Donovan Mitchell: non chiamatelo semplicemente “Rookie”

Donovan Mitchell: non chiamatelo semplicemente “Rookie”

Donovan Mitchell: non chiamatelo semplicemente “Rookie”

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Quando si è messo la felpa della contestazione, una manciata di giorni prima dell’inizio dei Playoff, è stato apostrofato come sbruffone. L’infondata critica a distanza a Ben Simmons – rookie è chi gioca al primo anno, poco conta il Draft in cui è stato scelto, Donovan – ha contribuito ad alzare la colonnina dell’hype attorno al prodotto di Louisville. La prima esperienza in post-season gli avrebbe tagliato le gambe o si sarebbe confermato come una delle colonne portanti dei Jazz, una delle migliori squadre della lega?

Sponsor bene in vista, medaglione al collo, cuffie di quella marca legata al famoso rapper, zainetto Supreme: Spida è il vostro amico simpatico, un po’ guascone, che ascolta Kendrick Lamar e si presenta al calcetto con la terza maglia della Nazionale messicana. Una rara qualità in più: gioca divinamente a pallacanestro.

Quando il potenziale Difensore dell’Anno Rudy Gobert, tra novembre e gennaio, ha saltato 26 partite, la stagione di Utah era ad un passo dal baratro. A fine gennaio, dopo una dolorosa e sonora sconfitta sul campo dei derelitti Atlanta Hawks, il record recitava 19-28. Anche grazie al ritorno del centro francese, Utah ha poi chiuso la stazione con un parziale di 29 vittorie e 6 sconfitte (contro Portland, Houston, a San Antonio al supplementare, di nuovo contro gli Hawks – questo sì che è strano – e nell’ultima di stagione regolare a Portland). Un rullino di marcia incredibile.

Dopo un gennaio con due escursioni oltre i 30 punti e una oltre i 40 – il suo career-high rimane però una straordinaria prova da 41 punti (record di franchigia per un rookie) contro i Pelicans – ha finito in leggero calo la regular season. (Secondo una categoria tutta sua, sia chiaro: trovare un giocatore al primo anno così decisivo è rarissimo. Solo l’altrettanto spaziale stagione di Ben Simmons si frappone tra lui e il premio di Matricola dell’Anno). Se marzo è stato il mese peggiore al tiro (29% dall’arco) della sua giovane carriera, ai Playoff è arrivata quella consacrazione di cui Utah aveva bisogno per superare l’ostacolo OKC.

Con una Usage% vicina al 30% – un valore simile a quello di Stephen Curry, LaMarcus Aldridge o DeMar DeRozan, per dire – il pupillo di coach Pitino ha addirittura aumentato tale valore ai Playoff: il 31.8% dei possessi dei Jazz erano sfruttati dal nativo di Greenwich, Connecticut. La normalità, per una matricola che alla prima esperienza di Playoff si trova davanti l’MVP in carica Russell Westbrook, calare un attimo la propria produttività. Donovan Mitchell non ci pensa nemmeno: nonostante un infortunio al piede in Gara 1, ha reso impossibile la vita di The Brodie, dominando la serie senza mai uscire da quello splendido sistema che coach Snyder gli ha cucito intorno. Nella decisiva Gara 6, tra le mura amiche di una Vivint Smart Home Arena in visibilio, Spida ha segnato 38 punti con 26 tiri, con 5 su 8 dall’arco.

Uno dei momenti migliori di tutto il primo turno di Playoff è il sincero abbraccio che coach Snyder riserva al suo giovane talento al termine di Gara 6. Un momento prima, il classe ’96 si era lasciato scappare un: “Dubitavate di noi, eh?”

Sull’allenatore di Mercer Island ha scritto recentemente Federico Ameli di NbaReligion.com: “[Nella stagione di Mitchell è stata decisiva] la mano del coach, che ha intravisto in Mitchell del potenziale e ha deciso di continuare a dargli fiducia. […] Oltre a fare sostanzialmente ciò che vuole palla in mano, sta dimostrando un’ottima attitutidine anche nella propria metà campo: in fondo, prima di riscoprirsi superstar, Mitchell era un ottimo prospetto 3&D.”

Se è impossibile sapere cosa sarebbe diventato Spida senza questo coach, questo contesto, anche solo se fosse rimasto Gordon Hayward in estate, è verosimile che già dopo un solo anno Charlotte e Detroit – tra le altre – si stiano mangiando le mani: aver scelto Malik Monk e Luke Kennard prima di Mitchell sembra ora una follia. Per Utah, small market team impossibilitato ad attrarre free agent di lusso se ce n’è uno, è fondamentale pescare bene al Draft. Rudy Gobert è arrivato alla #27 al Draft 2013; Mitchell alla #13 nel 2017; Joe Ingles è stato pescato dall’Europa, Royce O’Neale pure. Lo stesso Ricky Rubio è costato pochino ai Jazz: la scelta di OKC al Draft di quest’anno. Dennis Lindsey, GM dei Jazz, uno dei tanti dirigenti cresciuti a Spursello sotto l’attenta cura di R.C. Buford, ha costruito una fuoriserie con dei pezzi trovati in una discarica. Snyder è il fabbro che ha assemblato i pezzi. Ora Mitchell deve mettere il turbo.

Ciò che preoccupa la Western Conference sono i margini di miglioramento: nonostante si sia fermato due anni al college, non è un playmaker eccezionale. Se il suo ruolo nell’attacco alle volte stagnante dei Jazz è sostanzialmente quello di fare canestro (e lo fa maledettamente bene), diventasse anche una migliore fonte di gioco – implementando ad esempio l’intesa con Rudy Gobert – il suo ingresso nei migliori 20 giocatori della lega sarebbe inevitabile. Nella partita dei 38 punti di cui sopra, ad esempio, ha perso 5 volte il pallone a fronte di 2 soli assist. Ma i record già si sprecano ed è probabile che già l’anno prossimo potrebbe debuttare all’All-Star Game. Donovan Mitchell sta arrivando. Preparatevi.

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