SERIE A, IL GIRONE UNICO: PRIMA GRANDE RIFORMA DEL CALCIO ITALIANO

SERIE A, IL GIRONE UNICO: PRIMA GRANDE RIFORMA DEL CALCIO ITALIANO

SERIE A, IL GIRONE UNICO: PRIMA GRANDE RIFORMA DEL CALCIO ITALIANO

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Le rivoluzioni fanno sempre paura. Magari all’inizio c’è chi all’inizio le accoglie in modo più benevolo e ottimista, ma in generale nessuno può dire di sentirsi davvero al sicuro quando imbocca una nuova strada. È successo anche la scorsa estate, quando dopo 92 anni la serie A ha deciso di varare una riforma che all’estero è praticata già con successo da anni, ma che come tutte le novità nel bel Paese è stata accolta con malcelato scetticismo. Quello in corso è infatti il primo campionato con un calendario asimmetrico, che cioè non tiene conto del medesimo ordine di gare a campi invertiti tra andata e ritorno. Un modo per rendere la competizione più imprevedibile, con alcune regole basilari (due squadre non possono incontrarsi se non a distanza di almeno 8 incontri dal precedente, e due squadre impegnate la settimana precedente in gare europee non potranno affrontarsi tra di loro nel turno successivo) e un inevitabile senso di smarrimento per il povero tifoso che dovrà programmare bene i propri impegni per non perdersi i match ai quali vorrebbe assistere dagli spalti. A luglio, quando venne proposta la nuova formula, ripresa anche dalla Liga spagnola (e in vigore da anni in Premier League, ma con accorgimenti differenti), in tanti storsero il naso. Per tirare le somme basterà attendere maggio, ma la sensazione è che il nuovo format possa aver già fatto centro.

I PRIMI SCREZI TRA GRANDI E PICCOLE

In parte è ciò che speravano e credevano di sapere il 6 ottobre 1929, data d’inizio della Serie A a girone unico, coloro che negli anni precedenti lavorarono alacremente per modernizzare il campionato italiano. Che fino ad allora si divideva in due gironi, prevalentemente su scala geografica (anche se le squadre del Nord rappresentavano l’80% del totale), al termine del quale le due formazioni vincitrici del proprio raggruppamento si sfidavano per la conquista dello scudetto. Fu Vittorio Pozzo, all’epoca stimato giornalista e uomo in quota FIGC, a elaborare già all’inizio degli anni ’20 una prima bozza di quella che ai suoi occhi appariva come una necessità, cioè la creazione di un campionato nazionale a girone unico con due distinte categorie e relativo meccanismo di promozioni e retrocessioni, un po’ sulla falsariga di quanto avveniva già dalla fine del secolo precedente in Inghilterra o in altri stati come Austria e Ungheri. Un’ipotesi osteggiata da parte della federazione e soprattutto dalle squadre di provincia che temevano in tal modo di perdere la possibilità di competere con i club delle metropoli che progressivamente si stavano facendo largo sulla scena nazionale, con squadroni come Juventus, Torino, Ambrosiana (Inter) e Milan che andavano a rimpiazzare le varie Pro Vercelli, Novese, Casale e Genoa che avevano segnato i primi decenni di storia del calcio italiano. Nell’estate del 1928, però, il presidente della FIGC Leandro Arpinati ruppe gli indugi: due anni dopo il primo tentativo di uniformare il massimo torneo nazionale, interrotto dai lavori della Carta di Viareggio e dalla volontà del regime di cooperare per allargare la base anche alle formazione del Sud (che all’epoca, per motivi logistici, lamentavano difficoltà nel doversi recare al Nord), i tempi erano maturi per procedere con la ristrutturazione del campionato. Che prese il nome di Serie A (prima si chiama semplicemente Prima Divisione) ritrovandosi subito a fronteggiare un primo problema: il regolamento prevedeva che il campionato 1929-30 si sarebbe disputato con 16 squadre, attingendo alle prime 8 dei due gironi della stagione precedente. Ma nel girone B Lazio e Napoli conclusero a pari merito all’ottavo posto, pareggiando anche nella gara di spareggio. Al presidente del Napoli Ascarelli venne però un’idea: convincere Arpinati ad allargare il format a 18 squadre, promuovendo sia la Lazio che il Napoli e ripescando un’ulteriore squadra. Per motivi “patriottici” fu scelta la Triestina, che seppur tra mille difficoltà riuscirà a salvarsi nel primo storico campionato di Serie A, a discapito di Padova e Cremonese che saranno le prime due formazioni a retrocedere in B.

LA NUOVA SERIE A “BATTEZZA” MEAZZA

Veniva completata una riforma che necessità di una lunga incubazione. Vittorio Pozzo, che ne fu l’ideatore, sulle prime arrivò a odiarla: intuì che quel torneo così lungo e logorante avrebbe tolto energie alla “sua” nazionale, pur se la maggiore competitività del campionato avrebbe giovato al reclutamento e alla crescita della stessa selezione Azzurra, non a caso destinata ad aprire un ciclo irripetibile di successi con i trionfi nei mondiali 1934 e 1938 e l’oro conquistato alle Olimpiadi di Berlino 1936. Di quella nazionale avrebbe fatto parte tra gli altri Giuseppe Meazza, classe 1910, giovane attaccante dell’Ambrosiana che trascinò i compagni alla conquista del scudetto firmando 31 reti e imponendosi come il volto nuovo e popolare del calcio nazionale. L’Ambrosiana precedette di due punti il Genoa, di 5 la Juventus (grande favorita della vigilia, e destinata a conquistare i 5 scudetti successivi) e di 8 il Torino. La nuova formula ebbe uno straordinario successo di pubblico e critica, con circa 15.000 spettatori di media a incontro, divenendo la base sulla quale costruire il futuro del calcio nazionale, in campo come fuori (si pensi a “Tutto il Calcio” alla radio). Un’innovazione che 92 anni dopo ha subito un’ulteriore spinta per un capitolo (si spera) migliore.

(Credits: Getty Image)

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