LO STRANO CASO DEL BARCELLONA: DEBITI ALTI, MA MERCATO STELLARE

LO STRANO CASO DEL BARCELLONA: DEBITI ALTI, MA MERCATO STELLARE

LO STRANO CASO DEL BARCELLONA: DEBITI ALTI, MA MERCATO STELLARE

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Come può una società indebitata per oltre 500 milioni di euro fare mercato e spenderne oltre 150 come se nulla fosse? Se ti chiami Barcellona, magari già il nome ti può dare una mano. Ma i soldi sono sempre soldi, e trovare un escamotage per aggirare il problema non è affatto cosa semplice.

Al Barça però ne sanno sempre una più del diavolo: desiderosi di riscattare una stagione decisamente complicata, senza trofei messi in bacheca e con l’onta di aver visto i rivali di sempre conquistare Liga e Champions League, hanno perfettamente compreso che senza investimenti non ci sarebbe stato modo di tornare competitivi nel breve-medio periodo.

Ma quel fardello rappresentato da 500 milioni e passa di debito ha rappresentato da subito un macigno, cui la dirigenza blaugrana ha dovuto far fronte con astuzia, intelligenza e un po’ di sano ottimismo. Perché “ipotecare” il 25% del valore dei diritti tv per i prossimi 25 anni è comunque un azzardo, considerando quanto potrebbero aumentare da qui alle prossime stagioni. Il presidente Joan Laporta però non aveva altra scelta: cedere quella percentuale è stato (ed è tuttora) l’unico modo per garantire la sopravvivenza al club, e cercare anche di renderlo nuovamente competitivo agli occhi del mondo.

 

IL NODO SALARY CAP E QUEI CONTRATTI DA DEPOSITARE

Piccola nota a margine: i nuovi acquisti già sfoggiati nei test estivi in territorio americano ad oggi non potrebbero disputare neppure un minuto nella Liga. Tra due settimane, quando il Barça riceverà al Camp Nou il Rayo Vallecano, in teoria Xavi potrà avere a disposizione solo i giocatori che erano già sotto contratto al termine della stagione passata.

Questo perché per depositare i contratti c’è bisogno prima di presentare determinati documenti che certifichino l’azzeramento del debito, o quantomeno una sostenibilità reale e convincente che possa testimoniare l’intenzione del club nel gestire il buco finanziario. Questo perché la Liga già da diversi anni ha imposto una sorta di salary cap alle sue 20 formazioni, che tiene conto di una serie di variabili (retribuzioni salariali, diritti d’immagine, ammortamenti degli acquisti, quote di previdenza sociale, indennizzi e costi per giocatori ceduti in prestito) che vanno a formare una sorta di tetto oltre il quale non si può spendere.

È il motivo per il quale la scorsa estate Messi e il Barça si sono detti addio, dal momento che nonostante l’ingente decurtazione dello stipendio da parte dell’argentino non c’era modo di rientrare nella forbice del tetto salariale, cosa che avrebbe impedito il tesseramento della Pulce (che il 30 giugno 2021 era rimasto ufficialmente senza contratto).

 

CON SIXTH STREET E SPOTIFY NUOVA LINFA ALLE CASSE

Il debito da un lato, il salary cap dall’altro: la prima metà del 2022 di Joan Laporta è stata decisamente complicata, ma potrebbe aver prodotto i risultati sperati. Intanto la cessione prima del 10%, quindi di un ulteriore 15% a Sixth Street, società di fondi d’investimento americana che detiene il 20% dei San Antonio Spurs e che ha recentemente finanziato per 360 milioni di euro anche i lavori di restyling del “Santiago Bernabeu” di Madrid, ha permesso in un amen di coprire i 161 milioni di euro di rosso dell’ultimo bilancio. In realtà la cifra ricevuta dovrebbe essere superiore ai 550 milioni di euro, e questo spiega anche le spese sul mercato.

A ciò si deve aggiungere un’altra possibile cessione, pari a circa 200 milioni, della quota del 49,9% di Barça Licensing & Merchandising, ovvero la società che gestisce tutto il comparto marketing e di merchandising del club, che nelle intenzioni della dirigenza potrebbe portare ricavi superiori ai 100 milioni di euro nella stagione 2022-23 attraverso le varie piattaforme online e gli store sparsi per il mondo.

Non va dimenticato poi l’accordo con Spotify, nuovo sponsor di maglia del club (fino al 2025-26), nonché primo naming dello stadio catalano, che da quest’anno e fino al 2034 si chiamerà “Spotify Camp Nou”: 435 milioni di euro complessivi il prezzo dell’operazione. Manovre che, unitamente a un generale abbassamento del monte stipendi, dovrebbero bastare per riconsegnare il Barça a una situazione finanziaria in linea con i parametri previsti, e tale da non generare ulteriori fibrillazioni negli anni a venire.

 

MERCATO IN DIVENIRE: PRIMA LE USCITE, POI I TERZINI

Già, ma il deposito dei contratti dei nuovi acquisti quando verrà fatto? Il tempo stringe, sebbene persino Javier Tebas, presidente della Liga e da sempre nemico giurato del club catalano (“sopportato” solo perché fonte di guadagno e di appeal per il campionato stesso) si sia detto fiducioso che il tutto possa essere formalizzato in tempo per l’esordio con il Rayo.

I blaugrana in questa sessione hanno acquistato Raphinha (58 milioni), Robert Lewandowski (45+5 di bonus), Pablo Torre (5), gli svincolati Frank Kessie e Andreas Christensen e Jules Koundé (25). In più ha ripreso Ousmane Dembelè, con ingaggio quasi dimezzato (da 11 a 6,5 milioni). Ad oggi però nessuno di loro potrebbe giocare in Liga, ma da qui a una decina di giorni la dirigenza conta di sbloccare l’empasse.

Come? Intanto continuando a sfoltire la rosa: Frenkie de Jong (che minaccia azioni di mobbing), Umtiti, Mingueza, Braithwaite, Riqui Puig e Neto non rientrano nei piani di Xavi, ma vanno ceduti al più presto. Anche perché poi serviranno un paio di ritocchi sugli esterni di difesa (Azpilicueta e Marcos Alonso del Chelsea i primi obiettivi), e quindi ulteriore spazio salariale.

 

(Credits: Getty Images)

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