SANDRO MAZZOLA, NEL NOME DEL PADRE. DALLA CORTE DI BONIPERTI ALLA STAFFETTA CON RIVERA

SANDRO MAZZOLA, NEL NOME DEL PADRE. DALLA CORTE DI BONIPERTI ALLA STAFFETTA CON RIVERA

SANDRO MAZZOLA, NEL NOME DEL PADRE. DALLA CORTE DI BONIPERTI ALLA STAFFETTA CON RIVERA

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Come regalo di compleanno per i suoi primi 79 anni, Sandro Mazzola si è concesso una piacevole inaugurazione. Anzi, una riapertura: quella del centro anziani a Vedano al Lambro, una realtà che per sua stessa ammissione non conosceva, ma che l’ha conquistato a tal punto da spingerlo a presenziare al taglio del nastro nel giorno in cui le porte del centro di aggregazione hanno tolto il lucchetto, cancellando mesi di inattività causata dal Covid.

 

“Se verrò a trovare gli ospiti ogni tanto? Potrebbe darsi di sì, ma solo se ci saranno interisti con i quali parlare”.

 

Gente che magari Sandrino l’ha visto correre per davvero sul prato di San Siro, lo stesso che domenica sera ha vissuto un derby degno di quelli dei bei tempi che furono, con l’Inter che le ha provate tutte pur di regalare alla sua bandiera un compleanno felice e indimenticabile. Poco male: il derby sarà pure finito in parità, ma a casa Mazzola ai festeggiamenti nessuno ha voluto rinunciare.

 

NEL NOME DEL PADRE

Nato nel bel mezzo del secondo conflitto mondiale, Sandro è uno di quei predestinati ai quali il pallone ha dato appuntamento quando ancora era nel grembo materno. Dopotutto i geni ereditati non potevano essere migliori: papà Valentino è stato il primo vero calciatore idolatrato dalle masse, non che Giuseppe Meazza prima non fosse stato alla sua stessa altezza, ma di certo il simbolismo di Mazzola, capitano e numero 10 del Grande Torino, andava oltre qualsiasi schema sociale sin lì mai raccontato. Valentino era il faro e l’uomo copertina della squadra che nel dopoguerra aveva contribuito a ricostruire l’identità del popolo italiano, e quando il 4 maggio 1949 l’aereo che riportava la squadra da un’amichevole a Lisbona si schiantò sulla collina di Superga, di colpo la vita di Sandro e di suo fratello Ferruccio prese una piega inaspettata. Il Toro sarebbe stato probabilmente nel suo destino, ma la decisione materna di tornare a Cassano d’Adda, hinterland milanese, finì per favorirne un’altra via d’accesso al calcio che conta. Che poi, alla fine degli anni ’50, il granata in Italia non andava più di moda: Superga segnò la fine del Grande Torino e l’inizio della supremazia delle milanesi e dell’altra torinese, quella Juventus che nel 1961 tenne a battesimo proprio un giovane Sandro in un controverso Juventus-Inter 9-1, con i nerazzurri schierati per protesta con la formazione Primavera. Mazzola segnò su rigore l’unico gol interista di giornata. E giocò contro Boniperti, che fu compagno di squadra del papà in nazionale.

 

“Fatti onore in suo nome”

 

gli disse lo juventino, il primo a spronare Sandro a togliersi dall’ombra ingombrante di papà Valentino. Un momento chiave nella crescita dell’uomo, prima ancora che del calciatore.

 

LA CORTE SPIETATA DI BONIPERTI

Scovato da Benito Lorenzi, ex gloria nerazzurra, Mazzola aveva appena consumato la prima delle 17 stagioni vissute con la maglia dell’Inter. Un connubio inscindibile, al quale il solo Boniperti tentò di porre fine quando tentò invano di convincerlo a trasferirsi alla Juventus. Fu la mamma di Sandro a interrompere sul nascere le trattative:

 

“Vuoi forse che tuo padre si rivolti nella tomba?”

 

Sandrino recepì il messaggio, ringraziò e chiuse la telefonata. Invero in almeno un paio di occasioni avrebbe potuto davvero fare le valigie, quando all’Inter le cose non andavano affatto per il verso sperato (specie con l’altro Herrera, Heriberto). Ma al di là dei problemi del momento, nella sua Milano Sandro aveva già tutto quel che un calciatore dell’epoca poteva desiderare: la fama, innanzitutto, e l’amore sconfinato del popolo nerazzurro, che in lui vedeva il simbolo di una squadra capace di riscrivere la storia. I trionfi sotto la guida di Helenio Herrera contribuirono ad arricchire in fretta il palmares: 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni e 2 Coppe Intercontinentali furono il biglietto da visita del primo decennio di carriera. Negli anni ’70 la magia lentamente sarebbe andata scemando, ma nel cuore dei tifosi nessuno avrebbe mai potuto sostituire Mazzola.

 

LA STAFFETTA CON RIVERA, FIRMATA MONTEZUMA

Quel baffo, poi, era diventata la cartolina della Milano nerazzurra. Sulla sponda opposta del Naviglio erano gli anni in cui transitava Gianni Rivera, che di Sandro è stato anche un buon amico, anche se l’etichetta imponeva un rigido protocollo da rivali. Una rivalità che toccò il culmine in nazionale, quando la staffetta Mazzola-Rivera divenne la regola, almeno secondo Ferruccio Valcareggi. Che in Messico diede alla stampa mille motivi per ricamarci sopra. Avrebbero potuto giocare tranquillamente assieme, ma nella mente del CT c’era posto solo per uno di loro. Anche se Mazzola più tardi raccontò che l’idea della staffetta nacque alla vigilia del quarto di finale con il Messico, quando una notte passata in bianco per via di un attacco di gastroenterite (la maledizione di Montezuma…) obbligò l’interista a centellinare gli sforzi e a concordare di giocare un tempo prima di essere sostituito. Situazione che si ripresentò in semifinale con la Germania Ovest, occasione in cui però Mazzola prese malissimo la decisione di Valcareggi di lasciare negli spogliatoi nell’intervallo. Se stava bene, lui voleva giocare e basta. E in finale toccò di nuovo a lui: Rivera sarebbe dovuto subentrargli al 6’ dalla fine, Sandro si diresse verso la panchina dicendo che no, lui non avrebbe abbandonato la barca mentre stava affondando, e che sarebbe rimasto in campo fino al triplice fischio. Uscì Boninsegna, e furono comunque polemiche. Alla fine, ironia della sorte, Mazzola e Rivera chiusero con l’azzurro all’unisono dopo il deludente mondiale del 1974, con un Europeo e una finale mondiale in bacheca. E anche l’ultima gara in carriera di Sandro fu contro la sua nemesi: il 3 luglio 1977 a San Siro, atto conclusivo della Coppa Italia, con il Milan capace di imporsi per 2-0. Era finita un’epoca. Il baffo era pronto ad andare in pensione: gli anni ’80 avrebbero detto che no, non era affatto fuori moda. Ma a Milano ormai era tempo di guardare altrove.

 

(Credits: Getty Image)

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