L’ITALIA DELLA FINALINA, UNA PARTITA MAI BANALE

L’ITALIA DELLA FINALINA, UNA PARTITA MAI BANALE

L’ITALIA DELLA FINALINA, UNA PARTITA MAI BANALE

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C’è chi la detesta, chi la ritiene inutile, chi addirittura solo un fastidio degno della peggior amichevole estiva in qualche sperduto angolo del pianeta, buona per arricchire solo le casse della società. E poi c’è chi la considera una gara vera, magari perché (come ha spiegato Manuel Locatelli)

“vale comunque tanto per il ranking”.

E visto che l’Italia in passato sul ranking c’ha già sbattuto il muso (ricordate il sorteggio delle qualificazioni ai mondiali di Russia 2018? Azzurri in seconda fascia, girone di ferro con la Spagna, secondo posto finale e spareggio perso con la Svezia…), meglio prendere sul serio le parole del Loca e prodigarsi per “fare le cose perbene”. Di sicuro c’è che in un calcio dove ogni pretesto è buono per mandare 22 giocatori in campo, anche una finale 3°/4° posto può meritare un’adeguata considerazione. Specie se di fronte ci sono due squadre che rappresentano il meglio del calcio continentale, se è vero che l’Italia è campione d’Europa in carica e il Belgio occupa la posizione numero 1 del ranking FIFA. Per gli Azzurri, peraltro, disputare una finalina non è affatto una novità. E quelle giocate non sono mai state banali: in un modo o nell’altro, un segno nei libri di storia l’hanno sempre lasciato.

LA PRIMA E UNICA VOLTA IN DOPPIA CIFRA

Prendete la prima: 10 giugno 1928, Giochi Olimpici di Amsterdam, avversario il sorprendente l’Egitto. L’Italia era stata sconfitta non senza rimpianti in semifinale dall’Uruguay, che si era imposto per 3-2 (e si sarebbe poi ripetuto in finale contro l’Argentina). La nazionale guidata da Augusto Rangone dovette accontentarsi di disputare la finalina per il bronzo, e per non dare adito a dubbi quel giorno decise di non fare prigionieri: 11-3 il risultato finale, con triplette di Baloncieri, Banchero e Magnozzi e doppietta di Schiavio. Baloncieri, per non infierire su un avversario oggettivamente già arresosi prima del triplice fischio, arrivò persino a sbagliare volutamente un calcio di rigore. Resta quella la sola gara tra le 847 disputate dalla nazionale in cui gli Azzurri siano riusciti ad andare in doppia cifra. Non è la vittoria più larga di sempre: il primato è sempre stato stabilito in una Olimpiade, quella del 1948, con l’Italia vittoriosa per 9-0 sugli USA.

L’ERRORE DI COLLOVATI IN MEZZO AI CECCHINI

Bisognerà attendere 52 anni per ritrovare una finale per il 3° posto. Quella dei campionati europei del 1980, però, conta relativamente: non c’è una vera e propria medaglia in palio, solo l’onore di poter salvare una spedizione che prometteva tanto, ma che in maniera un po’ inattesa non condusse i ragazzi di Bearzot all’atto conclusivo, nonostante Zoff in tre gare non avesse subito neppure in gol. A tradire il CT fu l’attacco: una sola rete in tre gare (quella di Tardelli all’Inghilterra) e una differenza reti troppo scarna che favorì il Belgio, poi battuto in finale dalla Germania Ovest. All’Italia restò solo la finalina contro la Cecoslovacchia, all’epoca avversario di tutto rispetto: il match si trascinò ai supplementari e si chiuse in parità (1-1, reti di Jurkemik e Graziani), rendendo necessaria la coda dei calcio di rigore dove nessuno sembrava voler cedere. Vennero trasformati tutti i primi 16 tiri dal dischetto, 8 per parte, poi il 17esimo vide l’errore decisivo di Collovati, ipnotizzato dal portiere avversario Netolicka. Il successivo gol di Barmos mise fine a un Europeo senza gloria per un’Italia che pure due anni dopo si sarebbe presa una fragorosa rivincita (e che rivincita) al mundial spagnolo. Quella peraltro fu l’ultima finale per il 3°/4° posto della storia degli europei: dall’edizione successiva l’UEFA decise di toglierla una volta per tutte.

