IL GIORNO CHE A LANCE ARMSTRONG VENNE TOLTO TUTTO

IL GIORNO CHE A LANCE ARMSTRONG VENNE TOLTO TUTTO

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“Lance Armstrong non ha un posto nel ciclismo. Merita di essere dimenticato”.

Pat McQuaid non è mai stato un uomo di tante parole. Anche perché, quando nel 2006 è salito sulla poltrona di presidente dell’Unione Ciclistica Internazionale, più che parlare aveva bisogno soltanto di agire. Il doping nel ciclismo era una prassi talmente diffusa che gli albi d’oro delle maggiori corse a tappe e di un giorno stavano per essere stravolti come mai lo erano stati prima. Ci sarebbero voluti anni per arrivare a dei risultati accettabili, tali da poter garantire quella trasparenza che precedentemente era mancata. E colpire il campione texano, quello dei sette Tour consecutivi vinti dal 1999 al 2006, era certamente in cima all’elenco delle cose da fare. Non ne faceva una questione personale: McQuaid parlava apertamente di una “cultura del doping” diffusa nel mondo professionistico, tale da coinvolgere tanti corridori sparsi in ogni parte del globo. Ma serviva mandare un segnale forte per mettere in guardia i furbetti. E anche per sconfessare coloro che prima di lui avevano taciuto di fronte all’evidenza.

LE OMBRE SULL’UCI

Il 22 ottobre 2012, le 7 maglie gialle esposte nel salotto di casa Armstrong ad Austin, in Texas, idealmente scesero dalle rispettive bacheche. Qualcuno avrà da obiettare, pensando che ancora oggi sono lì a fare bella mostra di sé. Perché quelle vittorie il corridore statunitense non le ha mai rinnegate. E all’invito della federazione internazionale di restituire le somme in denaro percepite, pronta arrivò la replica dello stesso corridore, che mai si è sognato di provarsi degli introiti ricevuti.

“L’UCI sapeva quello che stavo facendo ed era perfettamente al corrente della situazione. Faceva comodo a tutti lasciare andare le cose in quella maniera: mi coprirono le spalle, non possono pensare di uscirne santi e immacolati”.

Il bersaglio di Armstrong in realtà è sempre stato l’ex presidente UCI Hein Verbruggen, scomparso nel 2017 ma ritenuto il principale responsabile di tutta quella messa in scena. A riaccendere la polemica, un anno dopo, contribuì anche la scoperta fatta da Le Monde di un controllo antidoping effettuato nel luglio del 1999 nel quale il corridore venne trovato positivo, ma scagionato per via di una ricetta appositamente post-datata che serviva a mascherare il contenuto delle analisi. Anche i francesi se la presero con l’ex presidente UCI, provando a sgretolare un castello che lentamente sarebbe franato addosso al mondo del ciclismo, seminando solo rabbia e frustrazione.

LA STORIA CHE FACEVA COMODO (A TUTTI?)

Livestrong, la fondazione creata da Armstrong alla fine degli anni ’90 per sostenere la ricerca contro il cancro, è stata l’arma a doppio taglio che ha portato al più grosso scandalo che la storia del ciclismo abbia mai potuto raccontare. Il texano era il personaggio perfetto (o così appariva all’epoca) per risollevare il pedale dal fango degli scandali doping, su tutti quello che coinvolse la Festina al Tour del 1998. Un mondo lacerato al suo interno nel quale spostare l’attenzione mediatica, esaltando la storia di un ragazzo capace di risollevarsi dopo aver rischiato di morire a causa di un cancro ai testicoli, appariva come la cosa migliore possibile. Il copione faceva comodo a tanti, pur insinuando nel tempo dubbi che si sarebbero tramutati in danni ben più pesanti cui dover porre rimedio.

UN MONDO MIGLIORE(?)

La decisione di McQuaid di non ricorrere contro quanto stabilito dall’USADA e poi dal TAS di Losanna fu la pietra tombale su una vicenda che ha infangato più di ogni altra la storia del ciclismo moderno. E finì per mettere sotto una luce differente quel corridore che in gioventù si prese a sorpresa la maglia di campione nel mondo a soli 22 anni, diventando a 28 il primo americano dai tempi di Greg Lemond a conquistare il Tour de France, oltre a una popolarità sconfinata anche al di fuori del mondo del pedale. Lui che arrivò appena dopo Pantani, al quale riservò un trattamento tutt’altro che con i guanti dopo i fatti di Madonna di Campiglio, lasciandogli poi la vittoria nell’unico confronto diretto sul Mont Ventoux nel Tour del 2000. Il tempo, che è sempre galantuomo, ha però contribuito a ristabilire le esatte gerarchie su chi fossero i buoni e i cattivi della storia. Col rimpianto di non aver potuto ammirare per una manciata di settimane appena una sfida che, al netto del clamoroso inganno che avrebbe celato al suo interno, avrebbe offerto una vetrina planetaria di inestimabile grandezza a quel mondo così in sofferenza. Nove anni dopo quanto stabilito dall’UCI, con la decisione di muovere il texano dall’albo d’oro di qualsiasi corsa ciclistica da 1999 al 2006, Armstrong è un cinquantenne che ha ancora lo sport in cima ai propri pensieri. Ha mantenuto il suo status da atleta correndo maratone e gare di beneficenza, riabilitato agli occhi dell’opinione pubblica che gli ha perdonato (solo in parte) gli inganni della sua vita da professionista. A riprova del fatto che in questa storia non è possibile individuare un solo colpevole, perché da solo Lance avrebbe potuto fare poco. Livestrong resta la sua vittoria più grande: il fine giustifica i mezzi. Machiavelli docet.

(Credits: Getty Image)

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