo veramente contenga.

Buon ovale a tutti.

(Credits: Getty Images)

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Igor Vazzaz Toscofriulano, rockstar egonauta e maestro di vita, si occupa a vario titolo di teatro, sport, musica, enogastronomia e scommesse, non necessariamente... VAI ALLA PAGINA AUTORE