L’INNO DI MAMELI, IL TESTAMENTO SPIRITUALE DI UN GIOVANE PATRIOTA

L’INNO DI MAMELI, IL TESTAMENTO SPIRITUALE DI UN GIOVANE PATRIOTA

L’INNO DI MAMELI, IL TESTAMENTO SPIRITUALE DI UN GIOVANE PATRIOTA

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“Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta”.

Quante volte avete sentito queste parole risuonare nelle case degli italiani in un’estate che definire da sogno è un eufemismo. La migliore di sempre dello sport tricolore, un pazzo collage di medaglie e trionfi che ha rimesso il bel Paese nella cartina geografica internazionale, e non solo per ciò che riguarda le discipline sportive. Un tripudio di bandiere, suoni e colori, con una colonna sonora che dal 1946 (era proprio il 12 ottobre) accompagna i momenti più belli, gioiosi e solenni di ogni cittadino della penisola che s’affaccia sul Mediterraneo. Un inno che fino a una ventina d’anni fa veniva persino messo alla berlina, in perenne conflitto con chi gli preferiva l’aria del Nabucco “Va, Pensiero” o la “Marcia dell’Aida” di Verdi e “Nessuno Dorma” della Turandot di Puccini, oppure brani più recenti come “Azzurro” di Celentano (dal colore della maglia delle nazionali, peraltro direttamente connessa allo stemma dei Savoia), “Acqua Azzurra, Acqua Chiara” di Lucio Battisti e (udite udite) “Muoviti, Muoviti” di Jovanotti. Una polemica innescata a margine del mondiale americano di calcio del 1994, quando le labbra serrate degli italiani fecero scalpore, se messe a confronto con il canto gioioso dei brasiliani prima della finale di Pasadena. Venne chiesto un parere persino a Mogol:

“Non so se accantonare l’inno di Mameli sia una buona idea”.

Quasi 30 anni dopo, è evidente quanto il paroliere avesse ragione.

UNA CONCORRENZA SERRATA

Goffredo Mameli, poeta e patriota italiano, morì a soli 21 anni ma fece in tempo a redigere un testo che avrebbe accompagnato i moti repubblicani della Prima Guerra d’Indipendenza. L’ispirazione gliela diede la Marsigliese, già da decenni scelta come inno dai francesi, e non trovando alcuna musica di suo gradimento sul quale riversare l’impianto dei suoi versi decise di inviarli a Torino da Michele Novaro, compositore a sua volta patriota, che ne rimase subito folgorato al punto da musicarlo nello spazio di poche ore. Novaro apportò pure alcune modifiche al testo, aggiungendo in particolar modo l’iconico “Si” al termine del ritornello. Poco prima dell’uscita ufficiale, che gli storici fanno risalire al 10 dicembre 1847 durante una commemorazione della rivolta del quartiere genovese Portonia contro gli occupanti asburgici durante la guerra di successione austriaca, fu invece Mameli a cambiare il primo verso da “Evviva l’Italia” a “Fratelli d’Italia”, che diventerà poi erroneamente il titolo dell’inno steso (che in realtà si chiama “Il Canto degli Italiani”. La diffusione dell’inno si deve in particolar modo ai moti del 1848, specialmente alle Cinque Giornate di Milano, tanto da superare persino l’iniziale censura del Re Carlo Alberto (la quinta strofa riporta un attacco durissimo contro l’Austria). Accompagnerà anche le successive Guerre d’Indipendenza, oltre alla campagna dei Mille di Garibaldi. Ma nel 1861, anno dell’unità d’Italia, come inno venne scelta la Marcia Reale dei Savoia, poiché le parole di Mameli vennero considerate “troppo repubblicane e poco conservatrici”, tradendo un po’ lo spirito monarchico che aveva contrassegnati gli eventi che precedettero l’Unità d’Italia. “Il Canto degli Italiani” non finì propriamente in soffitta, ma fino alla Prima Guerra Mondiale dovette sedere temporaneamente in panchina. Proprio gli eventi bellici lo riproposero, assieme ad altri canti patriottici, fino a che il ventennio fascista arrivò completamente a scoraggiarne l’utilizzo. La fine della Seconda Guerra Mondiale, però, cambiò nuovamente la scena.

LA RIABLITAZIONE DEFINITIVA (GRAZIE ALLO SPORT)

Quando nel 1945 Arturo Toscanini diresse a Londra l’esecuzione de “L’Inno delle Nazioni”, di cui faceva parte anche “Il Canto degli Italiani”, fu chiaro a tutti che quella poteva essere una buona idea per proclamarlo nuovo inno degli italiani. In tanti però sostenevano che “Va, Pensiero” e “La Marcia del Piave” meritassero a loro volta di essere scelti per ricoprire tale compito: per questo il Consiglio dei Ministri del 12 ottobre 1946 decise di individuare il brano di Mameli come inno provvisorio. Il “Va, Pensiero” di Verdi per decenni l’ha incalzato, tra sondaggi radiofonici, disquisizioni politiche (l’inno veniva bollato come troppo di destra) e un generale senso di scarsa appartenenza, tale da portare alle polemiche di metà anni ’90 quando davvero l’inno di Mameli fu vicino ad essere sollevato dal suo incarico. Ma fu ancora una volta lo sport a cambiarne il destino, unitamente all’azione di Carlo Azeglio Ciampi che spronò a più riprese gli sportivi (e non solo) a riscoprire lo spirito patriottico nascosto in ogni italiano. Furono gli Azzurri del rugby a tracciare la vita: il loro canto a squarciagola prima delle gare del VI Nations risvegliò le coscienze e i primi appuntamenti olimpici del nuovo millennio (Sydney e Atene) videro tanti atleti cantare sul podio come mai (o raramente) si era visto prima. L’ultimo passo lo fecero gli Azzurri di Lippi al mondiale 2006: per la prima volta i giocatori della nazionale di calcio all’unisono (tolto Camoranesi, che era argentino e motivò la sua scelta dicendo che se la sentiva di cantare né quello italiano, né quello della nazione sudamericana) cantarono l’inno, trasmettendo un forte senso di unione e coesione. Da allora, nessuno s’è più sognato di mettere in discussione “Il Canto degli Italiani”: i 4 dicembre 2017 la legge n. 181 ne stabiliva lo status di inno ufficiale. Meglio tardi che mai…

(Credits: Getty Image)

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