NBA, ESSERE CLUTCH: LEBRON, CURRY, DURANT E QUELLI DELL’ULTIMO TIRO

NBA, ESSERE CLUTCH: LEBRON, CURRY, DURANT E QUELLI DELL’ULTIMO TIRO

NBA, ESSERE CLUTCH: LEBRON, CURRY, DURANT E QUELLI DELL’ULTIMO TIRO

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Voce del verbo “clutch”. Che dopotutto verbo neppure lo è, ma poco male: se ami gli sport americani e senti quella parolina magica, vuol dire allora che c’è da gustarsi o da decidere una partita in volata. Perché mai però un termine come “clucth”, che tradotto in italiano risponde a “frizione”, sia finito per etichettare uno dei momenti di maggiore pathos dello sport made in USA? Perché è proprio il rumore tipico della frizione che scatta a determinare il destino dell’una come dell’altra squadra. Un rilascio istantaneo che certifica l’esigua e sottilissima distanza tra l’inferno e il paradiso. Una linea di confine rilasciata a una manciata di centesimi dalla sirena, con gli occhi del mondo addosso e il respiro costretto a rallentare per non vanificare lo sforzo delle proprie mani. In Nba, ogni squadra che si rispetti ha il suo “clutch player”, l’uomo a cui affidare la palla quando questa più scotta. Decisivi nel bene o nel male, fautori degli umori di milioni di tifosi. La loro storia ha accompagnato quella stessa della disciplina: in principio fu Jerry West, mr. Logo (è sua la sagoma impressa sul marchio NBA), che tante gioie e pochi dolori regalò ai tifosi di Los Angeles, sponda Lakers. Ma il più grande di tutti, per ovvie ragioni, non può che rispondere al nome di Michael Jordan: solo nei play-off, cioè quando la posta s’impenna, MJ ha firmato 9 canestri clutch sui 18 tentati, regalando cioè 9 vittorie ai Bulls (ma nelle altre 9 occasioni non sempre è arrivata la sconfitta, perché spesso si era in parità e la gara si è semplicemente protratta ai supplementari). Alcuni memorabili, come quello del 1989 contro Cleveland o le due perle nelle Finals 1997 (il Flou-Game) e 1998 contro i Jazz, incluso l’ultimo canestro nell’ultima finale della carriera. Solo LeBron James in tempi recenti si è avvicinato Sua Altezza, con il canestro più iconico datato 2009 in gara 1 delle finali di conference (poi perse) contro i Magic.

L’ABBONDANZA DEI LAKERS: CROCE O DELIZIA?

Ogni squadra, come detto, ha il suo tiratore designato per l’ultimo possesso. Certo poi strategie e responsabilità possono cambiare in corso d’opera, ma in generale avere un “cluth player” sufficientemente affidabile è una priorità alle alte come alle basse latitudini. E beato chi ne può avere due o addirittura tre, vedi il caso dei Los Angeles Lakers: LeBron James di diritto, Anthony Davis e il neo arrivato Russell Westbrook per meriti sul campo. Paradossalmente il prescelto potrebbe persino mollare l’osso: troppo facile e scontato affidarsi a lui, e allora chissà che a coach Vogel non venga in mente di usare qualche fido scudiero per aumentare l’imprevedibilità (sempre che il Re sia d’accordo…). Ai Brooklyn Nets, l’altro superteam di stagione, pochi dubbi: va bene James Harden, ma Kevin Durant sta un gradino sopra e difficilmente lascerà ad altri l’ultimo possesso. Cosa che ad esempio Giannis Antetokounmpo fa sistematicamente nei suoi Milwaukee Bucks, dove il clutcher risponde al nome di Khris Middleton. Nessuna sorpresa invece in casa Mavericks e Nuggets, dove l’uomo dell’ultimo tiro viene per entrambe dai balcani: a Luka Doncic e Nikola Jokic le responsabilità sono sempre piaciute. Che dopotutto è ciò che ha sempre contraddistinto anche la carriera di Steph Curry, il miglior realizzatore della lega dall’arco, nonché il terminale offensivo più affidabile dei Golden State Warriors. A Phoenix, rivelazione dell’ultima annata, Devin Booker è l’uomo degli ultimi secondi, ben spalleggiato dalla regia di Chris Paul. A Portland c’è un solo candidato, e che candidato: Damian Lillard è probabilmente uno dei giocatori clutch più decisivi visti su un parquet da 10 anni a questa parte, e nonostante la sua voglia di cambiare aria per andare a cercare di lottare per il titolo non sia stata soddisfatta, certamente non si sottrarrà ai suoi compiti anche nella stagione che è alle porte. Ai Clippers, aspettando il rientro di Leonard, i palloni clutch passeranno tutti dalle mani di Paul George, mentre ad Atlanta nessuno si sogna di toglierli da quelle di Trae Young.