BAGGIO, SCHILLACI E UNA FESTA FORZATA

Ai mondiali, invece, la finalina resiste ancora. E tutto sommato mantiene anche una sua popolarità, come dimostrato dalle ultime due andate in scena ai recenti campionati del mondo in Brasile e Russia. Ma nel 1990 a Bari, sabato 7 luglio, in campo c’era la squadra… sbagliata: non doveva toccare all’Italia affrontare l’Inghilterra, perché quella maledetta e stregata semifinale contro l’Argentina nella mente e nei programmi dei 60 milioni di italiani sarebbe dovuta finire in altro modo. E invece nell’astronave progettava da Renzo Piano quel sabato sera in campo scesero gli Azzurri, che si prefissero un obiettivo ben preciso: aiutare Totò Schillaci a vincere la classifica dei marcatori. Così quando nel finale l’arbitro Quiniou vide una spinta inesistente di Parker ai danni dello stesso Schillaci toccò proprio a Totò andare sul dischetto, nonostante fosse Baggio il rigorista designato. Baggio che in precedenza (in fuorigioco) aveva ricevuto dal compagno l’assist per il gol del momentaneo 10-0, poi pareggiato da Platt. L’Italia vinse 2-1 e provò a consolarsi, ma la serata fu abbastanza surreale. Addirittura al commento la Rai inviò Giorgio Martino e non Bruno Pizzul, designato per la finalissima di Roma del giorno seguente. Vicini fece poco turnover (Mancini venne panchinato anche quella sera…), la vittoria fu un contentino e nulla più. Ma la ola dei giocatori sul podio almeno è rimasta impressa negli occhi degli italiani. Se felici o tristi, decidetelo voi.

IL BRONZO PER BALDONI, IL CALDO DI BAHIA

Il nuovo millennio ha raccontato già un paio di finaline. Una, quella dei Giochi Olimpici di Atene del 2004, tutt’altro che banale: l’Italia di Claudio Gentile, fresco campione d’Europa Under 21, dopo essersi arresa in semifinale all’Argentina di Messi affrontò l’Iraq in una giornata resa ancor più triste dalla notizia dell’omicidio del giornalista Enzo Baldoni, avvenuto poche ore prima del match proprio in Iraq. Il CIO decise di far disputare il match “per onorare la memoria di Baldoni”, ma in campo la testa di molti ragazzi era altrove. Vinsero gli Azzurri per 1-0 con rete di Gilardino, e dedica al cielo. Di quel gruppo facevano parte anche Amelia, Chiellini, De Rossi, Pirlo e Barzagli, che due anni dopo avrebbero alzato la coppa più ambita nel cielo di Berlino. E tolto Amelia, tutti e 5 parteciparono anche alla spedizione in Brasile in occasione della Confederations Cup 2013, il torneo che la FIFA ha utilizzato per due decenni come antipasto e prova generale in vista dei mondiali, definitivamente soppresso a partire dal 2019. L’Italia di Prandelli, uscita battuta in semifinale ai rigori contro la Spagna (decisivo l’errore di Bonucci), disputò la finale per il 3° posto contro l’Uruguay nella calura pomeridiana di Salvador, nello Stato di Bahia: il match si concluse sul 2-2 dopo 120’, con l’Italia avanti due volte con Astori e Diamanti e ripresa altrettante volte da Cavani. Ancora una volta l’epilogo fu dal dischetto e il grande protagonista fu Gigi Buffon, che intercettò le conclusioni di Forlan, Caceres e Gargano, rendendo vano l’errore di De Sciglio che arrivò dopo le trasformazioni di Aquilani, El Shaarawy e Giaccherini. Un successo salutato con enfasi, pensando al robusto turnover operato e al fatto di aver giocato l’ultima parte di gara in 10 per l’espulsione di Montolivo. Ma un anno dopo il ritorno in Sudamerica fu decisamente da dimenticare.

(Credits: Getty Image)

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