Quello che non sapete e che resta della Copa America

Quello che non sapete e che resta della Copa America

Quello che non sapete e che resta della Copa America

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Il nome torcida proviene da torceadores, che da quando c’è il calcio significa soltanto tifosi, ma letteralmente significava prima torcitori. Chi erano? Quando ai primi del ‘900 il calcio si diffonde come un’epidemia in Brasile, la Fluminense è in quel momento la squadra del popolo. A vedere o futebol andavano appunto anche le senhoras, le casalinghe che si portavano appresso la tinozza con i panni da lavare mentre guardavano la partita, e quindi durante il gioco strizzavano i panni per fare uscire l’acqua, appunto li ‘torcevano’ (un’altra versione invece indica le signorine che guardavano la Fluminense andavano talmente in tensione da contorcersi con la mano i vestitini durante la partita).

Di questa Copa America cosa rimane dopo averla torta e strizzata per bene? Cosa rimane a tutti, non solo ai torceadores? L’esempio di un non arrendersi, di andare oltre i propri limiti. Come il Perù, che è andato all’inferno e da lì è ritornato, battendo i giganti. L’esempio del come cambiare per non morire. Come il Cile, che si è allungato la vita giocando un calcio a cui non era abituato, pur arrivando da bicampione. L’esempio soprattutto di chi ha dei traumi nel proprio vissuto, che gli proibiscono di andare avanti, e che solo guardandosi dentro, nelle proprie paure, potrà tornare a riprendere quel cammino interrotto.
Come il Brasile, che aveva lasciato il suo tempo fermo al Mineiraço, che ha visto in faccia tutte i drammi irrisolti della sua storia: la maglia bianca del Maracanazo all’esordio, le uscite ai quarti ai rigori con il Paraguay, le semifinale al Mineirao, la partita capitale con l’Argentina, la finale al Maracanà. È andato in fondo a quello che è, si è guardato allo specchio anziché rifuggire dall’immagine proiettata del sé. Come nelle tre prove de “La Storia Infinita” dove i grandi prodi perdevano il coraggio proprio alla seconda prova, quella davanti allo specchio, dove non riuscivano a reggere il confronto con la reale immagine della propria anima.
Il Brasile non cancella nulla del passato, non cambia nulla per il futuro, ma decide di vivere il presente.
E siccome il calcio è romanzo e filosofia, c’è quello che rimane nella testa e nell’aria, ma c’è anche quello che rimane sul campo e negli albi d’oro, bello concreto.

Ecco quindi il Best XI della Copa America. Modulo 4-3-3.

Portiere: ALISSON (Brasile)
Date un Pallone d’Oro a quell’uomo. Perché no? I criteri sono rendimento personale, unito a risultati di squadra, unito all’impatto personale sui risultati di squadra. E nessuno più di lui incrocia al meglio i tre fattori. La Copa America lo battezza il miglior portiere al mondo. Simbolica la parata in scioltezza in semifinale su una punizione di Messi nel sette che avrebbe ribaltato la situazione.

Terzino Destro: DANI ALVES (Brasile)
A 36 anni si regala il meritatissimo premio di miglior giocatore del torneo, alla prima apparizione da capitano. È anche uno degli unici due a confermarsi dal Best XI del Primo Turno. Come da giovane, o anche meglio: l’esplosività è la stessa, ma ovviamente è distillata, però si miscela con la sapienza con cui orchestra il Brasile da regista aggiunto, e la calma con cui lo guida nelle difficoltà.

Centrale Destro: CARLOS ZAMBRANO (Perù)
Lo storico centralone del ciclo del Perù aveva iniziato in panchina, anche in un conseguenza di un periodo di appannamento. Ma c’è anche la sua regia silenziosa nelle imprese contro Uruguay e Cile, e in quella sfiorata contro il Brasile, con cui si è giocato alla pari per 80 minuti. Preciso in marcatura, implacabile nel difendere il forte.

Centrale Sinistro: MARQUINHOS (Brasile)
Immaginate dover affrontare il miglior giocatore al mondo, nella partita più tesa al mondo, e doverlo fare con – non giriamoci intorno – la cacarella. E non quella metaforica per la paura, ma proprio lo stato di malessere gastrointestinale che lo ha costretto a uscire a mezz’ora dalla fine. E fino a lì, era sta inappuntabile. Come in tutta la Copa America, dove il Brasile ha preso solo 1 gol, su rigore.

