RAFAEL MORENO ARANZADI “PICHICHI”: CENTO ANNI FA MORIVA IL PRIMO BOMBER DI SPAGNA

RAFAEL MORENO ARANZADI “PICHICHI”: CENTO ANNI FA MORIVA IL PRIMO BOMBER DI SPAGNA

RAFAEL MORENO ARANZADI “PICHICHI”: CENTO ANNI FA MORIVA IL PRIMO BOMBER DI SPAGNA

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Ma chi sarà mai stato quel “Pichichi” al quale la Liga ogni anno dedica il titolo di capocannoniere? Chissà quante volte ci si sarà interrogati su quel nome così strano che arriva direttamente dalla penisola iberica, dove certo la fantasia per ribattezzare il giovanotto di turno non è mai stata poca.

Ai più giovani magari strapperà anche un sorriso, forse per la somiglianza con il nome di un personaggio di un videogioco. Ma Rafael Morenzo Aranzadi, detto “Pichichi”, è stato quello che gli storici definirebbero senza indugio un’autentica leggenda. Uno dei primi fuoriclasse della pelota, della palla, quella che da più di 100 anni appassiona le giornate di tanti spagnoli. Il numero non è casuale: 100 sono gli anni trascorsi dal giorno in cui “Pichichi” è passato a miglior vita, stroncato a soli 29 anni da una forma violenta e fulminante di tifo, probabilmente eredità di una partita di cozze avariate che lo hanno sottratto così giovane all’affetto di familiari, amici e tifosi.

Quelli che lo avevano eletto ad autentica star del calcio, quando ancora il calcio era un gioco per pochi intimi, pronto però a diffondersi a macchia nell’immaginario collettivo. Gli stessi che pure lo avevano criticato, e naturalmente per un paio di prestazioni non in linea con gli standard di assoluta grandezza che lo avevano contraddistinto in precedenza. Insomma, “Pichichi” non era solo un bomber di razza, piuttosto l’antesignano del calciatore moderno. Un eroe del suo tempo, che essendo morto giovane è come se non se ne fosse mai andato.

ORIGINI NOBILISSIME E UNA PASSIONE PER LA PELOTA

Nella Spagna di fine ‘800, segnata da tanti conflitti interni, nascere in una famiglia dell’alta borghesia era un privilegio per pochi. Il giovane Rafael venne alla luce il 23 maggio 1892: suo papà era un avvocato, ed era stato sindaco di Bilbao.

La madre era a sua volta benestante, poiché discendente di una famiglia di proprietari terreni che avevano fatto fortuna in Messico. Addirittura la nonna del futuro “Pichichi” era cugina di uno dei poeti e letterati più famosi dei Paesi Baschi, vale a dire Miguel de Unamuno, tra i più fervidi conservatori della grande tradizione locale. Insomma, sangue blu ma anche fiere origine basche, ma pure un carattere tutto pepe che certamente lo avrebbe costretto a battere strade non convenzionali.

La scuola, ad esempio, non faceva per lui: irrequieto, bollato come il “cattivo” della classe, faticherà a diplomarsi e una volta iscritto all’università (perché così voleva la sua famiglia) non si sforzerà mai di dare neppure un esame. La sua mente era già stata rapita dal futbol, o per meglio dire dal football che gli inglesi portarono sulle rive del fiume Nerviòn. I ragazzi bilbaini andavano pazzi per quel gioco: tiravano tardi nelle strade strette della città vecchia o nelle piazze, pensando solo a giocare.

E Bilbao divenne una delle più rinomate città spagnole deputate al pallone, complici anche gli influssi britannici. Rafael in modo particolare cominciò a farsi conoscere per via delle sue qualità tecniche: pur se dotato di un fisico minuto e non troppo alto, grazie alla sua rapidità e all’elevazione davvero notevole per l’epoca non ebbe problemi a imporsi e ad essere corteggiato dai club dell’epoca.

