L’INTERCONTINENTALE DELLA JUVENTUS: QUANDO DEL PIERO TRAFISSE IL RIVER PLATE

L’INTERCONTINENTALE DELLA JUVENTUS: QUANDO DEL PIERO TRAFISSE IL RIVER PLATE

L’INTERCONTINENTALE DELLA JUVENTUS: QUANDO DEL PIERO TRAFISSE IL RIVER PLATE

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Il 26 novembre 1996 c’è un via vai piuttosto pronunciato nelle scuole italiane. Alcune classi sono più vuote del solito, altre vanno spopolandosi intorno alle 10,30, praticamente in concomitanza con il suono della campanella della ricreazione. Non sembra un martedì come tanti: c’è qualcosa di strano nell’aria, persino un’abbondanza di sciarpe bianconere che di colpo prendono vita sbucando da quello e quell’altro zaino. C’è un’attesa che non ha nulla a che vedere con quella per un’interrogazione o un compito in classe, eppure si vede chiaramente come tanti bambini abbiano la testa rivolta altrove. Negli uffici di aziende e privati, pressappoco succede la stessa cosa: non è ancora il tempo degli smartphone e tantomeno del web, ma le televisioni accese non trasmettono programmi, piuttosto sono tutte impostate su una pagina con sfondo nero e scritte bianche, gialle e verdi, che il mondo conosce con il nome di Televideo. È quella l’unica sentinella attiva per sapere cosa sta accadendo dall’altra parte del mondo in quelle ore di metà mattinata. Tenere accesa la radio è infatti un problema: a meno che non si abbia un walkman, già in dotazione ai più fortunati, il rischio è di importunare eccessivamente i colleghi, prendendosi i rimbrotti del capo. Per chi poi proprio non sa resistere, c’è comunque bisogno di un abbonamento a Tele+, la prima pay tv sbarcata in Italia all’inizio degli anni ’90.

UNA SFIDA TRA GIGANTI

I bar, che da tempo hanno fiutato l’affare, non a caso sono stipati di persone, quasi fosse un sabato o una domenica sera. Tele+ per il quarto anno di fila s’è accaparrata infatti i diritti di ritrasmissione della Coppa Intercontinentale, e per la terza volta c’è un’italiana in campo: dopo le due spedizioni senza fortuna del Milan nel biennio 1993 (al posto dell’Olympique Marsiglia) e 1994, tocca alla Juventus di Marcello Lippi provare a riportare l’ambito trofeo sul suolo italico. Di fronte c’è però “El mas grande de America”, il River Plate di Francescoli e Ariel Ortega, del “Jardinero” Cruz e del “Matador” Salas, guidati in panchina da Ramon Diaz, protagonista dello scudetto dei record dell’Inter del 1989. Insomma, sulla carta il compito è decisamente improbo: va bene che Lippi ha portato la Juve a un livello cui nessuno avrebbe mai osato pensare solo un anno e mezzo prima, ma il River di quegli anni faceva davvero tanta, tanta paura. E nomi alla mano, poco o nulla aveva a che invidiare ai bianconeri, che dopo aver visto partire Vialli e Ravanelli avevano deciso di puntare tutto su Boksic e Zidane, oltre che su quel giovanotto padrone della maglia numero 10 che di nome faceva Alessandro, di cognome Del Piero, nell’immaginario collettivo Pinturicchio, perché oltre a giocare si divertiva a pennellare traiettorie da vero artista.

DUE ORE COL FIATO SOSPESO

In quegli anni la Coppa Intercontinentale rappresentava davvero la madre di tutte le partite. Anche perché arriva a corollario di un percorso fatto necessariamente di una sequenza temporale di titoli, prima quello nazionale, quindi quello continentale. E il fascino della sfida Europa-Sudamerica andava oltre qualsiasi racconto calcistico, con l’aggiunta di ulteriore appeal data dal fatto che, giocando a Tokyo, si aveva davvero la sensazione di arrivare a prendere la vetta del mondo. La Juve c’era già passata nel 1985 quando s’impose ai rigori contro l’Argentinos Juniors in una gara ricordata per per il più bel gol annullato della storia, quello di Platini (peraltro regolare), che per protesta si sdraiò a terra offrendo una delle immagini più iconiche della sua carriera. Da quando la FIFA acconsentì a modificare l’orario della sfida, collocandola nella tarda mattinata europea (altrimenti erano levatacce notturne per tutti) e inserendola a metà settimana, acquistò ulteriore fascino. Per questo quella mattina migliaia di ragazzi saltarono la scuola, oppure si fecero venire a riprendere prima. Chi non poté essere tanto fortunato dovette affidarsi alla cara vecchia radio, attento però a non farsi scoprire dall’insegnante di turno. Era un giorno diverso da tutti gli altri: un evento nell’evento, di quelli che nella vita vivi una, al massimo un paio di volte. Non a caso gli juventini lo stanno aspettando da 25 anni.

