JOE DI MAGGIO, LO YANKEE DEI RECORD CHE AMò IL BASEBALL E MARILYN MONROE

JOE DI MAGGIO, LO YANKEE DEI RECORD CHE AMò IL BASEBALL E MARILYN MONROE

JOE DI MAGGIO, LO YANKEE DEI RECORD CHE AMò IL BASEBALL E MARILYN MONROE

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“Where are you gone, Joe Di Maggio? A nations turns its lonely eyes to you…”

Già, una nazione voltava gli occhi verso di te, caro Joe. Un invito giunto da Simon & Garfunkel in una canzone di denuncia, benché il titolo (Mrs. Robinson) non c’azzeccasse granché. E lo stesso Di Maggio all’inizio non comprese del tutto il suo significato: era forse un modo poco carino per dire che la sua carriera era giunta al crepuscolo? Quando lo chiese a Paul Simon, restò molto sorpreso nel sentirsi dire che in realtà quel “where are you gone” stava a testimoniare che il popolo a stelle strisce aveva proprio nostalgia di quell’eroe che anziché dividere le folle le univa, facendole sentire parte di qualcosa di più grande. Di Maggio, fiere origini italiane, era dunque considerato uno dei grandi eroi americani, per giunta in un periodo storico (cioè la fine degli anni ’60, con la guerra in Vietnam già divenuta oggetto di contesa tra le masse) nel quale certi riferimenti erano andati a farsi benedire. Non fosse bastata una carriera di primattore nel mondo del baseball, quei versi celebrarono una volta di più Di Maggio e lo consegnarono alla leggenda più di quanto le sue imprese sportive erano già riuscire a fare.

 

DALLA SICILIA ALLA CONQUISTA DELLA GRANDE MELA

Per andare ai primordi della storia bisogna sbarcare sull’Isola delle Femmine, hinterland di Palermo. È da lì che Giuseppe e la sua sposa Rosalia decisero di imbarcarsi su una nave e attraversare l’oceano ai primi del Novecento, decidendo di fatto che il piccolo Joseph Paul (nato il 25 novembre 1914) di italiano avrebbe avuto il cognome, le origini e poco altro. Perché le abitudini a stelle e strisce lo accompagneranno per tutta la vita, facendone uno dei primi grandi divi dello sport americano. E se Babe Ruth aveva fatto scoprire all’America la potenza evocativa del baseball, Di Maggio l’avrebbe portata a un livello ancora superiore. L’adolescenza trascorsa in California, la terra dove si erano stanziati i suoi genitori, lo aiutò a far diventare quella che inizialmente era solo una passione in qualcosa ben più attinente a una professione. E che il baseball fosse una vocazione di famiglia, nonostante il papà l’avesse voluto con sé a lavorare su un peschereccio, lo si intuì meglio quando anche il fratello Dom provò a ripercorrerne le orme, dopo che già la platea di appassionati aveva compreso di trovarsi di fronte a un giocatore unico nel suo essere fuoriclasse, tanto in campo quanto fuori.

 

RECORD SU RECORD PER UNA CARRIERA INIMITABILE

Svezzato dai San Francisco Seals, squadra con la quale milita nella Minor League, nel 1934 Di Maggio passa ai New York Yankees, la squadra alla quale si concederà vita natural durante per il resto della carriera, collezionando in 13 stagioni una serie di trionfi e di record che ancora oggi restano scolpiti nei libri di storia. Trascinati da Joe, il più grande battitore di tutti i tempi (2.214 le battute valide mandate a referto), gli Yankees conquistano ben 9 World Series a cavallo tra il 1936 e il 1951 (e per quattro anni, durante la Seconda Guerra Mondiale, il campionato venne sospeso), con Di Maggio che per tre volte conquista il titolo di MVP della lega e per 13 volte partecipa alla gara delle stelle. Ancora oggi detiene un record difficilmente eguagliabile: per 56 gare consecutive, tra il 15 maggio e il 16 luglio 1941, mette a segno una battuta valida, tanto da meritarsi il soprannome di Joltin’ Joe per la capacità con la quale sparava via la pallina in ogni angolo del campo, spesso anche fuori. Un’epopea unica e irripetibile che consegna all’italo-americano una fama che travalica i confini dello sport, tanto che nel 1937 recita nella prima pellicola cinematografica dal titolo “Manhattan Merry Go-Round”, cui seguiranno nel corso dei decenni successivi 20 apparizioni in altri lavori hollywoodiani, oltre a numerose pubblicità e altri prodotti tv. La fama lo precedeva ovunque andasse, ma il merito di ciò non era solo del baseball e delle sue vittorie.

