Non conta più avere stile

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Non conta più avere stile

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Juventus-Manchester Utd era una partita che fino a pochi minuti dal termine stava scivolando via senza particolari sorprese. Poi, il ribaltone nel finale.

Basterebbe la clamorosa sconfitta interna dei bianconeri ma, pochi minuti dopo il triplice fischio, Mourinho si è tolto lo sfizio di fare il segno dell’orecchio, come a dire “non vi sento più” ai tifosi della Juve rei di averlo insultato 90 minuti.

Rabbia di alcuni giocatori della Juve che lo hanno invitato a interrompere il suo sfogo gestuale e disappunto persino in qualche studio televisivo come in quello della Rai, dove Paola Ferrari ha tentato (invano) di far arrivare il suo biasimo al tecnico portoghese.
Più serenità a Sky, dove Fabio Capello, Del Piero e Ilaria D’Amico hanno affrontato la cosa con flemma britannica.
A questo proposito proprio la stampa inglese si è divisa su un gesto considerato poco raffinato, mentre in Italia si è subito incentrato nella sempre più perversa guerra tra Inter e Juventus, in cui Mourinho rimane un simbolo della storia nerazzurra.

Il suo è uno di quei gesti non abbastanza volgari da poterli considerare un insulto, non tanto eleganti da poterli derubricare come insignificanti.
Dalle manette alle orecchie, dalla reazione verso i suoi ex tifosi del Chelsea a quella in altri stadi, Mou è entrato in una nuova dimensione in cui ha deciso di scendere un gradino più in basso e rispondere a tono a chi lo prende di mira.
C’è probabilmente del vero nelle convinzioni di molti opinionisti che individuano questo atteggiamento riconducendolo alle troppe stagioni senza vittorie importanti, dimenticando che nel 2017 ha vinto Europa League e Coppa di lega.

“È invecchiato”, dicono, “è cambiato” “la frustrazione lo fa sobbalzare e compiere gesti non alla sua altezza”.               È possibile, tanto più che lo stesso tecnico intervistato ha poi affermato che a freddo non lo avrebbe mai fatto.
In realtà il corto circuito comunicativo lo stiamo vedendo da più parti e in ogni ambito. Quello strato che divideva il personaggio pubblico da tifosi o spettatori, quel cuscinetto che permetteva di non dare importanza alle frustrazioni di persone che oggi recapitano la dose di insulti quotidiana in uno stadio, in un social o al semaforo, non esiste più.

I ruoli sono confusi e la conseguenza è che non vengono rispettati.
C’è solo un frastuono in cui si sommano volgarità che non vengono gestite ma solo amplificate.
Insultare un allenatore avversario tutta la partita non è legittimo, come non lo è la risposta di un tecnico pagato anche per essere più forte delle provocazioni. Più della ragione o del torto di due parti si riscontra che allo stadio oggi puoi insultare chiunque, anche città come Napoli che pure è assente dal contesto della partita, tanto paga la società.
Ci si indigna, neppure più tanto, quando si prende di mira una comunità o una categoria ma la realtà è che lo stadio è sempre una zona franca.

Mourinho ha reagito agli insulti ma anche Ronaldo fece altrettanto sbertucciando gli interisti con lo stesso gesto dopo un gol fatto in un derby con la casacca del Milan, senza suscitare reazioni scomposte. Il gesto del “non vi sento” è eseguito spesso da tanti attaccanti dopo aver segnato ed è particolarmente fastidioso perché inutilmente provocatorio. Eppure è ormai accettato. Se lo fa un allenatore si scopre però che ha un significato che viene ipocritamente tollerato. Non può essere una provocazione solo a seconda di chi fa lo stesso gesto.

Mourinho è un personaggio dalle tinte forti che più di altri scatena un odio quasi comico per la sua inconsistenza e dall’altra un senso di appartenenza altrettanto incongruente, se si riflette su quante squadre ha cambiato e ha rivendicato il suo legame. Resta il fatto che lo stile è una parola del passato. Per tutti.

(Credits: Getty Images)

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Lapo De Carlo Giornalista, conduttore televisivo, radiofonico e conduttore di RMC Sport è anche esperto di conduzione e comunicazione. Collabora con la medesima ... VAI ALLA PAGINA AUTORE

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