TANTI AUGURI MAGIC, L’UOMO CHE HA RISCRITTO LA STORIA DELLA PALLACANESTRO

TANTI AUGURI MAGIC, L’UOMO CHE HA RISCRITTO LA STORIA DELLA PALLACANESTRO

TANTI AUGURI MAGIC, L’UOMO CHE HA RISCRITTO LA STORIA DELLA PALLACANESTRO

4
0

Uno come lui oggi dovrebbero letteralmente inventarlo. Perché d’accordo, non sarà stato all’altezza di Micheal Jordan e di altri mostri sacri del gioco (Wilt Chamberlain, Julius Erving, Bill Russell e via dicendo), ma un posto nell’olimpo a Earvin “Magic” Johnson proprio non lo toglie nessuno. Se poi debba finire o meno nel Mount Rushmore dell’NBA, dove c’è posto solo per quattro facce, beh, quello è un problema che ognuno può contribuire a risolvere da sé.

La verità è che al netto di un talento comunque sconfinato è ciò che ha saputo fare dentro ma soprattutto fuori dal campo ad aver reso Magic l’icona che ha saputo diventare, un simbolo di una lega che anche grazie a lui ha saputo evolversi ed entrare in mercati inesplorati al momento del suo arrivo nel massimo campionato americano. Erano gli albori degli anni ’80: niente sarebbe stato più lo stesso, e Johnson in tutto questo ha meriti indiscutibili e facilmente riconoscibili.

LA SFIDA PIÙ GRANDE: ABBATTERE IL PREGIUDIZIO

Oggi che compie 63 anni, Magic è un uomo felice e tutto sommato innamorato della vita e dello sport. Non una cosa così scontata riavvolgendo il nastro di una trentina abbondante d’anni, quando cioè fece sapere al mondo intero di essere sieropositivo al virus dell’HIV. Quel giorno Earvin dovette morire una prima volta, in attesa di farlo una seconda quando vorrà il padre eterno: all’epoca quella diagnosi somigliava tanto a una condanna, benché poi la storia abbia dimostrato che l’esistenza terrena dell’uomo, prima ancora che del giocatore, non ne sarebbe stata intaccata.

Johnson dovette presentarsi davanti alle telecamere della sala stampa del Forum di Inglewood, teatro di mille imprese e battaglie con addosso la canotta 32 dei Los Angeles Lakers, per rendere partecipe il mondo di una diagnosi che avrebbe potuto abbatterlo. Temeva il giudizio della gente, ma trovò la forza per guardare tutti negli occhi: sua moglie Cookie aveva saputo da poco di essere in dolce attesa e lui temeva che potesse averla infettata (cosa che le analisi successivamente smentirono). Amici e colleghi, poi, si domandavano se alla fine l’AIDS sarebbe comparsa nella sua vita, rendendola un inferno. All’epoca era difficile pensare di scindere le due cose: convivere con l’HIV non era un’opzione ritenuta tale, ma Magic dimostrò una volta di più di essere un campione, battendo il pregiudizio e gli schemi beceri del tempo.

UN PLAYMAKER NEL CORPO DI UN… CENTRO

Solo un fuoriclasse del suo calibro sarebbe potuto arrivare a tanto. La percezione della malattia stessa cambiò grazie al coraggio e alla fiducia di Johnson, che nel novembre del 1991 si ritirò salvo poi tornare sui suoi passi qualche mese più avanti, giusto in tempo per guadagnarsi una chiamata alle olimpiadi del 1992 e finire nella squadra più iconica di sempre, vale a dire il Dream Team USA di Barcellona (di cui fu capitano).

Nato a Lansing, cittadina del Michigan, e quarto di 7 fratelli, Earvin sviluppò sin da bambino un’autentica predilezione per il basket, aiutato anche dai consigli del papà (del quale riprese il nome) e spronato da tante sfide uno contro uno nel playground del quartiere. Nonostante un’altezza importante, ben sopra i due metri, Johnson sin da giovane mostrò notevoli doti di playmaker, sfidando un po’ i canoni della pallacanestro che vedono solitamente i ragazzi più bassi ricoprire tale ruolo.

Alla Everett, l’high school che lo accolse (non senza riluttanza da parte sua), dimostrò un potenziale enorme fino al punto da meritarsi il soprannome di Magic, coniato da un giornalista locale dopo una serata da 36 punti, 16 assist e 18 rimbalzi. Al college vestì la maglia della Michigan State University, e con gli Spartans la sua parabola cominciò a farsi largo ben oltre i confini regionali: nel 1979 arriverà a contendere il titolo NCAA agli Indian State Sycamores di Larry Bird, inaugurando un duello che avrebbe monopolizzato il decennio successivo in NBA. Vinse Magic, che realizzò 24 punti in finale, spalancandosi letteralmente le porte della lega.

LA VERA ICONA DEI LAKERS DELLO SHOWTIME

Il destino per lui avrebbe avuto in sorte qualcosa di veramente unico e irripetibile. Perché nel 1976 i Los Angeles Lakers avevano ottenuto dai New Orleans Jazz due scelte al primo turno e una al secondo nei successivi draft in cambio di Gail Goodrich. Così nel 1979 i Lakers, reduci da un’annata negativa, vennero sorteggiati come testa di serie numero uno, con i Bulls costretti ad accontentarsi della due. E il neo proprietario Jerry Buss ordinò immediatamente di prendere Johnson, che per tutta risposta al primo anno nella lega contribuì in modo determinante a portare la squadra a vincere l’anello, ricevendo il premio di MVP delle Finals (in una gara, assente Jabbar, giocò persino da centro segnando 42 punti).

Era nata l’era dei Lakers dello Showtime, un misto di trionfi sportivi e glamour all’ennesima potenza: la rivalità si spostò in fretta dai Sixers ai Celtics, dove era di stanza Bird, e negli anni ’80 le Finals sull’asse LA-Boston divennero la regola. Alla fine Magic arriverà a contare 5 anelli sulle 9 finali disputate: ancora oggi detiene il record di assist di media in regular season e play-off, ma il suo lascito va ben oltre il gioco.

Già prima di chiudere col basket giocato ha istituito una fondazione che raccoglie fondi per la ricerca nella lotta all’AIDS, oltre ad altre iniziative benefiche. È stato fugacemente coach dei Lakers, poi dirigente, azionista e presidente. È attualmente proprietario dei Dodgers di baseball e dei Los Angeles FC di calcio e ha interessi sparsi in molti ambiti della comunicazione. Ma per tutti resta Magic, colui che ha cambiato per sempre il gioco.

(Credits: Getty Images)

(4)

Redazione Redazione SNAI Sportnews che tratta tutti gli sport, con le quote, presenti sul sito snai.it... VAI ALLA PAGINA AUTORE