IL COAST TO COAST DEL RE: GEORGE WEAH, MR PRESIDENT

IL COAST TO COAST DEL RE: GEORGE WEAH, MR PRESIDENT

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Buon compleanno, presidente! O forse sarebbe meglio dire Re, perché di King George ne è piena la storia, ma quella applicata al pallone ne contempla uno soltanto. Da Re a presidente appunto, un destino ondivago che ha portato a 51 anni George Tawlon Manneh Oppong Ousman Weah (chissà se quando firma documento deve inserire tutti questi nomi…) a guidare uno dei paesi più poveri al mondo, quella Liberia di cui è stato il primo vero ambasciatore al di fuori dei confini nazionali, principalmente per meriti calcistici. Oggi Weah compie 55 anni: vederlo seduto al Congresso dell’ONU è la prova vivente che nella sua vita c’è stato un po’ di tutto. Un’esistenza controcorrente, un unicum pensando alle sue origini e a quello che le statistiche avrebbero dovuto riservargli. D’altronde dove si è visto prima un Re accettare di diventare presidente?

BENEDETTE FURONO LE VHS

Le origini di George sono quelle comuni a tanti giovani africani. La povertà a Monrovia è la regola, la sua infanzia non fa eccezione: è un ragazzino vivace che raramente si va a infilare nei guai, anche perché la nonna paterna non lo perde di vista un secondo. A Clara Town, la baraccopoli dove trascorre i primi anni di vita, il calcio entra in punta di piedi. Weah mostra di avere talento ma soprattutto di sapersi divertire: più che giocare in campo lui “balla”, spesso anche per irridere gli avversari, cosa che gli fa guadagnare il soprannome di “John Travolta” (Grease e Stayin’ Alive evidentemente arrivarono anche in Liberia…). A 20 in patria è già un idolo e vince tutto quel che c’è da vincere, prima al Mighty Barrolle, quindi all’Invincible Eleven. Decide dunque di trasferirsi al Tonnere Youndè, in Camerun, e il risultato è il medesimo. Le prime vhs che arrivano sul tavolo delle dirigenze europee mostrano un talento puro, dotato di un gran fisico e di un innato fiuto del gol. La Francia con l’Africa ha una corsia preferenziale e Arsene Wenger, che allena il Monaco, non se lo lascia sfuggire. Diventerà per lui un secondo padre: nel principato non saranno tutte rose e fiori per George, soprattutto a causa di qualche infortunio che ne frena la crescita. Ma i gol arriveranno copiosi e la vittoria in Coppa di Francia nel 1991 ricompenserà gli sforzi fatti. Non ci fosse stato l’Olympique Marsiglia di Tapie, la bacheca sarebbe stata ancor più luccicante. Per aggiornarla, Weah decise di spostarsi nella capitale: al PSG vincerà uno scudetto (1993-94), due Coppe di Francia (1993 e 1995) e arriverà tre volte a giocarsi una semifinale europea, senza però mai centrare a finale. L’Europa che conta, però, s’è accorto di lui: la parabola del King sta per vivere il suo momento di massimo splendore.

PRIMA L’EUROPA, POI L’AFRICA

Perché, quando nell’estate del 1995 arriva la chiamata del Milan, costretto a correre ai ripari dopo il ritiro di Marco van Basten, Weah non ci pensa su un istante prima di raggiungere Milano. A Parigi il rapporto s’era incrinato, tanto che raccontò in seguito di essere stato costretto a giocare anche quando era malato di malaria, mettendo a rischio la propria vita. Il Milan gli pone subito la corona in testa e lui ripaga Capello e i suoi nuovi compagni trascinandoli subito alla conquista dello scudetto 1995-96. France Football gli assegna il Pallone d’Oro proprio nell’anno in cui il regolamento apre anche ai calciatori extra europei e a suo modo Weah entra nella storia dalla porta principale. Trascina anche la Liberia per la prima volta alla fase finale della Coppa d’Africa e diviene un vero e proprio ambasciatore del continente africano. Dei suoi 4 anni e mezzo di militanza rossonera si ricordano tanti particolari, dalle scarpette rosse alle preghiere pre-partita (a metà anni ’90 si converte all’Islam, pur senza mai rinnegare la fede cattolica), dalla playlist in salsa reggae negli spogliatoi alle battute scherzose in tv (“Ciao a tutti belli e brutti” o “È tutto un magna magna”), fino alle prodezze sul campo, su tutte quel gol coast-to-coast segnato al Verona nel 1996, quando prende palla nella propria area e conclude a rete dopo una galoppata di 90 metri in mezzo agli avversari, saltati come birilli. Sempre in prima linea contro il razzismo, il suo personaggio abbatte gli schemi ed esce dal puro e semplice lato sportivo. Col Milan finisce all’alba del nuovo millennio dopo aver messo un altro scudetto in bacheca. Le successive tappe solo poco significative (Chelsea, Marsiglia e Al Jazira), anche perché nel frattempo comincia a maturare nuovi orizzonti, con la politica che entra dalla porta principale. Tenterà due volte la scalata alle presidenziali in Liberia, ma sarà buona la terza, quella del 2017. Un compito durissimo nel quale mette tutto se stesso, reso ancor più duro dalla pandemia e dall’inflazione galoppante che sta segnando le nuove generazioni liberiane. Servirà il miglior Weah per vincere questa partita, e lui non è tipo da arrendersi. Anche perché a 55 anni ne ha viste troppe per decidere di mollare proprio adesso.

(Credits: Getty Image)

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