NILS LIEDHOLM, UNO SVEDESE PRESTATO ALL’ITALIA

NILS LIEDHOLM, UNO SVEDESE PRESTATO ALL’ITALIA

NILS LIEDHOLM, UNO SVEDESE PRESTATO ALL’ITALIA

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“Tranquillo papà, vado in Italia, ma starò via un anno, al massimo due. Poi vedrai che torno”.

Ecco, se una promessa è una promessa, allora forse Nils Liedholm non è il tipo più di parola che l’universo del calcio abbia mai conosciuto. Non che prima e dopo di lui altri non abbiano fatto lo stesso (o persino peggio), ma di solito quando apriva bocca quel robusto scandinavo pronunciava frasi che avrebbero avuto un seguito nei fatti, non restando tali sono sulla parola. Quella volta, però, qualcosa andò storto, se è vero che 58 anni dopo aver fatto quella promessa al papà è stata ancora l’Italia ad accoglierlo per l’eternità, poiché i familiari hanno deciso che il suo posto una volta passato a miglior vita sarebbe stato al cimitero monumentale di Torino. L’amore per la terra è rimasto intatto come quando faceva il contadino negli anni ’30, con quel filo riannodato a partire dal 1973 nel Monferrato, dove ha fondato un’azienda vinicola che l’avrebbe accompagnato per tutto il resto dei suoi giorni.

AL MILAN PER SFINIMENTO

L’Italia l’ha folgorato a tal punto da fargli rimangiare la parola data al papà, ma Nils Liedholm è uno che ha dato tanto al bel Paese, forse anche più di quanto abbia ricevuto. A farlo scendere dalla fredda terra svedese furono il compagno di squadra in nazionale Gunnar Nordahl, il tecnico del Milan Lajos Czeizler e il direttore tecnico Antonio Busini, che impiegarono una nottata intera per convincerlo ad accettare la proposta del club rossonero. “Accettai per sfinimento, volevo andare a letto e per farli contenti gli dissi che sarei venuto”, raccontò anni dopo. A 27 anni decideva dunque di imbarcarsi in un viaggio tutto nuovo, dopo essersi fatto le ossa un po’ in tutti i sensi in patria (specialmente giocando a hockey su ghiaccio in età adolescenziale: e spesso era lui ad avere la peggio…) e aver fatto faville con la nazionale olimpica svedese ai Giochi di Londra 1948, conquistando l’oro. Al Milan, oltre a Nordahl, trovò anche l’altro svedese Gunnar Gren, dando così vita al trio più famoso della storia del calcio dell’epoca, vale a dire il formidabile Gre-No-Li, felice intuizione di un giornalista milanese stanco di sbagliare a scrivere i nomi di quei tre giocatori. La Milano rossonera lo amerà a tal punto da consegnarlo alla storia dopo 12 stagioni e 4 scudetti messi in bacheca, anche se il momento più alto rimane legato a un… passaggio sbagliato:

“Erano due anni che non ne sbagliavo uno, così quando accadde tutto San Siro si alzò in piedi e mi tributò un lungo applauso”.

Quello tra Liedholm e il Milan fu un amore duraturo e sincero: appese le scarpe al chiodo a 39 anni, entrò nello staff tecnico delle giovanili per poi assumere la guida della prima squadra dal 1964 al 1966, andando a un passo dal conquistare uno scudetto (venne rimontato dall’Inter) prima di trasferirsi in provincia, dove a Verona, Monza e Varese ottenne risultati di rilievo tra salvezze improbabili e promozioni. Due anni a Firenze, buoni per lanciare Antognoni, segnarono l’ultima esperienza prima di conoscere il suo secondo grande amore calcistico, vale a dire la Roma e tutto ciò che ne consegue.

IL “SANTONE” CHE PIACEVA A TUTTI

La Capitale l’ha reso forse immortale più di quanto non fosse. E nell’età della maturità in panchina, cioè intorno ai 60 anni, ecco arrivare le due gemme più preziose: lo scudetto della “stella” con il Milan (1978-79) e soprattutto lo scudetto con la Roma del 1982-83, con Falcao in cabina di regia, Cerezo in mediana e Pruzzo a gonfiare le reti avversarie. A metà anni ’80 Liedholm raggiunge l’apice e la gloria eterna, divenendo un “santone” anche agli occhi di chi di calcio non è mai stato così appassionato. Il suo volto entra nelle case e colpisce per la glaciale serenità e la capacità di bucare lo schermo con poche parole. È il primo a parlare apertamente di possesso palla, o di “ragnatela” (antesignana del tiki taka), giustificando quel suo modo di giocare con l’idea che

“se la palla l’abbiamo noi, gli altri non ci posso segnare”.

La zona è per buona parte un’invenzione sua, che poi tanti discepoli (Sacchi, che ne erediterà il Milan nel 1987) hanno sviluppato e aggiornato. Ma la sua dialettica è rimasta inarrivabile:

“Gli schemi sono belli quando li fai in allenamento, perché non ci sono gli avversari”.

Oppure:

“Stai bene? Allora ce la fai a salire le scale della tribuna”,

rivolto a Galderisi, che si lamentava di essere poco utilizzato. Celebre è la sua massima applicata alle espulsioni: “In 10 si gioca meglio che in 11”, spiegando che la squadra in superiorità a livello psicologico si sarebbe sentita più sicura e avrebbe concesso spazi alle ripartenze avversarie. Teoremi spesso miscelati a un po’ di sana scaramanzia e pure agli astri:

“Oggi Graziani mi sento che non sarà la tua partita, quindi meglio non farti giocare”

disse rivolgendosi a Ciccio. Che senza farsi vedere gli mollò da dietro un ceffone:

“Però questo l’ha sentito, mister…”.

(Credits: Getty Image)

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