L’Italia scopre di essere forte

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Aveva ragione Mancini: in Italia non c’è pazienza. È un concetto semplice diventato banale nella sua estensione. Nel post eliminazione dal mondiale i problemi del sistema calcio vanno verso soluzioni non ancora visibili, affrontate col consueto piglio italico, pregno di politica e traccheggiamenti dopo l’isterismo della sventurata eliminazione ad opera della Svezia.
È arrivato Mancini ed è stato salutato come una guida sicura e di grande esperienza, sottolineando all’inizio la mancanza di talento assoluto per poter aspirare a grandi traguardi. Tuttavia, si diceva, meglio dell’Italia di Ventura si può certamente fare.

Invece la digestione dei primi esperimenti manciniani è stata subito difficile.
Le parole e le premesse ipocritamente sagge ma evidentemente poco convinte di chi caldeggiava il lavoro del neo commissario tecnico, stavano già infrangendosi contro le delusioni di formazioni e convocazioni non comprese, abbinate a risultati mortificanti.
Iniziata la Nations League, il torneo che mette in palio punti per un girone a tre e per il ranking, oltre al premio di una qualificazione agli Europei agevolata in caso di primo posto, ha interrotto la tregua e scaldato gli animi dei diffidenti.
Dalla prima partita contro l’Arabia Saudita vinta 2-1 con affanno finale, alla sconfitta netta contro i futuri campioni del mondo della Francia e il pareggio contro la rinascente Olanda, per arrivare al deludente pareggio contro la Polonia dopo l’estate. La sconfitta contro il Portogallo ha scatenato ironie e perplessità verso convocazioni definite naif e rimesso in moto il mantra antimanciniano: “ é un allenatore sopravvalutato”, “non è adatto alla nazionale” ecc…
Così è arrivata la partita giocata contro l’Ucraina, con una formazione centrata e un idea tattica del doppio play parzialmente riuscita, capace di mostrare un Italia dominante per più di un’ora. Bella ma ingenua e beffata da un pareggio immediato degli ucraini, un risultato frustrante che ha tenuto la critica particolarmente tiepida.

La partita di ieri contro la Polonia ha invece ripresentato lo stesso undici sceso in campo nell’amichevole di Genova e ha impressionato. Non si ricorda una partita degli azzurri, tanto convincente e, per certi versi entusiasmante, da tanto tempo. Non si tratta solo di avversari in difficoltà che non riescono ad esprimere il loro calcio migliore ma di un Italia che ha giocato a calcio con un modello quasi spagnolo, fatto di passaggi brevi, possesso palla e controllo del gioco, un Italia composta da giocatori brevilinei che non ha dato punti di riferimento e in grado di esprimere una solidità anche in occasione delle ripartenze polacche. Impressionante il fatto che il dominio sia durato 90 minuti e che il gol sia arrivato a tempo scaduto, grazie ad una motivazione feroce per una competizione che poteva portarci nella B della Nations League ma che sembrava non essere troppo importante per il lavoro di Mancini. Al contrario la motivazione e il nuovo modello di gioco hanno mostrato che gli azzurri hanno qualità, talento superiore alle aspettative e il processo di automortificazione non è mai stato equilibrato.

L’Italia oggi ha un riferimento, un modello nuovo nell’espressione del suo gioco e se dovesse continuare come pare questo che è molto più di un progetto, potrebbe cambiare anche la reputazione di un Italia catenacciare, conosciuta stolidamente come difesa e contropiede. Oggi, forse c’è un nuovo inizio e se dovesse accadere Mancini si e ci toglierebbe parecchie soddisfazioni.

 

(Credits: Getty Images)

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Lapo De Carlo Giornalista, conduttore televisivo, radiofonico e conduttore di RMC Sport è anche esperto di conduzione e comunicazione. Collabora con la medesima ... VAI ALLA PAGINA AUTORE

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