Home Calcio Brasile-Argentina, più grande del mondo. Cile-Perù, le guerra infinita.
Brasile-Argentina, più grande del mondo. Cile-Perù, le guerra infinita.

Brasile-Argentina, più grande del mondo. Cile-Perù, le guerra infinita.

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Si fossero seduti a tavolino i signori della Conmebol, non l’avrebbero potuta progettare meglio. E infatti progettare bene non è proprio cosa loro, visto che l’ultimo dei pasticci che hanno fatto è una competizione senza tempi supplementari ai Quarti di finale, ma con l’extra-time nelle semifinali.

Ma per fortuna c’è la vita, che mette tutto a posto. Che regala due semifinali che la vita la contengono tutta, l’inizio, la fine, quello che c’era prima e durante. Cile-Perù, una rivalità tra fratelli, gente che abita dai due lati opposti delle Ande, che condividerebbe anche le stesse difficoltà secolari del ricavarsi la vita in mezzo a terre difficili e attentate dai terremoti. E che invece si è divisa socialmente e culturalmente, fino a rivendicarsi senza sosta il Pisco, la prelibatissima bevanda alcolica ricavata da delle terre che sconfinano in entrambi i paesi, e che mette in dubbio e discussione anche l’identità del popolo stesso.

Ma soprattutto.

Brasile-Argentina. Che di questo sport sono talmente fondanti che potrebbero essere uno gli esagoni bianchi e l’altro i pentagoni neri del pallone. Brasile-Argentina, l’alpha e omega del calcio. La partita più grande che c’è al mondo e nella storia, quantunque non sia ancora mai valsa una finale mondiale (meglio così, perché non ci sarebbe sopravvivenza per gli sconfitti).

Brasile-Argentina che ovviamente nel calcio sublima la differenza che altrimenti è totale dal punto di vista filosofico e concettuale nei concetto del vivere la vita: i brasiliani, gioiosi verso l’esistenza ma poco inclini all’andare verso il mondo; gli argentini, la forza e l’orgoglio di superare le difficoltà ma il rischio di sconfinare nell’arroganza. E siccome come diceva Albert Camus, “Tutto quello che ho imparato sull’uomo, l’ho imparato su un campo da calcio”, allora Brasile-Argentina è duello di anime allo specchio.

BRASILE-ARGENTINA – Erano 12 anni che non si affrontavano in un torneo finale, tolte quindi le inutili amichevoli e le normali qualificazioni mondiali da andata e ritorno. Mai un’attesa così lunga: il precedente era stato di 11 anni, negli Anni Venti, dopo una partita che iniziò a creare la leggenda del SuperClasico delle Nazioni: partita decisiva della Copa America 1925, giocata la notte di Natale, e la situazione in campo e sugli spalti scappò così di mano che dopo Brasile e Argentina ottennero di non giocare più contro come garanzia per la partecipazione alla Copa.

Stavolta ci sarà un domani, ma sarà un domani amaro. Il Brasile si immerge di nuovo in uno dei suoi traumi: dopo averlo fatto indossando all’esordio la maglia bianca del Maracanaço del 1950, adesso torna al Mineirao proprio per le semifinali, stesso luogo della semifinale con la Germania. E dall’altra parte c’è l’Argentina, che non solo non vince nulla da 26 anni, ma ha sull’anima il peso di 5 finali consecutive perse, e perdere ancora per Messi suonerebbe come una dannazione definitiva sulla sua carriera con la Seleccion.

Ma oltre al loro momento storico, c’è la rivalità eterna. Che in verità è sublimata nel calcio, ma è un’antitesi di tutto. I due sopra e sotto dello stesso mondo, e non potevano essere i loro i due giocatori più forti della storia, Pelé e Maradona. Non a caso quando i tifosi si prendono in giro l’un l’altro, sono O Rey y El Pibe quelli che spuntano per primi nei cori. Messi? È là, attende, ma è transnazionale, è amato dai brasiliani, e lui non arringa le masse contro il nemico come Maradona, per lui non c’è odio. Non aspettatevi una bella partita: non lo è mai stata, è una battaglia campale. Sarà un’operazione a cuore aperto con il rumore del battito che rimbomba nel Mineirao, perché importa più non perdere che vincere, e perché rimarrà di più il risultato di questa semifinale che il vincitore finale della coppa.

CHE PARTITA SARÀ – Il Brasile ha respirato a pieni polmoni solo contro il Perù, poi continue incertezze. Manca l’attaccante, manca la stella. E meno male anzi che ha pescato Everton dalla panchina, che dà freschezza e qualità nel raddoppio e nel tiro, ma che è pur sempre un giovane di belle certezze, non si può chiedergli di essere già decisivo. Il pallino del gioco ce l’avrà la Seleçao, per predisposizione naturale, e perché l’Argentina normalmente lo tiene ma a un ritmo troppo basso e più che altro per insipienza dell’avversario. Se il Brasile ha deluso in 3 partite su 4, esaltando in quella contro l’avversario più forte, la Seleccion invece è stata una lunga agonia. Arriva alle semifinali per inerzia e reazione, tipo l’Italia in quei Mondiali dove ogni piccola cosa le costava una fatica immane nonostante la qualità a disposizione le soverchiasse. L’Argentina ha avuto forse 10 minuti di gioco accettabile a partita, quasi sempre dovuto a reazioni, ma nell’unica partita contro i pari livello – quella con la Colombia – si è smarrita proprio sul piano dello spirito di squadra. Piano piano si è ritrovata, ma è talmente fragile che ogni incertezza la spinge sull’orlo della psicoterapia.