LA “PAPERELLA” CHE TERRORIZZAVA LE DIFESE AVVERSARIE

Proprio per via della bassa statura (circa 160 centimetri) il fratello Raimundo arriverà ad affibbiargli il nomignolo che diventerà il suo marchio di fabbrica: “Pichichi”, che letteralmente può essere tradotto con “paperella”. Altro segno distintivo sarà la “panuela”, cioè il fazzoletto bianco che indossa in testa, opportunamente collocato sul capo per attutire l’impatto con la palla, che all’epoca era dura e pesante (altro che i moderni palloni leggeri…).

Nemmeno 20enne si mette in mostra nel Bilbao FC, la selezione giovanile dell’Athletic, con il quale fa il suo esordio nella Copa del Rey 2013 contro il Madrid, andando subito in gol nel successo per 3-0 in casa dei rivali madrileni. Quell’edizione della Copa la vincerà il Racing de Irun, nonostante Rafael segnerà anche nella finale di andata.

L’anno dopo l’Athletic vincerà battendo in finale l’FC Espanya, e nel 2015 a cadere sotto i colpi dei zurigorri sarà l’Espanyol, tramortito da una tripletta di “Pichichi”. Nel 2016 i bilbaini faranno tris, stavolta battendo il Madrid per 4-0. Fino al 1928 in Spagna non esisteva un campionato nazionale, e pertanto la Copa del Rey era la manifestazione più prestigiosa e importante. Così quei tre trionfi saranno gli unici dell’Athletic con Rafael a guidare l’attacco.

IL BUSTO A SAN MAMES E L’OMAGGIO FLOREALE

Ormai lanciato già verso il finale di carriera, nel 1920 “Pichichi” partecipò con la neonata nazionale spagnola alle Olimpiadi di Anversa, disputando tutte e 5 le gare che vedranno impegnate le “Furie Rosse” e segnando un gol contro i Paesi Bassi.

Ma la sconfitta contro il Belgio precluderà alla Spagna la via per la medaglia d’oro (vincerà l’argento) e in patria le critiche non mancheranno, con Rafael preso di mira per via del suo modo di fare un po’ scontroso ed egoista con i compagni.

Anche gli avversari ebbero da ridire sui suoi metodi poco ortodossi nel voler provare a sfruttare la sua enorme astuzia ed esperienza, spesso con intenti neppure tanto amichevoli. Proprio per via di un rapporto sempre più conflittuale con il pubblico amico, oltre che con quello rivale, a soli 28 anni “Pichichi” decise di abbandonare il calcio, ricoprendo per un anno il ruolo di arbitro.

Quel popolo che l’aveva osannato nei primi anni di carriera alla fine sembrò essersi stancato di lui, ma dopo la morte la Spagna del calcio seppe ricompattarsi intorno al suo ricordo. E nel 1952 il quotidiano Marca pensò bene di dedicargli un omaggio unico nel suo genere: al giocatore che avrebbe vinto la classifica dei marcatori della Liga sarebbe andato il premio intitolato alla memoria del giocatore di Bilbao. Il cui lascito è rimasto forte nella città che ne ha esaltato più di ogni altra le gesta, tanto che a “San Mames”, lo stadio dell’Athletic dove lui nel 1913 segnò il primo gol nel giorno dell’inaugurazione, c’è un busto che lo ricorda all’uscita del tunnel degli spogliatoi, proprio tra le due panchine.

E quando una squadra va per la prima volta a giocare nell’impianto, il cerimoniale vuole che porti un mazzo di fiori sotto alla scultura, come estremo omaggio al grande goleador, che arrivò a segnare 83 reti in 89 gare disputate tra campionati regionali e Copa del Rey, più una in 5 apparizioni in nazionale. Uno tra i primissimi bomber della storia del calcio. Che anche a distanza di 100 anni dalla sua dipartita terrena fa sentire eccome la sua presenza nella vecchia e mai doma terra di Euskadi.

(Credits: Getty Image)

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