MIAMI HA IL SUO MAGGIORDOMO

A Est ce ne sono di squadre ambiziose. Tra queste i Boston Celtics, che hanno in Jayson Tatum un realizzatore affidabile quando la palla scotta. A Phila c’è stata una progressiva moria di tiratori, e allora tanto vale affidarsi al gigante Joel Embiid. Miami invece ha trovato il suo… maggiordomo per i secondi finali: è Jimmy Butler, per la felicità di coach Spoelstra e compagni. Anche a NY, sponda Knicks, finalmente hanno trovato un realizzatore affidabile in Julius Randle, scarto (affrettato) dei Lakers. Indiana ha una pedina di assoluta qualità come Caris Levert, bel talento sin qui frenato solo dagli infortuni, Chicago per nulla al mondo si sognerebbe di togliere l’ultimo possesso a Zach LaVine, in continua crescita. A Toronto, lontani dai fasti che due anni fa condussero i Raptors a uno storico titolo, la ricostruzione passerà anche e soprattutto per le qualità di leader di Paskal Siakam, unica vera risorsa di un roster altrimenti giovane e inesperto. Orlando è un po’ più indietro in questo processo e chiederà alla matricola Jalen Suggs, scelto al draft alla numero 5, di poter essere decisivo da subito. Pure Detroit non se la passa benissimo, ben sapendo di non poter prescindere da Jeremi Grant. A Charlotte, la franchigia di proprietà di MJ, grande fiducia viene riposta in Terry Rozier, mentre la giovane Cleveland, in perenne ricostruzione dopo l’addio di LeBron, ha in Darius Garland una point guard capace di prendersi le proprie responsabilità quando più conta. Infine c’è Washington, dove Breadley Beal (se integro) è l’unico raggio di luce in mezzo a un grigiore diffuso, specie ora che RW se n’è andato.

MITCHELL LE VUOL SUONARE A TUTTI

L’Ovest negli ultimi anni è sempre più selvaggio e avere un buon tiratore è una necessità impellente per tutti. Ai Jazz che è deputato al compito è Donovan Mitchell, frenato da problemi fisici nell’ultima stagione, ma considerato uno dei migliori interpreti della lega nel ruolo. Memphis ha fatto progressi nelle ultime annate grazie anche al talento di Ja Morant, giovane ma già avvezzo a risolvere le gare nei secondi finali. Una prerogativa che Zion WIlliamson non ha ancora mostrato appieno, con somma preoccupazione dei New Orleans Pelicans che attendono solo un segnale dal proprio uomo franchigia dopo una prima annata un po’ ondivaga. A San Antonio, alla corte di Gregg Popovich, c’è una squadra giovanissima e tutta da plasmare dove Dejonte Murray è una delle poche certezze, nonché il tiratore più affidabile. Sacramento da anni cerca di farsi strada e ritrovare la via maestra: De’Aaron Fox è uno dei pochi bagliori di luce e quando conta sa prendersi le proprie responsabilità. Anche Minnesota è perennemente nel limbo, anche se da quando è arrivato D’Angelo Russell qualche progresso si è visto. Pure Houston è in fase di rebulding, tanto da affidarsi anima e cuore al promettente Jalen Green, appena pescato alla numero 2 all’ultimo draft. Infine OKC, la squadra con più scelte a disposizione al draft nei prossimi 4 anni, è già entrata nel futuro grazie al talento di Shai Gilgeous-Alexander, non a caso appetito anche da club di fascia superiore.

(Credits: Getty Image)

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