BOKSIC SPRECONE, ORTEGA FUNAMBOLO

Dalla parte opposta del mondo, rimbalzato dalle immagini via satellite, Marcello Lippi era intento a trovare il modo per superare un River che appariva solido e con pochissimi punti deboli. Schieramenti a specchio (4-3-1-2) e fantasia al potere, con Montero e Ferrara a prendere in consegna i temuti Cruz e Ortega e Deschamps chiamato a limitare il raggio d’azione di Francescoli. La partita di per sé è bloccata, un po’ come gran parte delle finali dell’epoca. La differenza di atteggiamento tra le squadre europee (molte più dedite alla tattica) e le sudamericane (più fisiche e legate a colpi di classe) finiva per anestetizzare partite dove la paura di non prenderle superava di gran lunga quella di rischiare qualcosa per provare a darle. La Juve però ha un piglio differente: quando possono i bianconeri rischiano la giocata e obbligano Bonano, il portiere dei Millonarios, a dover ricorrere a tutte le proprie conoscenze per impedire loro di passare. Dice di no a Boksic e poi a Del Piero, quindi rischia in uscita su Zidane (rimedia un difensore) e nella ripresa s’immola nuovamente su Boksic, servito da un tiro cross di Del Piero. Il temuto attacco del River finisce per sparare a salve, anche se a un quarto d’ora dalla fine Ortega fa correre un brivido lungo la schiena a milioni di italiani mandando sulla traversa un pallonetto dopo aver anticipato Peruzzi in uscita. Lo spettro dei supplementari rievoca negli juventini i timori di quanto vissuto nella finale di Champions di pochi mesi prima contro l’Ajax, oltre a rappresentare un pericolo in considerazione del fatto che gli argentini sembrano stare meglio ogni minuto che passa, prediligendo una partita fisica e pronti alla battaglia.

LA PENNELLATA DI PINTURICCHIO

Per cambiare il corso della storia, però, al solito basta un piccolo dettaglio. Un calcio d’angolo diventa così il grimaldello per sbloccare l’empasse: lo calcia Di Livio, col destro a rientrare, trovando la deviazione di testa di Zidane, che all’epoca aveva ancora più di un capello in testa e, senza saperlo, stava già facendo le prove per la doppietta con la quale un anno e mezzo dopo avrebbe fatto fuori il Brasile nella finale mondiale, regalando il titolo alla Francia. Stavolta però quella di Zidane è una spizzata, un prolungamento verso il fronte opposto dove è appostato Del Piero, completamente perso da Astrada che se ne dimentica del tutto, lasciandogli un metro abbondante di spazio. E Pinturicchio in quel metro compie l’ennesimo capolavoro della sua giovane carriera: arpiona la palla col destro, la addomestica e prima che un avversario lo possa intercettare la calcia di contro balzo, spedendola all’incrocio. È una rete solo apparentemente semplice: in pochi istanti Del Piero offre al mondo un saggio della sua bravura, sfruttando il pertugio che la difesa del River gli concede. L’Italia se ne accorge… a rate: chi ascolta la radio è il primo a esultare di gioia, chi segue la gara in tv deve pazientare qualche secondo (i satelliti dell’epoca ci mettevano un po’ per ritrasmettere il segnale), chi sul Televideo una trentina di secondi abbondanti. Poco male: un urlo si diffonde in tutta la penisola e ha il sapore dell’impresa. Il River nel finale le proverà tutte per rimediare, ma Peruzzi non si farà sorprende sui tentativi di Ayala e Salas, chiudendo ogni varco. Al triplice fischio la gioia prende il sopravvento: le telecamere indugiano su Del Piero, l’eroe del Sol Levante. Che si prende pure uno scappellotto da Tyson Peruzzi quando viene chiamato ad alzare la Toyota Cup, il trofeo voluto dallo sponsor che affianca la FIFA nell’organizzazione della sfida. Da poco 22enne, Del Piero si ritroverà anche una Toyota 4×4 in garage, quella destinata al miglior giocatore. Aveva portato la Juve in cima al mondo, ma del 4×4 non ne aveva avuto bisogno.

(Credits: Getty Image)

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