PINOCCHIO NEL CUORE DELLO SPORT, COLLODI NE SAREBBE FIERO

PINOCCHIO NEL CUORE DELLO SPORT, COLLODI NE SAREBBE FIERO

PINOCCHIO NEL CUORE DELLO SPORT, COLLODI NE SAREBBE FIERO

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Avere 120 anni e sembrare ancora un ragazzino. Ciò che renderebbe fiero ancora oggi Carlo Collodi, che probabilmente ignorava all’epoca le potenzialità che quel personaggio creato dalla sua mente avrebbe potuto avere nella letteratura italiana dedicata ai ragazzi. Lo chiamò Pinocchio, o meglio, fu Mastro Geppetto a ribattezzarlo così quando vide prendere vita quel pezzo di legno che voleva utilizzare per guadagnare qualche soldo. In “Storia di un burattino” la vita prende forma proprio grazie alla felice intuizione dell’autore di offrire ai propri lettori un motivo per riflettere sul senso più profonda della propria esistenza, unitamente alle scelte fatte nel corso della storia. Un successo difficile da prevedere all’epoca, reso tale anche da numerosi apparizioni del burattino di Collodi nel mondo dello sport. La sua capacità di attrarre soprattutto le nuove generazioni è divenuta un buon pretesto per farlo ambasciatore di valori condivisi e universali. Chissà se Geppetto 120 anni fa, utilizzando lo scalpello per dar forma al tronco di pino (che dovrebbe essere all’origine del nome Pinocchio, ma le tesi al riguardo sono contrastanti) ricevuto in dono da Mastro Antonio, poteva solo immaginare di spingersi così in là.

LA PRIMA MASCOTTE DEGLI EUROPEI DI CALCIO

Pinocchio è un volto universale, ma il suo status di italiano nessuno l’ha mai messo in discussione. E il mondo del calcio nel 1980 gli tributò un onore tutto particolare: in occasione dei campionati europei di quell’anno, i primi ad essere disputati con la formula a 8 squadre, l’UEFA decise di assegnare l’organizzazione all’Italia, che subito si mise all’opera per individuare una mascotte da affiancare in tutti gli eventi promozionali della rassegna. Venne scelto proprio il burattino di Collodi, che pure inizialmente avrebbe dovuto chiamarsi con un altro nome, poiché i diritti del nome li deteneva la Disney, che nel 1940 aveva realizzato il cartone animato che l’ha reso celebre in ogni angolo del mondo. Pochi mesi prima dell’europeo, però, l’arcano venne svelato: i diritti sul nome erano scaduti da tempo, pertanto Pinocchio poteva essere ribattezzato col suo stesso nome. Erano anni fortunatissimi per il burattino di Collodi: lo sceneggiato televisivo, protagonisti Nino Manfredi, Gina Lollobrigida e Andrea Balestri, spopolava nelle case degli italiani e pertanto l’idea di sfruttare l’ondata di popolarità di Pinocchio apparve alla stregua di un’ottima ragione per avvicinare anche i più piccoli all’europeo. Che l’Italia chiuse al quarto posto, pur se imbattuta nelle 4 gare disputate.

IL PRIMO PALCOSCENICO DEI MITI DELLO SCI

Nei primi anni ’80 gli sportivi italiani si apprestavano a vivere le emozioni uniche e irripetibili che il mondo dello sci alpino avrebbe regalato di lì a poco, con l’avvento sulla scena di Alberto Tomba e Deborah Compagnoni. Quest’ultima negli anni dei campionati giovanili ebbe modo di fare un salto all’Abetone, teatro dal 1983 di una delle rassegne internazionali più famose in ambito sciistico: il Trofeo Pinocchio rappresenta infatti una vera e propria fucina di talenti, mettendo a confronto i migliori sciatori di età compresa tra gli 8 e i 15 anni. Un mini campionato del mondo che negli anni ha ospitato campioni di indiscussa fama, vedi Marcel Hirscher (lo sciatore più vincente di sempre), Max Blardone, Janica Kostelic, Tina Maze, Sofia Goggia, Marta Bassino, Petra Vlhova e molte altre ancora. Dal 2015 il Trofeo Pinocchio è diventato anche un appuntamento di rilievo nel panorama dello sci di fondo, anche se nell’immaginario collettivo rimane legato a quello alpino, ospitato sempre dalla località Toscana e ideato in occasione dei 100 anni dall’uscita della prima edizione di “Storia di un burattino”, con il contributo anche della Fondazione Collodi.

ANCORA MASCOTTE, STAVOLTA SUI PEDALI

Sarà perché per fare un burattino serve il legno, e quindi il legame con la montagna è di per se intrinseco, ma Pinocchio ha saputo sfondare anche nell’ambito dell’alpinismo. Tanto che sulle Dolomiti Fanes, nella Val Travenanzes che si inerpica giù per le Tofane di Cortina d’Ampezzo, c’è una via chiama appunto “Pinocchio”. L’hanno tracciata nel gennaio del 2010 Valentin Riegler e Hannes Lemayr, è lunga 100 metri ed è valutata difficoltà M8 + WI 5. Nel volley, il patorn di Itas Trentino Diego Mosna ha deciso di realizzare un’opera ispirata proprio al celebre burattino che indossa la maglia della squadra, idealmente dedicata ai sostenitori che da più di 20 anni (la società ha visto la luce nel maggio del 2000) sostengono una delle più belle realtà pallavolistiche d’Italia. Per chiudere il cerchio, però, non poteva mancare il ciclismo, passione autentica dei toscani, appunto la patria di Pinocchio. Che non a caso nel 2013 venne scelto come mascotte ufficiale del campionato del mondo disputato sulle strade di Firenze. E poco importa se rispetto al suo antesignano di Euro 1980 sia rimasto meno scolpito nella memoria degli appassionati: vedere quel burattino con addosso la maglia iridata è stata comunque una delizia per gli occhi.

(Credits: Getty Image)

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