Quale futuro attende i San Antonio Spurs?

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La più incredibile, assurda e imperscrutabile stagione degli Spurs dell’era Popovich (per capirci: Pop ha iniziato ad allenare nel Texas quando la Playstation non esisteva ancora) è iniziata 34-19. Kawhi Leonard stava recuperando – lentamente, ma era tornato in campo – e diversi giovani interessanti avevano guadagnato spazio nelle rotazioni. L’esempio, in questo senso, è il duttile esterno lettone Davis Bertans: quasi 24 minuti di media a gennaio, quasi 20 nel mese successivo, solo garbage time ad aprile.

Da febbraio in poi, il meccanismo perfetto che ha permesso per anni agli Spurs di essere più forti della somma delle loro parti non è riuscito più a sopperire ad una così grave mancanza di talento. Kawhi non ha più giocato; Ginobili e Parker hanno saltato 42 partite combinate; Rudy Gay (uno dei papabili vincitori al premio di Sesto Uomo dell’Anno in varie preview estive) ha convissuto con dolori vari tutto l’anno; Danny Green ha saltato una dozzina di partite; LaMarcus Aldridge (altro All-Star della squadra) ha sì giocato 75 partite (massimo in carriera da 6 anni a questa parte) ma ogni qualvolta prendeva il raffreddore per San Antonio erano guai: Aldridge ha sicuramente dei difetti ed è in là con gli anni ormai, ma spesso e volentieri gli Spurs hanno trovato in lui l’unica fonte di canestri (2-5 senza di lui in stagione regolare).

Da febbraio, il record è impietoso: 13-16 e un gentlemen sweep rifilato dagli Spurs al primo turno. Due i fattori principali, oltre alla già citata assenza di giocatori capaci di produrre punti dal nulla. 1) Le nubi che circondano la situazione di Kawhi Leonard. Il prodotto di San Diego State è sostanzialmente un mistero. Si sa che ha problemi fisici, che per lo staff medico degli Spurs poteva rientrare quantomeno per i Playoff, che San Antonio non vuole scambiarlo e lui dice di non volersene andare, che – soprattutto – potrebbe uscire dal contratto già nell’estate 2019. Al momento dovrebbe essere con un suo staff medico a New York per scongiurare qualsiasi ricaduta, ma non si è fatto vedere a bordocampo per sostenere i suoi ai Playoff. Che si sia rotto qualcosa? O sta solo cercando di pensare agli anni a venire? La prossima stagione in questo senso fornirà risposte in più.

2) Il logorio di una squadra che, mai come quest’anno, è sembrata vecchia. Alla canna del gas, con l’avanzare della stagione. Dopo una ventina di partite, Tony Parker è stato relegato alla panchina; Danny Green (che in estate potrebbe – non lo farà, ma potrebbe – uscire dall’ultimo anno di contratto: $10 milioni) ha vissuto un’altra stagione con più bassi che alti e ormai la carta d’identità dice 31; Pau Gasol (il cui contrattone è il vero elefante nella stanza) gioca ormai stabilmente una ventina scarsa di minuti a sera e non è più neanche l’ombra del meraviglioso giocatore apprezzato tra Memphis, Los Angeles e Chicago.

Gli Spurs sono la squadra che corre meno nella lega (29° Pace), che non è una cosa per forza negativa, ma se il 17° Offensive Rating potrebbe trarre vantaggio da qualche punto facile in transizione in più. Sono rimasti in vita (si rischiava, verso fine marzo, la prima non-apparizione in post-season dopo una generazione) grazie a due mantra del sistema di Gregg Popovich: la difesa (quarti in DefRtg) e le poche palle perse (sesti nel rapporto assist/turnover). Durante il primo turno, inoltre, la morte della moglie Erin ha costretto coach Pop ad abbandonare da Gara 3 la serie. Ettore Messina è sì riuscito ad evitare l’ottava sconfitta consecutiva ai Playoff per mano di Golden State, ma in Gara 5 è capitolato.

All’ombra dell’Alamo si prospetta un’estate rovente. Da anni (all’apparenza) dormiente, il General Manager degli Speroni, Robert Canterbury detto RC Buford, potrebbe premere il grilletto dando un aspetto tutto nuovo alla squadra. A cominciare, perché no, dalla panchina: coach Pop è il nuovo selezionatore della Nazionale americana e, a 69 anni, in tanti pensano potrebbe appendere la lavagnetta al chiodo nel prossimo futuro. Se già quest’estate, quella degli Spurs sarà al centro di un notevole walzer di allenatori. Phoenix, Orlando, New York, Atlanta e Charlotte già ne stanno cercando uno nuovo. Milwaukee si libererà al 99% di Joe Prunty, e avrà la carta “Allenare Antentokounmpo” da giocarsi. Memphis sembra voglia continuare con Bickerstaff, ma tra Mavericks, Clippers, Pistons, Nuggets, Blazers e Cavaliers nessun head coach può dormire sonni tranquilli. A San Antonio potrebbero promuovere Ettore Messina, che diventerebbe il primo europeo su una panchina NBA, oppure richiamare alla base i figlioli prodighi (sì, il coaching tree di Popovich fa spavento) Mike Brown, Monty Williams, Mike Budenholzer o addirittura Doc Rivers.

Una buona fetta degli Spurs 2018-2019 dipenderà, ovviamente, dalla salute di Kawhi Leonard. È plausibile che The Claw, avendo visto quanti soldi ha perso Isaiah Thomas giocando sul loro agli scorsi Playoff (non dimenticate: verosimilmente, un assegno di 9 cifre), abbia preferito un approccio più cauto. Comprensibile. Mai come ora, però, a San Antonio hanno bisogno di lui.

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