Terzino Sinistro: ALEX SANDRO (Brasile)
Il ruolo è quello con meno competizione in tutta l’edizione. Questo gli permette di prendersi il posto nonostante praticamente inizi la sua Copa America a un quarto d’ora dalla fine dei Quarti. Ma l’infortunio di Filipe Luis lo lancia nel momento decisivo, da lui sfruttato facendo vedere l’Alex Sandro di due anni fa alla Juventus.

Interno Destro: ARTHUR (Brasile)
Si capisce perché si sia preso la titolarità del Barcellona senza patemi: regia illuminata, è il vero ritmo e illuminazione del Brasile a centrocampo. I triangoli di guardiolana memoria tra Dani Alves-Iniesta-Messi si rivedono con Arthur al posto dello spagnolo, grande sponda e grande innesco. Forse già tra i tre migliori interni al mondo.

Mediano: YOSHIMAR YOTUN (Perù)
Il 29enne con una vita ai margini dell’impero è la dimostrazione dello spirito di lotta peruviano, a cui ha aggiunto incursioni non comuni per lui. Gli difetta la durata alla distanza, ma in pressing spende tantissimo, nonostante i limiti atletici. Gioca nel Cruz Azul, e in Europa in carriera ha toccato solo il Malmoe. Prezioso.

Interno Sinistro: ARTURO VIDAL (Cile)
Affonda con tutto il Cile in semifinale, ma rimane la squadra esteticamente più brillante fino ai Quarti di Finale, dove eleggiamo lui oltre alle menzioni per Pulgar, Alexis Sanchez, Medel e Aranguiz, perché Re Artù ha elevato il suo ruolo a regista associato, forse dovuto anche alla frequentazione catalana. Bello da vedere.

Esterno Destro: GABRIEL JESUS (Brasile)
Fino all’espulsione in finale si stava anche meritando il titolo di miglior giocatore della competizione. Entrato a edizione in corsa, con Everton ha cambiato il Brasile, per poi primeggiare con l’Argentina e in finale, in assoluto l’uomo capace di mettere la qualità più dirompente ma non uscendo dalla partita. E con Everton sarà una delle due guide del futuro del Brasile.

Centravanti: PAOLO GUERRERO (Perù)
Forse non così brillante, ma è il totem di qualità a cui il Perù si aggrappa per tirarsi fuori dal burrone. E lui risponde inzuppando la maglietta di sudore, eppure mantenendo la lucidità nei momenti che servono, o per rigori decisivi, o per scatti episodici che devono essere conclusi con chirurgica precisione. Di quelli che può insegnare il mestiere puro dell’attaccante.

Esterno Sinistro: EVERTON SOARES (Brasile)
Detto Cebolinha, cipollina, per il colore dei capelli. Totò Schillaci di Brasile, perché è reclamato a furor di popolo (anche perché praticamente l’unico a giocare nel campionato in Brasile) ed entra essendo decisivo. Ala, o mezzapunta, insomma devastante nello scatto e nella penetrazione, pronto per grandi lidi. Si eclissa con Paraguay e Argentina, e lì si vede l’inesperienza, poi si prende la finale.

Allenatore:
RICARDO GARECA (Perù)
Forse il ct più sottovalutato al mondo. È un esempio di rettitudine umana e serietà professionale. Vero punto di riferimento di tutto un paese, non solo di un movimento calcistico. Argentino vertical ma sobrio, diventa superlativo tatticamente nella fase a eliminazione diretta: fa l’Uruguay all’Uruguay, fa il Cile al Cile, e quasi gli riusciva di fare il Brasile al Brasile. La forza del lavoro umile.

Alisson
Dani Alves Zambrano Marquinhos Alex Sandro
Arthur Yotun Vidal
Gabriel Jesus Guerrero Everton

All. Gareca

 

(Credits: Getty Images)

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Tancredi Palmeri Autore SNAI che tratta di calcio, con le quote presenti sul sito snai.it... VAI ALLA PAGINA AUTORE