Mircea Lucescu (Credits: IMAGO)
Il mondo del calcio piange la scomparsa di Mircea Lucescu, morto iera sera all’età di 81 anni. Fatale un infarto dal quale non si era più ripreso nonostante i tentativi medici di salvarlo. Il leggendario allenatore rumeno era ricoverato da una settimana ma da oltre ventiquattro ore si trovava in coma indotto senza più possibilità di recupero.
Se ne va uno dei tecnici più innovativi e visionari della storia del calcio, un rivoluzionario che ha lasciato un segno indelebile ovunque sia passato tanto che a Donetsk gli avevano dedicato una statua in vita davanti alla Donbass Arena, onore riservato a pochissimi uomini di calcio.
Lucescu è stato un genio non convenzionale del calcio, ha inventati schemi e tattiche di gioco anticipando molte pratiche oggi considerate normali come la match analysis che lui già praticava ai tempi di Ceausescu.
Lucescu: un palmares straordinario
La grandezza di Mircea Lucescu si misura anche attraverso un palmares di livello assoluto costruito nel corso di una carriera lunghissima alla guida di otto squadre diverse. Il tecnico rumeno ha conquistato complessivamente 36 trofei.
Il capolavoro assoluto lo ha realizzato con lo Shakhtar: in 12 anni portò a Donetsk una Coppa UEFA nel 2009 battendo il Werder Brema in finale (impresa storica per una squadra dell’est europeo) oltre a dodici campionati ucraini consecutivi che annegarono la tradizionale supremazia della Dinamo Kiev.
Con la Dinamo Bucarest vinse numerosi titoli nazionali giocando il calcio migliore con ragazzi presi dalle campagne, al punto che il dittatore Ceausescu gli affidò la nazionale per rivitalizzarla.
Le squadre allenate da Lucescu: dall’Italia all’Ucraina
La carriera di Lucescu ha toccato numerosi paesi. In Italia arrivò nel 1990 al Pisa, poi seguì l’esperienza al Brescia dove fece esordire un sedicenne un sedicenne Andrea Pirlo.
Nel 1998 arrivò la chiamata dell’Inter, una squadra che traboccava di talento ma anche di partiti di spogliatoio: dopo tre mesi le sue idee rivoluzionarie non attecchirono e si dimise autonomamente.
Il suo regno assoluto fu però in Ucraina dove prima con lo Shakhtar Donetsk costruì il Brasile d’Ucraina portando a dozzine giovani talenti verdeoro come Douglas Costa e provando anche col sedicenne Neymar, creando un circo dei miracoli interrotto solo dai mortai della guerra civile. Poi l’esperienza alla Dinamo Kiev e l’ultimo atto d’amore sulla panchina della Romania a ottant’anni per tentare la qualificazione al Mondiale, dimostrando una passione inestinguibile per il calcio che lo ha accompagnato fino all’ultimo giorno.
