Davide Astori, un capitano

Davide Astori, un capitano

Davide Astori, un capitano

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Ci aveva già pensato Ibra, ieri sera, in collegamento video con il palco di Sanremo a dedicare un pensiero. E di certo non poteva mancare l’affetto della sua Firenze, con una grandiosa gigantografia che si srotola oggi all’esterno dello Stadio Franchi, lungo tutta la curva Fiesole.
Sono passati già tre anni da quando il cuore di Davide Astori ha smesso di battere, a Udine, prima della partita di campionato, in una maledetta domenica di marzo. Non c’è stata per Davide Astori nessuna 27° giornata di Serie A nel 2018, come non ce ne saranno più a venire. Il vuoto resta ancora adesso impossibile da colmare, per chi ne ha incrociato le traiettorie nei rettangoli di gioco e per chi ha tremato, esultato e pure pianto con le sue intuizioni, eppure di lui rimane la memoria di personalità rara nel mondo troppo spesso chiassoso del pallone. Un tipo schivo, tranquillo, lontano dai riflettori, ma capace di fare la differenza, dentro e fuori il campo.

Amava il cinema, la cucina, le serie tv e perfino l’arredamento di interni. Un tipo pieno di passioni diverse, semplici e al tempo stesso uniche, che lo rendevano tanto simile al suo pubblico, quello che ne riconosceva il ruolo indiscusso di bandiera a ogni uscita. Chi l’ha conosciuto, come Riccardo Saponara, oggi allo Spezia, ma in quella stagione in forza ai viola, racconta di un capitano generoso e altruista che non lasciava mai indietro un compagno. Era fatto così, sapeva motivare il suo team e sapeva arrabbiarsi quando era necessario. “Stai crescendo, stai andando bene”, ripeteva a quel nuovo arrivato nello spogliatoio della Fiorentina. E lo diceva anche se il giovane trequartista avrebbe fatto solo presenza in tribuna, perché era un gesto naturale, di stima, di amicizia, di gruppo.

Quando arrivò la notizia, in hotel, nessuno era certo di quanto stava accadendo davanti ai propri occhi, ammutoliti e increduli di fronte ai lampeggianti blu delle ambulanze. Sportiello, Chiesa, Laurini, il Mister Pioli erano lì, senza parole. Probabilmente non ce n’erano nemmeno di così importanti da dire in quel momento, se non quelle, laconiche, del coach: “Davide non c’è più”. Nient’altro da aggiungere alla disperazione scesa improvvisamente su tutta la squadra, giocatori, staff e maestranze compresi. Fu solo qualche giorno dopo, riunendo i calciatori durante un allenamento, che Pantaleo Corvino, il direttore generale, si decise a rompere una tensione ormai diventata insopportabile: “Io una cosa così non l’ho mai vissuta, non so come la vivrete voi”. C’era però la consapevolezza di un unico modo per onorarne la memoria, andando avanti, a testa alta, nonostante quel dolore assurdo. Giocare, ancora e ancora, giornata dopo giornata, nel modo in cui lo stesso Davide avrebbe gridato per smuovere l’intera formazione da un groppo in gola troppo difficile da mandare giù. A tre anni di distanza però non si può non restare fermi a pensare a una vita che si è fermata improvvisamente quasi senza una spiegazione razionale, come può essere una cardiomiopatia aritmogena silente che ha lasciato una voragine dietro di sé.

“Un tipo strano per il calcio, ma era il mio preferito”. Non possiamo essere che d’accordo con te, Riccardo.

 

(Credits: Getty Images)

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