TYSON FURY, NEL NOME IL DESTINO DI UN PUGILE

TYSON FURY, NEL NOME IL DESTINO DI UN PUGILE

TYSON FURY, NEL NOME IL DESTINO DI UN PUGILE

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Si chiama Tyson, di professione fa il pugile, è campione del mondo e ha avuto una vita piena di eccessi dentro e fuori dal ring.

“Oh no, è il 2021 e ancora mi parli di Iron Mike”.

A chi non verrebbe in mente di pronunciare una frase simile?

“L’ho visto recitare in Una notte da leoni, ma quel tatuaggio maori sul volto proprio non è bello a vedersi… e canta pure da schifo”.

Magari avrà avuto bisogno di soldi e un cameo in una delle pellicole più di successo dell’ultimo decennio avrà portato qualche buon soldo nelle sue tasche. Ma il Tyson in questione, almeno applicato alla boxe del 2021, non risponde al nome di Mike. E poco importa se John, discreto pugile sul finire degli anni ’80, abbia deciso di chiamare proprio Tyson suo figlio, magari prevedendo per lui sia una carriera sul ring, sia (nefasto presagio?) una vita inquieta fuori dal quadrato. Tra il Tyson di allora e il Tyson di oggi in mezzo ci passa un oceano. Anzi, un abisso: quello dal quale Tyson Luke Fury è risalito più volte, proprio come il suo illustre predecessore. Perché per chi non lo avesse capito, il Tyson del nuovo millennio coi pugni ci sa fare: campione mondiale WBC, è uno dei personaggi più iconici che il mondo della nobile arte abbia saputo regalare da un lustro a questa parte. E ha tutta l’aria di volersi andare a prendere quanti più troni possibili, quasi convinto che in un modo o nell’altro potrà persino diventare più famoso del tale dal quale ha ereditato il nome.

IMBATTUTTO E REDENTO

Prima di tutto, i numeri: 32 incontri disputati, 31 vinti (22 prima del limite), uno pareggiato contro Deontay Wilder nel 2018, il primo atto di una trilogia che l’ha visto però imporsi nei successivi due appuntamenti, e sempre per ko. (l’ultimo giusto sabato scorso a Las Vegas). Viene da chiedersi allora perché nella sua bacheca personale trovi posto solo una cintura (appunto quella WBC). E qui comincia l’altra parte di una storia che poco ha a che fare col pugilato e molto con quei demoni che assalgono spesso chi finisce repentinamente sotto le luci dei riflettori. Perché Fury, dopo aver sconfitto il 28 novembre 2015 Wolodymyr Klitschko e conquistato in un colpo solo i titoli WBA, WBO, IBF e IBO (oggi finiti sulle spalle di Usyk dopo il clamoroso trionfo di Londra contro Joshua), finisce in una spirale dalla quale rischia di non tirarsi fuori: la depressione diventa fedele e sgradita compagna di viaggio, e lui per cercare di arginarla ricorre ad alcol e cocaina.

“La droga mi serve per vivere, non la uso per migliorare le mie prestazioni”,

affermerà prima di entrare in clinica, rinunciando all’attesa rivincita con l’ucraino e decidendo di lasciare vacanti tutte le sue cinture. È il momento più duro della sua vita: a 28 anni tutto gli sta per franare addosso, la fama raggiunta grazie alle tante vittorie di colpo si trasforma in una vecchia cartolina dei bei tempi andati. La diagnosi è disturbo bipolare:

“Non mi suicido solo perché sono cristiano”,

rivelerà ai tabloid, promettendo di tornare sul ring non appena si sarebbe sentito pronto per farlo. Quel giorno arriverà due anni dopo.

“MANCHESTER NON PUÒ AVRE DUE RE…”

L’ostacolo più grande, racconterà in seguito, fu quello di perdere i tanti chili presi durante i tre anni di stop. Quei chili che invero, almeno in parte, si porta dietro sul ring anche adesso che la rinascita sportiva è stata conclamata a suon di risultati e vittorie. “The Gipsy King”, il re gitano, così ribattezzato per via delle sue origini nomadi, ha ritrovato la via maestra grazie alla fede e alla voglia di non arrendersi di fronte a un destino che rischiava di inghiottirlo, un po’ come accaduto all’altro Tyson, quello col quale adesso i paragoni si sprecano e che non più tardi di un anno fa l’ha incoronato

“il miglior peso massimo dai tempi in cui combattevo io. Possono dire quello che vogliono, scherzare sul suo fisico, ma la verità è che il pugile più forte che si sia visto da tanti anni  a questa parte. E poi porta il mio nome”,

aspetto mica secondario. C’è chi si è spinto persino oltre, arrivando a ipotizzare un incontro tra i due Tyson dopo che Mike ha annunciato il suo ritorno sul quadrato: uno show da 500 milioni di dollari, che interesserebbe anche numerosi enti benefici. Fury, però, ha ben altri obiettivi in testa: tutto il Regno Unito bramava all’idea di vederlo affrontare Anthony Joshua, ma il clamoroso ko. di quest’ultimo contro Usyk ha rimescolato le carte. L’idea di affrontare il “Gatto di Sinferopoli” è più di un proposito, unito alla volontà di combattere per riunificare tutte le sigle dei massimi (l’ultimo a riuscire nell’impresa fu Lennox Lewis nel 1999), ma è assai probabile che a decretare il prossimo sfidante sarà la rivincita tra Joshua e Usyk, allo studio nei primi mesi del 2022. Per Fury prima ci sarà la difesa del titolo WBC contro il vincente tra Dillian Whyte (campione WBC ad interim) e Otto Wallin, in programma a fine ottobre. Intanto il secondo successo su Wilder l’ha rimesso al posto di comando, tanto da permettergli persino di mandare un messaggio a chi, nella “sua” Manchester, vorrebbe usurpargli il trono:

“Non c’è posto per due re in questa città, fatelo sapere a Cristiano Ronaldo”.

Mai scherzare con uno che di nome fa Tyson…

(Credits: Getty Image)

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