JACQUES ANQUETIL, IL CAMPIONE CHE NON CONOSCEVA REGOLE

JACQUES ANQUETIL, IL CAMPIONE CHE NON CONOSCEVA REGOLE

JACQUES ANQUETIL, IL CAMPIONE CHE NON CONOSCEVA REGOLE

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Due vite non basterebbero per fare tutto quel che ha fatto Jacques Anquetil. Anzi, nel caso del “sultano”, forse non ne sarebbero sufficienti neppure tre. Perché dentro quei 53 anni faticherebbe chiunque a ripercorrere le orme del campione di Mont-Saint-Agnan, per distacco il più grande crono man della storia, ma anche il più eccentrico, sregolato e anticonvenzionale ciclista che la storia ricordi. Per lui in fondo i cliché erano solo motivo d’intralcio: non ha badato troppo al sottile, ha sempre preferito guardare a ciò che gli piaceva e gli diceva la testa, piuttosto che farsi troppi scrupoli per pensare agli altri. Come quando convocò a cena i capitani di tutte le squadre che avrebbero preso parte al Tour del 1965, che non avrebbe potuto correre ma nel quale l’unico suo pensiero era impedire a Poulidor di vincere in sua assenza. Fece vedere un libretto degli assegni e disse a colui che avrebbe vinto:

Non metto alcuna cifra, scrivetela voi. L’importante è che chi lo riscuoterà non abbia fatto vincere Raymond.

Quella sera, però, a tavola non c’era chi avrebbe dovuto riscuotere i soldi, semplicemente perché a quel Tour si presentò come gregario di Vittorio Adorni. Chissà se Felice Gimondi abbia poi mai riscosso il premio, seguendo la promessa fatta da Jacques.

UN VINCENTE NATO, SPESSO INVISO ANCHE ALLA SUA GENTE

Basterebbe questo per dire chi era Anquetil. Un francese che il più delle volte non stava simpatico neppure ai francesi, e il che non è una cosa da poco, pensando al voyeurismo che li caratterizza. Il fatto è che sin da giovanissimo Jacquot (come veniva chiamato) ha fatto poco per farsi amare dal prossimo. Ha cominciato a vincere che era ancora un bambino, almeno nei lineamenti. Fisico asciutto ma gambe che andavano a molla, elegante come pochi e sempre pronto a rilanciare l’andatura, Anquetil è stato prima di tutto un mago delle corse contro il tempo, tanto da vincerne un’infinità e da farsele amiche al punto ogni qualvolta c’era da andare a caccia di un grande giro. Alla fine nel suo palmares si contano 5 Tour de France, due trionfi al Giro d’Italia e uno alla Vuelta. Più svariate edizioni della Parigi-Nizza, oltre a qualche classica sparsa in qua e in là. E questo perché le corse di un giorno non l’hanno mai affascinato più di tanto: una Gand-Wevelgem, una Liegi-Bastogne-Liegi e una Bordeaux-Parigi (quella del ’65, ma da leggenda: più tardi si capirà perché) sono poca roba rispetto a quelle vinte dai suoi colleghi più illustri, dell’epoca e non solo. Ma a Jacques piacevano le grandi corse a tappe, dove non regalava spettacolo e men che meno emozioni, ma aspettava le crono per sbaragliare la concorrenza, difendendosi poi con grande regalità in salita. Solo che quell’atteggiamento da padrone assoluto della corsa spesso lo rese inviso agli appassionati, se è vero che nel 1961, quando dominò il Tour indossando la maglia gialla dalla prima all’ultima tappa, i suoi connazionali lo fischiarono quando salì sul podio. Lui per tutta risposta con i soldi del premio riservato al vincitore si comprò una barca e la chiamò “Sifflets”, cioè fischi. L’umorismo faceva comunque parte del suo vocabolario.