 

MARYLIN, IL GRANDE AMORE DELLA SUA VITA

Dopo un matrimonio durato 4 anni con l’attrice Dorothy Arnold, conosciuta sul set del suo primo film e madre di Joe jr. (l’unico erede del giocatore, col quale peraltro ebbe un rapporto molto burrascoso, pur lasciandogli un bel vitalizio nel testamento), all’inizio degli anni ’50, appena dopo aver concluso la carriera agonistica, il nome di Di Maggio viene costantemente accompagnato a quello di Marilyn Monroe. Galeotta fu una rivista trovata sulla sedia del barbiere: arrivato a leggere un servizio dedicato ai Chicago White Sox, all’occhio di Joe balzò all’occhio una modella bionda che posava per un servizio fotografico con alcuni giocatori.Fu amore a prima vista: grazie all’ex compagno di squadra Gus Zernial, Di Maggio riuscì ad arrivare dopo una lunga ed elaborata ricerca a contattare la Monroe, con la quale s’incontrò per la prima volta al ristorante Villa Capri di Los Angeles nel 1952. La notizia si diffuse però sui media, e di conseguenza la coppia finì ben presto sotto i riflettori. Quando il 14 gennaio 1954 i due si unirono in matrimonio, in America non si parlò d’altro. Ma la liaison sarebbe durata poco: la gelosia di Joe e i molteplici impegni di Marilyn fecero ben presto precipitare la situazione. Quest’ultima peraltro venne scoperta a tradire il marito con Hal Schaefer, insegnante di dizione dell’attrice, e Di Maggio andò in crisi. La decisione di chiedere il divorzio fu eredità di un’altra scenata di gelosia sul set di “Quando la moglie è in vacanza”, con la famosa scena della gonna di Marilyn che si alza per effetto dello spostamento d’aria provocato dalla metropolitana di NY. I due rimasero comunque in contatto fino alla morte della Monroe, avvenuta nel 1962, con Di Maggio che pretese di organizzare le esequie al punto da essere anche l’ultimo uomo ad averla vista prima che la bara venisse chiusa. Una scena che ancora oggi fa tenerezza al solo pensiero: ripeté tre volte “Ti amo”, scoppiando poi in lacrime davanti alla folla. Per 20 anni, tre volte a settimana Joe avrebbe inviato un mazzo di rose, dedicate all’amore più grande della sua vita.

 

JOLTIN’ JOE NON SE N’È MAI ANDATO

La relazione con Marilyn contribuì ad accrescere ulteriormente la fama di Joe, anche se paradossalmente finì per oscurare un po’ i suoi successi sul campo. Quando nel 1969 accettò di allenare gli Oakland Athletics, proprio nell’anno del centenario della nascita del baseball, venne nominato da un sondaggio miglior giocatore vivente. Gli ultimi anni di vita li trascorse a cavallo tra la California e la costa dell’est, ma spesso facendo qualche comparsata anche in Italia, paese al quale è sempre rimasto legato e dove è tornato ben volentieri per visite ad amici e parenti (famosa l’estate del 1976, quando per diverse settimane fece parte dello staff della formazione di Grosseto). Molti presidenti degli Stati Uniti vollero incontrarlo per parlare insieme delle gesta da giocatore, a riprova di un amore sconfinato che i suoi concittadini gli hanno sempre tributato. Quando nel 1998 viene operato per un cancro ai polmoni, Joe intuisce che i suoi giorni sono prossimi alla fine. Morirà l’8 marzo 1999, accompagnato dal calore dei suoi familiari e di tanti amici che lo hanno fatto sentire sempre il Joltin’ Joe che ammaliava gli stadi di mezza America. E non sorprende che di lui si parli ancora oggi: nel 2020 un biglietto di scuse diMarilyn è stato battuto all’asta per quasi 100mila dollari, mentre l’Isola delle Femmine (di cui venne nominato cittadino onorario) gli ha dedicato di recente una mostra. “What’s that you say, Mrs. Robinson? Joltin’ Joe has left and gone away”, cantavano Simon & Garfunkel. Ma forse Joe non se n’è mai andato per davvero.

 

(Credits: Getty Images)

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