Per questo uno come Lautaro sta spiccando come addirittura tra i migliori se non il migliore in assoluto dei suoi finora, perché risolve i dubbi correndo sempre un poco di più e su tutti i palloni, un coraggio che può sempre aiutare. Stavolta però per entrambe il livello di scontro non ammette esitazioni. E da quel punto di vista non si sottrarranno, probabilmente sacrificando la lucidità della costruzione, e provando a trovare la vittoria più che altro sperando nell’impeto della giocata.

Messi finora è stato una sensazione percepita. Ogni tanto c’è, tiene la situazione più o meno sotto controllo, ma non è lui a indirizzare o quantomeno a provare a indirizzare la partita. Per questo, in una partita dove le differenze tendono allo zero, la sua differenza anche se minima può essere fondamentale come mai.

COME FINIRÀ – Il Brasile conferma il 4-3-3 che ha stracciato il Perù, recuperando Casemiro dalla squalifica, sperando che recuperi Filipe Luis dall’infortunio. Arthur si è preso il centrocampo più di quanto non abbia fatto Coutinho, che è vero ha segnato una doppietta al debutto, però riesce a girare solo se gira la squadra, mai è lui a trascinare. La regia di Dani Alves a destra è ancora fondamentale, ma riesce a svilupparsi solo se gli avversari concedono spazio fino alla propria area, mentre invece impatta contro blocchi avanzati fino al centrocampo. Gabriel Jesus e soprattutto Everton Soares sono le leve della manovra, che su di loro si accelera e acquisisce qualità, anche se poi segnare diventa complicato, nonostante il Brasile abbia il miglior attacco della competizione (ma in due partite su 4 è rimasto a zero). L’Argentina pure potrebbe confermare la formazione contro il Venezuela, e sarebbe la prima volta in 14 partite per Scaloni. Perché Di Maria ha fatto bene quando ha giocato in attacco per Lautaro, ma Lautaro ha fatto meglio. Accanto a lui Aguero, e visto che tutta l’Argentina avrà problemi a creare superiorità, allora il punto di scacco può essere il suo scatto su Thiago Silva, mentre il Brasile deve puntare tutto sui raddoppi in fascia: quando scende Dani Alves, e triangolo con Arthur e Gabriel Jesus, può frullare in mezzo Acuna, e Tagliafico, così come Tite può giocarsi in corso d’opera Alex Sandro a comporre triangoli con Everton e Coutinho dove inghiottire in mezzo De Paul e Foyth. Brasile ovvio favorito per SNAI a 1.83, con pareggio a 3.35 e vittoria Argentina a 4.75. Molto possibile che si sconfini oltre i 90 minuti, ma se credete alla vittoria nel tempo regolamentare allora il favore cade sull’1-0 per la Canarinha a 5.75 per Snai, non a caso molto basso perché non è coppa per attaccanti e del resto cannonieri implacabili in giro non ce ne sono – Messi a parte, ma è una competizione diversa da quelle in cui si prova sempre a giocare per segnare. Differenza minima, il fatto che il Brasile abbia vinto sempre la Copa America in casa, ma una battaglia così eterna non concederà il lusso finire in anticipo.

CILE-PERÙ – Non doveva nemmeno esserci il Perù qua, tirato giù dalla scaletta dai suicidi sportivi di Giappone e Paraguay. Mentre il Cile non gioca ma canta, il miglior collettivo di questo campionato, una qualità nella produzione del campo che è sorprendente visto che parliamo dei bicampioni in carica con poco ricambio generazionale, ma il merito è di Reinaldo Rueda, ct colombiano che per allungare il ciclo ha proposto un’idea di calcio totalmente diversa.

Situazione simile per il Perù, alla terza semifinale in quattro edizioni, con un gruppo sempre uguale e che adora Gareca, a cui ha regalato un’altra semifinale con sacrificio. E lo ha fatto senza Farfan, il migliore dei suoi nella fase a gruppi, e nella costruzione del gioco. Ma la resistenza contro l’Uruguay sarà difficile da replicare: la Celeste infatti non è abituata a trovare squadre non deboli che però si difendono come lei, mentre il Cile è allenato ad aprire gli avversari. Ma questa Copa America è lotta irriducibile, quindi anche nella differenza evidente di gioco, sarà improbabile vedere largheggiare. Il Perù ci pensa e ci spera nei calcio di rigore, ma stavolta c’è da resistere 120 minuti, è troppo. Pulgar crea come mai aveva fatto, Vidal comanda come sa, Alexis Sanchez soprattutto ha fatto un salto nel tempo di tre anni indietro, e Medel manda tutti a nanna. Troppo anche per il Perù: la vittoria Cile è netta per la Snai a quota 1.87, con pareggio a 3.30 e vittoria Perù a 4.50.

Ma è una Copa America che ti fa dannare per ottenere. E allora sarà un Cile che dovrà soffrire – come ha sempre fatto del resto: per questo diciamo 1-0, per Snai a 5.00. Ovvero, una incredibile terza finale consecutiva con tutta l’animo indistruttibile cilena.

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Tancredi Palmeri Autore SNAI che tratta di calcio, con le quote presenti sul sito snai.it... VAI ALLA PAGINA AUTORE