LE VITTORIE EPICHE, TUTTE ROMANZESCHE

E dire che Anquetil era un uomo di poche parole. Ma quando apriva bocca non lo faceva tanto per dare fiato. Le sue stilettate, vent’anni prima di Hinault, hanno proposto al ciclismo un campione irriverente e senza peli sulla lingua. Talmente fuori dagli schemi che fuori dalle corse era davvero difficile riuscire a inquadrarlo come si conviene a un professionista. Amava la bella vita, amava la buona tavola, amava i vizi (sigarette e champagne non mancavano mai), tirava a tardi la sera e ne combinava una dietro l’altra, ma quando c’era da gareggiare non sentiva storie. E nonostante una vita disordinata, i risultati gli sorridevano con una puntualità svizzera. Come nel 1956, quando al “Vigorelli” tentò di battere il record dell’ora di Fausto Coppi. Tentativo fallito al primo e al secondo colpo, seguito da una notte di bagordi a Como a schiarirsi le idee prima di rimettersi in sella il giorno dopo, con due ore scarse di sonno, e riuscire nell’impresa. O come nel 1965 alla Bordeaux-Parigi: al pomeriggio aveva vinto il Giro del Delfinato, ma tre ore e mezza più tardi era alla partenza di una classica che all’epoca era seguitissima, intanto perché si disputava di notte, e poi perché contava oltre 500 chilometri. Al traguardo, Jacques Anquetil vinse in volata su Stablinski e Simpson, tra lo stupore dei presenti al Parco dei Principi. Quell’impresa lo riabilitò agli occhi della gente, che ne aveva le tasche piene delle sue vittorie scontate e che lo arrivò a odiare perché nel frattempo non lasciava che le briciole a Poulidour, che per quanto si dimenasse non riusciva mai a mettere le mani sulle corse più ambite. Divenne per tutti l’eterno secondo, perché contro Anquetil era la prassi partire battuti in partenza.

PAGATO PER NON CORRERE, VINCITORE CON CACHET… QUADRUPLICATO

Il concetto della gara persa in partenza era ben noto ai corridori e soprattutto agli organizzatori del Gran Premio di Lugano (detto “delle Nazioni”), una sorta di mondiale delle corse a cronometro che negli anni ’50 vide Jacques, seppur giovanissimo, trionfare a ripetizione. E vedendo quel dominio, nel 1957 pensarono bene di offrirgli una cifra per restare a casa e consentire che fossero gli altri a giocarsi la vittoria, sulla falsariga di quello che fece l’organizzazione del Giro d’Italia con Binda nel 1930. Il francese sulle prime stette ad ascoltare, poi rilanciò chiedendo il doppio, venendo accontentato. E contrattò un extra persino poco prima di partire, dirigendosi poi da Ercole Baldini (il rivale più accreditato) e dicendogli che quel giorno avrebbe vinto lui. La tavola, sebbene apparecchiata, venne spazzata via dalla favolosa prestazione di Anquetil, che vinse con 6’ sul rivale e al traguardo si poté godere i volti stupefatti degli organizzatori, costretti a dargli anche il premio dedicato al vincitore (e gli anticipi versati per non farlo vincere erano già stati saldati). Jacques escogitò il modo per guadagnare quattro volte tanto avesse guadagnato semplicemente vincendo la crono. Una dimostrazione di forza e superiorità nell’anno in cui pretese che la sua squadra lasciasse a casa Louison Bobet in vista del Tour de France, che vinse al primo colpo con 15’ sul secondo. Sfrontato come non mai, audace ma sempre puntuale nelle vittorie, Anquetil aprì un ciclo irripetibile, noncurante delle accuse di doping (che in parte ammise, ma all’epoca era prassi comune) e dell’invidia dei colleghi.

GLI AMORI TRAVAGLIATI, LA TRISTE FINE SOLITARIA

Se il suo stile di vita decisamente borderline non ne intaccò il talento e le vittorie, fuori dalla strada le cose non sempre filarono via per il verso desiderato. Anquetil era bello e vincente, le donne lo adoravano e lui sapeva di poterne avere a iosa. Alla fine mise gli occhi su Jeanine, moglie del suo medico di fiducia. Che non resistette alla sua corte, ma che avendo già due figli nati dalla relazione col dottore si vide costretta a metterli un po’ in disparte pur di seguire Jacques in capo al mondo. Lui la volle sempre al suo fianco, e una volta chiusa la carriera avrebbe voluto anche metter su famiglia. L’impossibilità di Jeanine di avere figli, in seguito a un’operazione, fa crollare l’idillio: il rimedio è, se possibile, peggiore della toppa, perché Jeanine concede a Jacques la figlia Annie, che rimane incinta e da alla luce Sophie. Ma l’equilibrio non si ricompone affatto, tanto che entrambe scappano dalla villa del corridore. Che trova rifugio in Dominique, ovvero la moglie di Alain, l’altro figlio di Jeanine, dalla quale nel 1986 nascerà Cristopher. La vita ormai è però troppo stretta per il “sultano”: pochi mesi dopo la nascita del secondo figlio, scopre di avere un tumore allo stomaco, che nel novembre del 1987 se lo porta via. Tra gli ultimi a fargli visita c’è Poulidor. Jacques non si sarebbe mai aspettato una simile improvvisata, ma ne esce al solito da campione:

Anche stavolta sei arrivato secondo

facendogli capire di averlo battuto anche nell’ultima corsa terrena. Manifesto di ciò che è stato Anquetil: per lui contava solo lo striscione dell’arrivo. Quel che c’era prima, in fondo era solo un dettaglio.

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