ENZO BIAGI, IL BOLOGNA, L’ORO DI BERRUTI E QUELL’ESCLUSIVA CON ENZO FERRARI

ENZO BIAGI, IL BOLOGNA, L’ORO DI BERRUTI E QUELL’ESCLUSIVA CON ENZO FERRARI

ENZO BIAGI, IL BOLOGNA, L’ORO DI BERRUTI E QUELL’ESCLUSIVA CON ENZO FERRARI

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Di penne graffianti e raffinante non ne è certo piena la letteratura italiana applicata al giornalismo. Enzo Biagi è stato un unicum anche e soprattutto per questo: uno dei pochi pilastri della carta stampa prima e televisiva poi italiana, uno senza peli sulla lingua, di quelli che non si sono tirati indietro quando c’era da dire le cose in faccia, anche a costo di sembrare troppo schietto e sincero per quelli che erano (e ancora oggi sono) i canoni nazional popolari. Un uomo tutto d’un pezzo, scomparso a 87 anni la mattina del 6 novembre 2007, quando in una clinica milanese stava tentando di riprendersi da un edema polmonare, poi sfociato in altri problemi cardiocircolatori. Con la sua morte se ne andò una delle penne più apprezzate dal pubblico, benché la politica in più di una circostanza finì per mettergli i bastoni fra le ruote, con personaggi di più schieramenti pronti ad attaccarlo quando avessero subito l’attacco o il rimprovero di turno. Biagi, fiero partigiano, scampato alla Seconda Guerra Mondiale ed entrato trionfante nella “sua” Bologna ad annunciare la fine del conflitto bellico, ha rappresentato una delle grandi eccellenze del giornalismo italiano. E pur se affidato sempre alle cure della cronaca e dell’attualità, in qualche modo seppe lasciare traccia anche nel mondo del giornalismo sportivo. Lui che più volte aveva professato il suo amore per le discipline sportive, comprendendone una volta di più il carattere evocativo e la suggestione che sapeva infondere in ogni cittadino.

L’AMORE PER L’ATLETICA, L’ORO DI BERRUTI

Il cuore, quel maledetto cuore che 14 anni fa smise di battere, fu all’origine della sua scarsa attitudine con l’attività sportiva. Non che a Biagi non piacesse fare sport: era il classico podista della domenica, quello al quale l’atletica strizzava l’occhio, ma al quale lui non poteva ricambiare l’ammiccamento. Smise presto di correre, proprio perché il cuore gli consigliò di andarci piano. Ma l’atletica l’aveva comunque conquistato a tal punto da attaccarlo davanti al televisore in un pomeriggio dell’estate 1960, quando era in Svezia per un reportage commissionato da La Stampa ma guardò con grande trepidazione la gara che vide Livio Berruti laurearsi campione olimpico nei 200 metri. Berruti era un qualcuno in cui impersonarsi: studente universitario, mostrava al mondo italiano che era possibile competere con i mostri sacri a livello globale, ma senza rinunciare alla propria istruzione. Biagi racconterà l’aneddoto di quelle gare vissute alla tv in più occasioni, quasi a far trasparire il rimpianto di non aver avuto l’opportunità di assistervi dal vivo.

BOLOGNA È UNA REGOLA

Quando nel 1961 entrò in RAI, subito spedito alla conduzione del Telegiornale della prima rete, lo sport gradualmente avrebbe trovato sempre più spazio nel palinsesto giornaliero. Anche perché nel 1964 arrivò per il giornalista una delle gioie più grandi mai provate in vita sua: il Bologna di Fulvio Bernardini, guidato in campo da Giacomo Bulgarelli, conquistò l’ultimo scudetto in un memorabile spareggio con l’Inter di Helenio Herrera, fresco campione d’Europa. E Biagi, tifosissimo dei rossoblù, non poté esimersi dal gioire per quel trionfo che ancora oggi in Emilia viene ricordato alla stregua di un oracolo. Del Bologna si sarebbe tornato ad occupare, come tifoso vip, a partire dalla metà degli anni ’90, quando l’arrivo di talenti del calibro di Baggio, Signori, Anderson e via dicendo avrebbe ricondotto il club addirittura sul palcoscenico europeo. Non era raro in quegli anni vedere Biagi in tribuna al “Renato Dall’Ara”, a godersi uno spettacolo che per il pubblico emiliano ha rappresentato certamente il momento più alto a livello calcistico da quel 1964. Un legame, quello con la sua terra, rinsaldato pochi anni dopo la morte quando Lizzano in Belvedere, il piccolo paese che gli diede i natali, volle ricordare Biagi intitolandogli il Palazzo dello Sport e della Cultura, struttura polivalente all’interno della quale è possibile sia praticare sport (l’ha utilizzata per gli allenamenti anche la Fortitudo Bologna di basket), sia assistere a spettacoli teatrali, musicali e di vario genere culturale.

LE CONFESSIONI DEL DRAKE

Se c’è però un momento di altissimo giornalismo in cui Biagi dimostrò di saper utilizzare mirabilmente gli strumenti del mestiere, sapendo applicarli adeguatamente anche allo sport, è certamente quello del 1982, quando Enzo Ferrari gli concesse un’intervista esclusiva, una delle ultime della sua vita pubblica legata al mondo delle corse. E Biagi seppe mostrare al mondo lati del Drake che mai erano venuti prima in superficie: con domande incalzanti, ma quasi tutte fuori dai soliti schemi e dalla routine dei motori, offrì uno spaccato che altrimenti non sarebbe mai stato svelato, quello di un uomo colto e capace di cogliere sfumature che dietro quegli occhiali scuri non si erano mai intraviste prima. Un’intervista testamento che ha fatto di Biagi un fuoriclasse di stile, capace di sconfinare nel mondo dello sport e portar fuori un modo nuovo di vedere le cose. Lui che sotto sotto era anche un tifoso Ferrari, ma che non provava tutta questa simpatia per il Drake. Quell’intervista, però, lì fece avvicinare, mostrando quanto i loro due mondi fossero vicini.

(Credits: Getty Image)

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