La brutta fine dell’etica sportiva

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Ripartiamo dall’immagine di Bakayoko e Kessie che sabato sera portano in trionfo la maglia dell’avversario Acerbi, dopo che quest’ultimo si era beccato su twitter con i due centrocampisti del Milan, “provocandoli” sul valore dei singoli giocatori in un’ipotetica sfida uno contro uno. La risposta è stata lo sfregio di una maglia brandita come trofeo sotto la curva, mentre Musacchio, accortosi della volgarità del gesto, prende la maglia nascondendola dietro la schiena. Il danno però ormai è fatto e Gattuso in conferenza stampa ha chiesto scusa sostenendo (giustamente) che i giocatori passano troppo a “smanettare” sui social e le conseguenze sono anche queste. Anche Bakayoko ha chiesto poi scusa senza chiederla, con una specialità di questo ultimo periodo: “scusa…se ti sei sentito offeso”, una formula che di fatto ribadisce il concetto e da pure del permaloso a chi ha subito l’eventuale offesa. Acerbi ha poi chiuso la questione con un post, sempre su twitter, nel quale ha dato appuntamento a Bakayoko, di nuovo sul campo (il 24 aprile a San Siro per il ritorno della semifinale di Coppa Italia). L’esposizione di una maglia avversaria è un fatto quasi inedito nel nostro calcio e di per sé è un fatto sgradevole, pur non essendo grave. La questione sarà giudicata anche attraverso una prova televisiva, andando oltre al regolamento che prevede l’utilizzo del mezzo televisivo solo in determinati casi.

Per questo il fatto più spiacevole della questione è il comunicato del Milan che ha ricostruito la faccenda ridimensionando in modo bulgaro gli eventi: “Bakayoko ha mostrato (la casacca di Acerbi) al pubblico nel solo intento di celebrare una vittoria importante senza finalità di scherno, né intenti aggressivi o anti-sportivi: un’innocente, ingenua risposta allo scambio amichevole di tweet con Acerbi».

Stiamo parlando di una vicenda infantile, talmente puerile da non dover rendere necessario il metro di giudizio di ciò che è giusto o sbagliato.
Il problema è che arriva in una stagione in cui i giocatori, da Nainggolan a Perisic, da Icardi a Cristiano Ronaldo, da Dzeko, ad El Sharaawy, fino allo stesso Kessie e Biglia, hanno dato dimostrazione di comportamenti diversi ma incongrui col loro ruolo di personaggi pubblici. Incapaci di stare lontani dai social o “postare responsabilmente”, di esprimere con un gesto volgare la loro felicità o il dileggio, di non anteporre sé stessi alla maglia, di comportarsi civilmente dentro e fuori dal campo.

Si è sempre parlato di esempio, come se la cosa fosse riferita solo ai bambini ma la reazione che si ripete sui social o nella vita pubblica da parte dei tifosi, mostra che il grado di immaturità, di incapacità a recepire concetti elementari sul valore di un gesto, passa non più dal banale metro di misura:” buono” o “cattivo” ma solo e unicamente dalla rappresentatività, dal senso dell’appartenenza. Se si stigmatizza Ronaldo per un gesto verso i tifosi avversari, gli juventini ti accusano di non parlare di Simeone, se si parla di Icardi, Nainggolan e Perisic gli interisti ti dicono che gli altri fanno di peggio, se disapprovi il gesto di Bakayoko e Kessie, arrivano i milanisti a chiederti come mai non parli anche di Luiz Felipe o di Acerbi.

Molti, troppi tifosi sono sempre più come cattivi genitori che guardano ai figli degli altri con estrema severità e ai propri con ipocrita indulgenza. La differenza è che adesso sono anche più visibili e rumorosi sui social dove danno sfogo ai peggiori istinti.
Non è possibile nemmeno rinfacciarlo, perché nessuno si sente mai responsabile di niente. State certi che se Acerbi e Immobile avessero preso la maglia di Bakayoko esponendola ai tifosi laziali, i milanisti l’avrebbero presa male. Il punto è che i giocatori si rifiutano di essere esempi, gli adulti si comportano come i peggiori dei bambini, chi prende posizione verso certi episodi, dal razzismo alla maleducazione, viene pure accusato di essere ipocrita (?), con un appellativo quasi comico “falso moralista” perché basterebbe dire “moralista” con un’accezione negativa e basterebbe. Dettagli.

C’è da restarci male e avere poca fiducia nel futuro del calcio se la logica tifoidea divampa senza controllo e senza riguardo verso una verità riconosciuta. Se una cosa è sbagliata è sbagliata e basta, senza giustificazioni infantili e posizioni sfacciatamente di parte.
I club vivono sempre più di immagine e sarebbe ora che intervenissero duramente verso i tesserati che li rappresentano, invece di giustificarli sempre e dire ai tifosi che i loro giocatori sono al di sopra di qualunque principio etico.

(Credits: Getty Images)

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Lapo De Carlo Giornalista, conduttore televisivo, radiofonico e conduttore di RMC Sport è anche esperto di conduzione e comunicazione. Collabora con la medesima ... VAI ALLA PAGINA AUTORE

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