La religione degli ottimisti nel calcio

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La religione degli ottimisti nel calcio

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Data astrale: 2019, 527 anni dopo la fine del medioevo.

L’uomo è insediato in un’epoca di grandi rivoluzioni tecnologiche che hanno illuso, fin dalla creazione della ferrovia, passando per l’automobile, arrivando a internet e alle conquiste nello spazio, di aver compiuto grandi passi evolutivi. Al contrario, l’uomo è più o meno quello di cinque secoli prima. Resta superstizioso, biologicamente collegato a valori percettivi che determinano scelte e gusti.

Nel tifo calcistico questo modello comportamentale è ancora più esasperato dalla semplice convinzione non scritta che si possa fare. Si può tornare bambini, urlare, piangere e insultare. Si possono emettere giudizi sommari, privi di logica, dettati dallo stato emotivo e da una visione tranchant sulle qualità di un allenatore e le capacità di un calciatore.
Ogni volta che azzardo un giudizio e la vedo grigia i tifosi mi rinfacciano che bisogna essere ottimisti e il pessimismo è male. Mi ritengo un realista, conosco vizi e virtù della mia squadra, la amo, mi fa girare le scatole, rovina interi week end e li esalta dandomi persino un senso di elevazione come se fossi sceso in campo. Confesso che ogni tanto, in alcune partite, ho l’intima convinzione che se mi metto al centro del divano la partita resterà in equilibrio e se mi sposto sulla destra o mi punto, la squadra seguirà le mie indicazioni attaccando o difendendosi bene.

Lo penso oltretutto senza avere (ancora) una camicia di forza. Credo anche di aver inventato parecchi anni fa il “maniavantismo”, fondando scherzosamente la “dottrina” sul principio che se si fornisce un buon motivo per cui la mia squadra perderà, quella causa verrà esorcizzata con un ribaltamento della realtà. In radio gioco molto su questo con gli ascoltatori, ma non c’è una sola cellula del mio corpo che creda razionalmente in questo assunto, pur insistendo nel proporlo.

Faccio però anche un mestiere giornalistico che mi porta ad analizzare i fatti per come si manifestano, cercando di andare oltre la battuta o la semplificazione.
Perciò mi sono chiesto se e come i tifosi pensino che l’ottimismo porti punti e vittorie o, al contrario se ritengono ogni valutazione realistica, iscritta all’albo del pessimismo e della negatività, in grado di condizionare l’andamento di una squadra.
Quando si esprime un giudizio realistico la frase viene iscritta all’albo della negatività da un plotone di tifosi che non scherza, non ride affatto, nemmeno replica con un’altra angolazione che possa smontarla.

Non sono pochi gli allenatori, da Allegri a Spalletti, che chiedono ai giornalisti di essere positivi, ottimisti. Allibisco a questa pretesa, come se il giornalista dovesse raccontare la realtà delle cose in modalità fantasy. Resta il fatto che l’ottimismo, la serenità, la visione delle cose positiva, viene chiesta ed evocata da società e una grossa fetta di tifosi.
Se questi ultimi leggono previsioni fosche o preoccupate sui social calano come unni sulla bacheca dell’interessato e gli danno del “portasfiga”, lo proclamano untore, il paziente zero di un virus da estirpare ancora prima che si diffonda.

Anche nella vita reale: “dai, bisogna essere ottimisti” è un mantra che si contrappone alla potenziale negatività da cui potrebbe scaturire un’energia nociva, tossica.
Si tratta di questo, di una fede in qualcosa di invisibile che agisce nello spirito di una comunità, una sorta di religione senza forma che promuove il culto metafisico del pensiero positivo, il quale non può che portare risultati e soddisfazioni.

Essendo profondamente legato all’Inter capirete che negli ultimi anni ho imparato a diffidare di questa convinzione. Resto convinto che sia più interessante parlare, argomentare e divertirsi ad analizzare il calcio.
Molto presto però farò comunque un esperimento in cui diverrò sinceramente e convintamente ottimista, per un certo numero di partite. Un po’ come quando si indossa la maglietta di un certo colore per portare bene. Se funziona abbandonerò il realismo e persino il maniavantismo. Lo faccio per voi.

(Credits: Getty Images)

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Lapo De Carlo Giornalista, conduttore televisivo, radiofonico e conduttore di RMC Sport è anche esperto di conduzione e comunicazione. Collabora con la medesima ... VAI ALLA PAGINA AUTORE

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