Coutinho è un rimpianto?

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Coutinho è un rimpianto?

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Nella recente storia dell’Inter vi è un impressionante numero di giocatori dotati di grande talento, in cui l’ambiente nerazzurro non ha creduto e che sono stati ceduti senza troppi complimenti.
Coutinho è l’ultimo di tanti esempi.
Oggi è un giocatore del Barcellona, acquistato per una cifra di 160 milioni, che pochi anni fa sarebbe stata considerata una follia e adesso rientra nella logica di una compravendita fuori dal comune ma accettata dall’opinione pubblica. Klopp non è certamente felice della cessione, ora che potrebbe perdere persino Emre Can, vicino alla Juve.
La questione non è tanto sul prezzo, evidentemente altissimo (il terzo ingaggio più elevato di sempre) e su una gestione del mercato che sfugge all’UEFA, sia nell’applicazione che nella cultura del fair play finanziario chiaro ma non chiarissimo, come nel caso di PSG e Manchester City e del permissivismo verso questi e altri club.
La questione è casomai legata al motivo che da anni induce l’Inter a non assecondare i giovani talenti che le capitano in rosa, a prescindere dalla dirigenza di riferimento.
Non è un modello di errore esclusivamente societario ma anche una riproduzione di una cultura dell’ambiente che si riproduce con puntualità più che sospetta.
Ancora oggi nel proporre nomi come Pirlo, Seedorf, Roberto Carlos, Kovacic e oggi Coutinho il tifoso nerazzurro prova un fastidio profondo per scelte tanto orbe o minimizza la decisione societaria, come se non lo riguardasse.
Ancora peggio, una grossa parte ridimensiona la qualità del giocatore come fosse un semplice sopravvalutato, aiutandosi furbescamente con la valutazione eccessivamente alta data al giocatore. Il fatto è che molti dei Coutinho sono arrivati all’Inter molto, troppo giovani e quando sono stati messi in prima squadra il pubblico applaudiva, la dirigenza assecondava e per qualche settimana le cose filavano, Il rendimento poi, come fisiologico, iniziava a calare, i difetti di crescita emergevano, i fischi e i cori arrivavano a San Siro e il rimpicciolimento del giocatore subiva un k.o. morale senza ritorno.
La dirigenza, invece di tapparsi le orecchie e fare il proprio lavoro proteggendo un capitale tanto importante in prospettiva, decideva di lasciar partire il campioncino in erba, spesso per cifre inadeguate.

Non si tratta solo di loro, vale la pena ricordare che di fronte alla scelta tra Cuper e Ronaldo venne preferito il tecnico, Recoba venne amministrato malissimo, gonfiato a colpi di milioni ma svuotato nella parte tecnica da una società che decideva sempre di delegare il compito della gestione al tecnico di turno, defilandosi. Per Guarin venne organizzata una sollevazione popolare perché il colombiano aveva colpi da fuoriclasse, alternati ad altri da giocatore di basso livello. La decisione di cederlo alla Juve, in cambio di Vucinic dava la sensazione che l’Inter subisse il pacco da una società che aveva Conte e poteva utilizzarlo al meglio. Soprattutto, dopo che Moggi aveva orchestrato con Cannavaro una stagione da malato immaginario all’Inter per farlo arrivare in bianconero, i tifosi si opposero all’addio di Guarin, salvo salutarlo l’anno dopo: destinazione Cina.
Coutinho è invece cresciuto anno dopo anno, senza esplodere da una stagione all’altra ma migliorando il suo repertorio tecnico, aumentando la massa muscolare senza snaturarsi e facendo esperienza, dopo Inter ed Espanyol, al Liverpool dove Brendan Rogers prima e soprattutto Klopp poi, hanno fatto un lavoro sulla crescita del ragazzo.
Ha ancora 24 anni e ora al Barcellona troverà la consacrazione o anche un muro. Lo stesso in cui ha sbattuto Kovacic, chiuso da fenomeni in una squadra come il Real Madrid. Molti tentano di ridimensionare anche lui adducendo la motivazione che si tratti di un panchinaro. Tuttavia se una squadra come il Real, campione d’Europa e del mondo, lo tiene da tre anni e il croato ha fatto 56 presenze non è certo per fargli un favore. Oggi il vero lavoro dell’Inter e del suo ambiente è quello di proporre una vera cultura sul lavoro dedicato ai giovani, riconoscendo il talento e sostenendolo negli anni, rinunciando ai fischi allo stadio e alla cessione se il giocatore, tra i 18 e i 20 anni non è diventato Messi.

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Lapo De Carlo Giornalista, conduttore televisivo, radiofonico e conduttore di RMC Sport è anche esperto di conduzione e comunicazione. Collabora con la medesima ... VAI ALLA PAGINA AUTORE

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