PAOLO ROSSI, OMAGGIO ALLA LEGGENDA: QUANTO CI MANCA PABLITO

PAOLO ROSSI, OMAGGIO ALLA LEGGENDA: QUANTO CI MANCA PABLITO

PAOLO ROSSI, OMAGGIO ALLA LEGGENDA: QUANTO CI MANCA PABLITO

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“1982. Il mio mitico Mondiale” ti ammalia con questo incipit: “Guardavo la folla, i compagni, le bandiere dell’Italia sventolare ovunque, e dentro sentivo un fondo di amarezza. ‘Adesso dovete fermare il tempo, adesso’ mi dicevo. Non avrei più vissuto un momento del genere. Mai più in tutta la mia vita. E me lo sentivo scivolare via. Ecco: era già finito…“. Lo ha scritto Paolo Rossi, nel libro che racconta il leggendario trionfo in Spagna, e per celebrarlo, nel giorno di quello che sarebbe stato il suo sessantaseiesimo compleanno, abbiamo scelto le sue parole, perché è ancora giusto che a tramandare la sua storia sia lui.

 

PABLITO È ANCORA TRA NOI

Paolo Rossi se n’è andato il 9 dicembre 2020, perché un male incurabile l’ha portato via. Lo ha pianto l’Italia intera e non poteva essere diversamente, ma la verità è che Pablito è una leggenda immortale che è ancora tra noi. Anche senza essere poeti o grandi statisti, si può restare per sempre nella memoria collettiva di un Paese, nel suo caso persino di due. Lui ci riuscì in una settimana, dal lunedì alla domenica, o forse in un poco più di un’ora. Il 5 luglio, tra il 5′ del primo tempo e il 29′ della ripresa, segnò tre gol che lo risvegliarono da un lungo letargo e lo proiettarono dall’inferno personale all’Olimpo mondiale: “Ho fatto piangere il Brasile”. È il titolo della sua autobiografia, che mette l’accento sul dolore dato a un popolo intero, anche se poi, come ha spesso ricordato lui, se la Seleçao si è trasformata e ha vinto altri due Mondiali, smettendo di essere solo la nazionale del futebol bailado, lo deve anche a lui, che gli ha mostrato cosa non fare per non perdere partite già vinte. Tra l’8 luglio, doppietta alla Polonia in semifinale, e l’11 luglio, gol del vantaggio nel 3-1 alla Germania Ovest in finale, la leggenda di Pablito ha raggiunto l’acme perché l’Italia ha vinto quel Mundial e lui è diventato capocannoniere, oltre che Pallone d’oro alla fine di quell’anno magico, 1982. Ed è stato davvero un peccato che il tempo non si sia fermato.

 

PAOLO ROSSI E UNA MAGIA IMMORTALE

Lo sdoppiamento di identità, tra Paolo e Pablito, è al centro del recente docufilm di Walter Veltroni, rimasto folgorato dalla storia personale del primo persino più che dalla leggenda del secondo. Perché dietro quei tre gol al Brasile c’era un bambino che sognava, che aveva paura di non farcela, tanto esile e così maledettamente forte. Era il figlio di una famiglia umile cresciuto in una casa senza termosifoni, un ragazzino come tanti, che ha sempre conservato quello stesso spirito: “Sapeva parlare allo stesso modo con i capi di Stato, ma anche con le persone che incontravamo al supermercato”, disse di lui la moglie Federica. Un campione del mondo che dispensava sorrisi a se stesso come agli altri, anche nei momenti più difficili, come durante la malattia. Se era così benvoluto, se per l’Italia è tuttora un simbolo, è perché era uno dei tanti senza esserlo. Di Inzaghi, che è arrivato dopo Rossi, si è spesso detto che era il gol a cercare lui e non il contrario: ecco, Pablito è stato un supereroe umano prima di Superpippo, perché ha fatto quello che ha fatto senza avere la forza fisica di Boniek o le doti tecniche di Platini, per citare suoi due compagni di squadra alla Juventus.

 

PAOLO ROSSI E LA GLORIA IN PROVINCIA

L’immagine di Paolo Rossi è legata indissolubilmente a quella della Nazionale e in parte a quella della Juventus, con la quale ha vinto due scudetti, una Coppa Italia, una Coppa dei Campioni, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa europea. Ma la gloria, prima dello scandalo che lo travolse e che lo costrinse ad arrivare al Mondiale dell’82 con appena tre partite alle spalle, la raggiunse già in provincia, soprattutto a Vicenza e in parte al Perugia, prima del triste finale. Con la Lanerossi vinse il titolo di capocannoniere prima in B e poi in A segnando 45 gol in due anni, uno in più di quanti ne ha fatti poi alla Juve (in poco più di tre stagioni, in tutte le competizioni). Nel 1979 andò al Perugia e cominciò alla grande, ma com’è noto, finì male. Mettiamola così: anche quella pagina dolorosissima servì a fare di Pablito quello che è stato.

Anzi, quello che è. Perché Pablito, appunto, non se andrà mai.

 

(Credits: Getty Images)

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