Anthony Joshua, dal cuore dell’africa al tetto del mondo

Anthony Joshua, dal cuore dell’africa al tetto del mondo

Anthony Joshua, dal cuore dell’africa al tetto del mondo

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Genitori nigeriani trapianti in UK, un passato da velocista nell’atletica e da calciatore nelle giovanili del Charlton, uno stile di vita troppo spesso sopra le righe che ben prima dei 18 anni lo ha portato a finire dietro le sbarre e a uscirne con un braccialetto alla caviglia. Nella vita di Anthony Joshua, appena giunto alla maggiore età, non era mancato praticamente nulla. Guai ad annoiarsi, ma di guai (nel vero senso della parola) se ne nascondeva uno dietro ogni angolo. Fino a che un giorno il cugino Ben “Binga” Ileyemi non si presenta a casa sua con una proposta decisamente inconsueta: “Vieni in palestra a boxare con me”. E da quel giorno la vita di Anthony ha finalmente cominciare a seguire la retta via.

SPORTIVO DA SEMPRE CON IN TESTA “SOLO” LE MEDAGLIE

Nato a Watford il 15 ottobre 1989 da una famiglia di origine Yoruba (una delle etnia maggiormente diffuse nel centro Africa), cresciuto negli anni dell’adolescenza in Nigeria, Anthony è finito a Londra all’età di 11 anni dopo il divorzio dei suoi genitori. I problemi caratteriali derivavano certo anche dalle vicende di casa, ma sin da piccolo il giovane “Femi” (soprannome legato al suo secondo nome di battesimo, Oluwafemi) aveva capito che nello sport avrebbe potuto dar libero sfogo ai suoi pensieri e alla sua voglia di conoscere il mondo. Con un personale di 11”60 sui 100 metri piani a soli 16 anni avrebbe potuto stupire chiunque, ma dopo una rissa durante una partita di calcio giovanile e la relativa espulsione dalle giovanili del Charlton la palestra è stata la sua ancora di salvezza. Allenato dall’esperto Sean Murphy, il giovane Joshua ha imparato in fretta l’arte della boxe: due vittorie nel prestigioso Haringey Box Cup hanno mostrato a tutti il potenziale di un ragazzo che nel Regno Unito aspettavano da tempo, tanto da accompagnarlo passo dopo passo verso il grande sogno della medaglia d’oro alle Olimpiadi di Londra del 2012. Per quell’obiettivo Anthony decise di rifiutare un premio da 50.000 sterline e il relativo salto nel mondo dei professionisti. “Non combatto per i soldi, ma per le medaglie e per i titoli”, fu la sua risposta. Medaglia che puntualmente si mise al collo a Londra, superando in finale al termine di un match molto discusso l’italiano (e campione in carica) Roberto Cammarelle, di 9 anni più anziano, all’ultima Olimpiade in carriera. Il fatto di essere britannico giocò a favore di Joshua che perse le prime due riprese, vincendo nettamente la terza. Il verdetto dei giudici fu di parità (18-18), ma la preferenza fu proprio per il beniamino di casa. “Lui non ha colpe, furono i giudici a macchiarsi di una grave ingiustizia nei miei confronti”, ha ripetuto negli anni Cammarelle. “Ma ogni volta che Joshua conquista un titolo, e nei ha già 4 in bacheca, quella mia prestazione assume ancora più valore”.

DAL TRIONFO CON KLITSCHKO AL FLOP CON RUIZ JR.

I Giochi di Londra furono il trampolino annunciato di una carriera che a quel punto sarebbe sbocciata anche nel mondo dei professionisti. Joshua debuttò contro l’italiano Emiliano Leo (ko. tecnico nella prima ripresa) e vinse la cintura WBF dopo 8 vittorie prima del limite contro il Denis Bakhtov nel 2013. Il titolo IBF arrivò nel 2016 battendo Charles Martin, preludio alla serata magica del 29 aprile 2017 quando difese le due cinture e conquistò pure quelle vacanti WBA (Super) e IBO battendo in un memorabile incontro l’ucraino Vitaly Klitschko, che lo mise al tappeto nelle prime riprese, salvo arrendersi poi all’undicesima nel tripudio dei 90.000 di Wembley. La vittoria sul neozelandese Joseph Parker nel 2018 gli portò in doto anche il titolo WBO. Con un record di 22 vittorie e zero sconfitte, a sorpresa nel giugno del 2019 Joshua subì il primo ko. in carriera nel match contro l’imprevedibile messicano Andy Ruiz jr., che tra lo stupore generale lo spodestò dal trono dei massimi. La rivincita, andata in scena a dicembre dello stesso anno, ha permesso a Joshua di riprendersi le corone (ma la vittoria ai punti fu tutt’altro che entusiasmante) e di mettere nel mirino la sfida contro Tyson Fury, inizialmente prevista per il 2021, ma rinviata a causa degli impegni del rivale che dovrà affrontare nuovamente Deontay Wilder nel terzo match della serie prima di presentarsi come sfidante ufficiale. Per questo sabato 25 settembre Joshua tornerà sul ring affrontando l’ucraino Oleksandr Usyk, sfidante per il titolo WBO, imbattuto in carriera (18 vittorie su altrettanti incontri) che al Tottenham Stadium avrà l’occasione della vita e che a detta di molti troverà il modo per rendere la vita durissima al campione in carica.

LE ORIGINI, LE PASSIONI, LA MATURITÀ

Anthony, però, sa di avere dalla sua i favori del pronostico. Negli ultimi 10 anni la sua vita è cambiata molto, specie da quando, dopo l’Olimpiade, venne pizzicato a un controllo con 200 grammi di cannabis nella propria auto. È stato da allora che ha cominciato a rigare dritto: amante della lettura e del motocross, appassionato di scacchi (li usa per migliorare la tattica), è molto legato alla sua terra d’origine, tanto da essersi fatto tatuare sulla spalla destra la sagoma dell’Africa dove è evidenziata la Nigeria. Ed è uno dei pochi pugili che non fa lo sbruffone in pubblico, né utilizza un linguaggio volgare. Lui pensa solo a boxare e a mandare giù l’avversario: per quanto visto sino ad oggi, un qualcosa che gli riesce piuttosto bene.

(Credits: Getty Images)

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