MALDINI E IL MILAN AVANTI INSIEME: NEVER ENDING STORY

MALDINI E IL MILAN AVANTI INSIEME: NEVER ENDING STORY

MALDINI E IL MILAN AVANTI INSIEME: NEVER ENDING STORY

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Ce lo sapreste vedere Paolo Maldini con una maglia addosso diversa da quella rossonera? O su una scrivania dirigenziale che non contemplasse da qualche parte uno stemma del Milan? La risposta è tanto ovvia quanto scontata, ma se davvero questo rischio sia stato corso o meno negli ultimi e convulsi giorni di trattative per il rinnovo, beh, a saperlo sono solo i diretti interessati. La sostanza è l’unica cosa che conta: Maldini ha rinnovato per altre due stagioni e i tifosi milanisti hanno tirato tutti un bel sospiro di sollievo.

Perché in fondo Paolo è parte integrante della loro storia, un po’ come tutta la dinastia Maldini, quella inaugurata quasi 70 anni fa da papà Cesare, proseguita poi con l’unico figlio maschio e ripresa di recente anche da Daniel, il secondogenito di Paolo, autore peraltro di un gol tanto importante quanto decisivo nella cavalcata scudetto (quello segnato allo Spezia lo scorso settembre).

Never ending story, per dirla alla maniera americana, con la certezza che almeno fino al 30 giugno 2024 non ci sarà bisogno di tornare a trattare e porre firme su un contratto, né per Paolo e tantomeno per il suo braccio destro Frederic Massara. Artefici tanto quanto Pioli del 19esimo scudetto milanista, chiamati ora a muoversi su un mercato infimo e che non aspetta, come le vicende Botman (finito al Newcastle) e Renato Sanches (ormai promesso sposo del PSG) dimostrano.

IL SENSO DI APPARTENENZA, LA MENTALITÀ VINCENTE

Al Milan però servirà un segnale forte di continuità e il rinnovo di Maldini mira proprio verso quella direzione. Dopotutto Paolo è stato quello che più di ogni altro dirigente ha creduto che le cose potessero cambiare e persino in fretta, accettando l’idea di mettersi in gioco in una società che pareva aver smarrito la retta via. Soprattutto al Milan dell’ultimo decennio, passato dal crepuscolare tramonto dell’epopea Berlusconi all’imbarazzante gestione cinese, dalla quale è scaturita la cessione “forzata” nelle mani del fondo Elliot, mancava quel senso di identità e quella voglia di tornare grande che non poteva essere ricercata unicamente nei ricordi del passato.

Paolo ha portato una mentalità vincente, fatta anche di studio metodico e di tanta, tantissima pazienza. E mentre dall’altra parte del Naviglio si esulta per il ritorno di Lukaku (ma a costo di lasciare andar via Skriniar?…) e alla Juve si investe moneta sonante per arrivare a Di Maria (non più di primo pelo: a febbraio compirà 35 anni) e per cercare di riportare all’ovile Pogba, Maldini è la perfetta rappresentazione del dirigente che non corre dietro ai nomi altisonanti, ma che sa bene come setacciare il mercato andando a pescare talenti ancora inespressi, spendendo poco ma vedendo in anticipo quel che potrebbero diventare.

POCA SPESA, TANTA RESA: TUTTI I COLPI DI MALDINI

Per dare conto dell’importanza della firma di Paolo sarebbe utile dare un’occhiata ai colpi che ha messo a referto nei tre anni, da quando cioè ha preso il posto da direttore tecnico che fu dell’ex compagno di squadra Leonardo (era il giugno del 2019). Rafael Leao è il suo acquisto più costoso, pagato 30 milioni di euro dal Lille proprio nell’estate del 2019 (oggi ne vale più del doppio). Stesso periodo in cui, con un blitz a Ibiza, strappò il si di Theo Hernandez, pagandolo 20 milioni quando oggi sul mercato ne vale quasi il triplo.

Il riscatto stesso dal Chelsea di Fikayo Tomori (28 milioni) è un piccolo capolavoro, pensando alla valutazione quasi raddoppiata del difensore della nazionale inglese. Tonali a 23 milioni (con sconto rispetto ai 35 pattuiti: oggi ne vale più di 50) e Maignan a 15 sono altre due perle incastonate in un mare di altre operazioni decisamente a costi più bassi, ma dalla resa enorme.

Basti pensare a Pierre Kalulu, pescato per meno di un milione nell’estate del 2020, o di Simon Kjaer, ripescato dal Siviglia per poco più di 3 milioni. E che dire di Alexis Saelemaekers, oggetto sconosciuto al suo arrivo a Milano, pagato meno di 7 milioni tra prestito e riscatto (oggi ne potrebbe portare in cassa quasi 20). Obiettivi mirati e spese oculate, cui si aggiunge il merito di aver creduto ciecamente in Stefano Pioli, che proprio grazie alla volontà di Maldini è rimasto in sella sulla panchina rossonera nell’estate del 2020, quando la proprietà già aveva fatto tutto con Ralf Rangnick.

LA TRATTATIVA DEL RINNOVO È FIGLIA DEI TEMPI

Maldini è uno che nella vita ha sempre saputo guardare oltre l’orizzonte, oltre cioè la visuale che saprebbe scorgere anche un bambino. Ha dimostrato di non essere solo una bandiera rossonera, ma di avere la stoffa del dirigente tanto quanto di talento ne aveva da vendere quando giocava con la maglia numero 3. La querelle del rinnovo è figlia di un momento storico nel quale ci si confronta quotidianamente con questioni che poco hanno a che vedere con il pallone.

E dopotutto RedBird non ha ancora preso possesso delle stanze di Casa Milan, e questo ha finito per complicare una trattativa che in altri tempi si sarebbe conclusa molto più rapidamente e con molto meno clamore. Il finale però non è mai stato messo in dubbio, e ai milanisti va bene così. Perché sanno che dietro quella scrivania c’è un uomo, prima ancora che un dirigente, che sa perfettamente cosa serve alla squadra per restare competitiva e anzi diventarlo anche in Europa.

Botman e Sanches non arriveranno più? Pazienza, Paolo saprà andare a pescare altri talenti altrove. E magari, così facendo, dando modo al club di spendere anche meno. È quello che deve fare un buon amministratore: non sperperare denaro, ma valorizzare le risorse. Ecco perché il vero top player al Milan da quasi 40 anni fa rima con Paolo Maldini.

(Credits: Getty Images)

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