SPALLETTI-SARRI, TOSCANACCI ALLA RISCOSSA

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Napoli-Lazio è soprattutto la loro sfida: Luciano Spalletti contro Maurizio Sarri. Toscani, anzi, toscanacci, alla riscossa. Perché sono tornati in Serie A dopo essersi goduti un periodo di riposo lautamente retribuito, perché hanno in comune l’età (sono nati entrambi nel 1959), la regione di provenienza, l’Empoli come trampolino di lancio, il carattere sanguigno e l’amore per il bel gioco e perché entrambi hanno accettato sfide tutt’altro che facili per ripartire.

SPALLETTI-SARRI, L’EMPOLI NEL DESTINO

Luciano Spalletti e Maurizio Sarri sono cresciuti a poco più di cinquanta chilometri di distanza, uno a Certaldo, provincia di Firenze, l’altro a Faella, provincia di Arezzo. Hanno avuto un percorso diverso, nessuno dei due è diventato un fenomeno con la palla tra i piedi, ma Spalletti ha giocato in Serie C a lungo, difensore arcigno, mentre Sarri non è mai arrivato tra i professionisti. Così, per allenare in Serie A, impiega più di vent’anni. Una gavetta infinita. A Spalletti ne bastano appena tre. E per entrambi il trampolino di lancio è lo stesso: Empoli, sempre nella loro amatissima toscana. Fabrizio Corsi chiama Spalletti alla guida della squadra in C1 nell’aprile del 1994, appena un anno dopo il ritiro da calciatore. Due promozioni consecutive e nel 1997 l’Empoli è in A e chiude al dodicesimo posto. In quel momento Sarri è all’Antella, anche lui ha appena fatto il salto di categoria, dalla Promozione all’Eccellenza, e anche lui chiude al dodicesimo posto nella massima serie (del calcio regionale). All’Empoli arriverà nel 2012, in Serie B, e sarà un trionfo: quarto, poi secondo e promosso, infine quindicesimo e salvo in A.

whatsapp-image-2021-11-26-at-19-27-27-1SPALLETTI-SARRI, MARCHI DI FABBRICA E INVENZIONI

Se Luciano Spalletti e Maurizio Sarri sono arrivati ad avere stipendi milionari, è perché nella loro carriera hanno vinto dando spettacolo, ma senza mai rinunciare alla solidità. Quello di Spalletti è un calcio più verticale, con il 4-2-3-1 come modulo di riferimento e il falso trequartista alla Perrotta come marchio di fabbrica. Maurizio Sarri è arrivato a Napoli dopo aver portato in alto l’Empoli con un trequartista vero nel 4-3-1-2, ma siccome in azzurro non l’aveva, è passato presto al 4-3-3 e non l’ha più mollato. Il suo marchio di fabbrica è il possesso palla insistito, con tagli improvvisi; la sua più grande invenzione è Mertens centravanti, nata per esigenza, proprio contro Spalletti, in un Napoli-Roma nel quale, in realtà, l’esperimento sembrò non funzionare. Solo una volta in cinque precedenti, del resto, ha vinto Sarri, e nelle ultime due occasioni (Napoli-Inter) è finita 0-0. Non è una contraddizione: le loro squadre, o pressando alto o tenendo il pallone, subiscono poco.

SPALLETTI-SARRI, MADE IN ITALY ALL’ESTERO

Quando Luciano Spalletti ha avuto il primo faraonico contratto all’estero, 4,5 milioni a stagione allo Zenit, aveva già vinto qualcosa in Italia: una Panchina d’oro come trofeo individuale per aver portato l’Udinese in Champions nel 2005, ma soprattutto due Coppe Italia e una Supercoppa italiana con la Roma, dove contende sempre lo scudetto all’Inter, senza mai riuscire a batterla. Così va in Russia e si prende i primi due campionati della propria carriera. Maurizio Sarri guadagnerà anche di più al Chelsea, 6 milioni in una sola stagione, eppure, dilettanti a parte, ci arriva senza titoli alle spalle, con lo scudetto “perso in albergo” da allenatore del Napoli e anche per lui una Panchina d’oro, nel 2016. Con i Blues arriva il primo vero trionfo, l’Europa League, poi l’anno dopo ecco lo scudetto alla Juve, senza festeggiare. In bianconero non si è mai ambientato: lui, uomo anti-sistema per eccellenza, che in ogni conferenza sbotta contro le istituzioni del calcio, non può legare con il club simbolo del potere. Spalletti, più fumantino in spogliatoio e altrettanto show-man in conferenza, allenerebbe dappertutto. È passato dall’Inter, portandola stabilmente in Champions, è arrivato al Napoli e cerca di riportare l’entusiasmo che manca proprio dal triennio di Sarri. Sarri, al contrario, ha ereditato una squadra che era entusiasta di farsi guidare da Inzaghi e ha dovuto cominciare una rivoluzione estremamente complicata. Uno deve tenere a bada l’esuberanza di De Laurentiis, l’altro la voglia di comandare di Lotito: per due toscanacci doc forse non è la sfida più difficile.

(Credits: Getty Image)

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