Gli ultras della porta accanto

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Dopo qualche anno ci si ritrova a parlare di ultras con esclamazioni di sconforto e biasimo seguite alla vicenda degli ultras interisti e napoletani venuti a contatto e la morte di Daniele Belardinelli.
Non compilo la lista dei morti ma il clima che si vive da 40 anni è quello di un tifo straordinariamente spettacolare e, nel contempo, ad alto rischio. Una dicotomia trascinata fino ad oggi vissuta con sussulti, silenzi e complicità, resistendo alle ondate di indignazione per i morti, i feriti e gli hooligans, fino a ramificare la sua cultura parallela nella direzione di un alto numero di giovani attratti dalla mentalità ultras.

Mentre le indagini vanno avanti sento esprimere però le stesse identiche parole dalle istituzioni, gli approfondimenti si fermano sempre allo strato superficiale, le conclusioni sono le medesime e la storia si ripete ciclicamente perché il tema ultras è tabù, oltre che essere affrontato episodicamente, con ragionamenti che mostrano l’assoluta incompetenza verso una materia oscura.
Gli ultras aderiscono ad un codice, hanno un linguaggio, una formazione che caratterizza le loro azioni, sono spesso politicizzati e risultano interessanti per la criminalità organizzata. L’antimafia ha rivelato come l’ndrangheta a Torino sia riuscita ad inserirsi come «intermediaria e garante nell’ambito del fenomeno del bagarinaggio gestito dagli ultras della Juventus, i dati forniti dalla Polizia riferiscono di numeri che raggiungono anche il 30% di pregiudicati all’interno delle tifoserie. Cose che approfondendo la questione, svelano come la questione sia molto più intricata ma difficile e pericolosa da gestire da parte della politica che in Italia ha governi della durata media di due anni, in costante campagna elettorale, incapaci e indisponibili ad affrontare la questione con adeguata preparazione. Costa troppo, ci sono aderenze imbarazzanti, mancanza di strumenti adeguati e una cronica incapacità italiana ad ogni livello, di approfondire compiutamente la materia e mantenere realmente il pugno duro a lungo, persino in casi estremi.

Il problema è serio anche perché da parte della comunità, del mondo sportivo e delle forze politiche c’è un atteggiamento ambiguo verso gli ultras. Allo stadio la gente guarda in direzione della curva quando c’è la coreografia, i quotidiani pubblicano le immagini degli striscioni e delle scenografie, esaltando il contenuto come se fosse espressione dell’intero tifo di una squadra. Perciò se una curva dedica uno striscione contro Icardi, si scrive che i tifosi dell’Inter tutti sono in polemica con lui, se viene esposto uno striscione in opposizione a una dirigenza si dà per scontato che rappresentino l’intera tifoseria. Viene poi data enfasi alle buone azioni come quelle di Genova, quando ultras di Genoa e Samp diedero una mano agli alluvionati della loro città nel 2014. C’è insomma la complice esaltazione da parte degli stessi organi di stampa, altrettanto privi di un codice etico rispettato allo stesso modo.
I calciatori in ogni categoria, quando termina la partita vanno a salutare gli ultras e, allo stesso tempo, in tanti anni abbiamo visto la disinvolta irruzione di questi nei centri dove la squadra si allena per insultarli o minacciarli, andandosene impunemente.

Il calcio ma anche altri sport come il basket, sembrano dipendenti da questa parte del tifo, ostaggi nei momenti positivi di quel folklore e la bellezza di un intero settore colorato e animato, pronto a sostenere la squadra fino all’ultimo, così come della loro espressione più violenta.
Allo stesso tempo si fa largo l’indignazione come in quest’ultimo caso, il tema ultras è affrontato con straordinaria approssimazione e lo si vede da esclamazioni come “non si può morire per una partita di calcio”, declamato da più parti nonostante gli scontri fossero avvenuti ad un chilometro e mezzo dallo stadio tra gente che tra le priorità non mette la partita al primo posto. Gli scontri, gli accoltellamenti avvengono diverse volte e sempre fuori dallo stadio, a differenza dagli anni ’80 e la percezione della sicurezza dentro gli impianti è aumentata. Fuori prosegue come prima. Non c’è un reale sminamento del fattore subculturale degli ultras, non c’è alcuna contrapposizione se non quella dell’indignazione di beve durata e di una retorica ministeriale e goffa, espressa stancamente.

Gli ultras continueranno ad esistere, stampa e tifosi continueranno ad avere il consueto ambiguo atteggiamento di meraviglia e risentimento verso l’estremismo di settori dediti a gesti forti nel bene e nel male perché una cultura, per quanto perversa o sbagliata sia, spiace dirlo, vince sempre sull’assenza di un’altra che le si contrapponga con la stessa forza.

 

(Credits: Getty Images)

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Lapo De Carlo Giornalista, conduttore televisivo, radiofonico e conduttore di RMC Sport è anche esperto di conduzione e comunicazione. Collabora con la medesima ... VAI ALLA PAGINA AUTORE

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