CICLISMO, PERCHÉ ELIA VIVIANI È MOLTO PIÙ DI UN PROFETA

CICLISMO, PERCHÉ ELIA VIVIANI È MOLTO PIÙ DI UN PROFETA

CICLISMO, PERCHÉ ELIA VIVIANI È MOLTO PIÙ DI UN PROFETA

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E chi l’ha detto che una giornata cominciata male non può finire in gloria? A sentire Elia Viviani viene da chiedersi come potrebbe essere altrimenti: la delusione per il mancato titolo europeo nella prova elite su strada il veronese l’ha cancellata in fretta, prendendosi un clamoroso oro nella corsa a eliminazione, quella che l’aveva già visto trionfare l’anno scorso nel campionato mondiale e che ha deciso di correre nonostante le fatiche degli oltre 200 chilometri percorsi nelle prime ore della giornata.

Una vittoria per nulla scontata ma che ha avuto la forza di ribaltare completamente l’orizzonte di una domenica che per il ciclismo italiano era sembrata l’ennesima incompiuta nel bel mezzo di una stagione (al solito) difficile e complicata, ma che di colpo s’è rasserenata grazie all’ennesimo exploit di un ragazzo che a 32 anni s’è scoperto una volta di più granitico come pochi altri nel suo universo. Perché sebbene il ciclismo sia diventato la culla degli atleti polivalenti, riuscire in ciò che ha fatto Elia è qualcosa che pochi avrebbero potuto pronosticare.

DALLA DELUSIONE SU STRADA ALLA GIOIA IN PISTA

Che in pista potesse essere l’uomo da battere non era certo un mistero: il mondiale conquistato a Roubaix lo scorso ottobre era già stato un segnale chiaro della capacità innata del veneto di dettare legge sui velodromi di tutto il mondo. E dopotutto questa gara Viviani l’aveva già vinta in un’edizione dei campionati europei (nel 2019), dimostrando che all’alloro continentale ci teneva, e pure tanto.

La chiamata imprevista del commissario tecnico della strada Daniele Bennati inizialmente lo aveva convinto a non prendere parte alla corsa a eliminazione: serviva un rimpiazzo degno di nota dopo il forfait obbligato di Giacomo Nizzolo e Viviani ha risposto presente, nonostante sapesse bene che di opportunità reali per competere in una volata con i grandi specialisti del momento (Jacobsen e Demare, non a caso primo e secondo al traguardo) ce ne fossero ben poche.

Elia avrebbe dovuto tirare la volata ad Alberto Dainese, ma qualcosa a 600 metri dall’arrivo è andato in crash: l’Italia, sino a quel momento impeccabile nella gestione tattica, s’è sciolta all’improvviso e Viviani ha potuto fare la sua volata senza troppe velleità, chiudendo comunque al settimo posto, migliore del plotone azzurro. Il suo, insomma, il veronese l’avrebbe anche fatto, ma qualcosa nella sua testa gli diceva che c’era bisogno di spingersi oltre. Ed è in quel momento che è nata l’idea di tornare subito in sella, spostandosi dalla strada alla pista.

QUELLA PORTICINA TENUTA APERTA…

È bastato un colloquio al volo con Marco Villa, commissario tecnico della pista, per decidere che la doppietta giornaliera poteva essere ben più di un’idea fantasiosa.

“Avevo deciso di lasciare aperta una porta già prima di correre la gara in linea, rimanendo nella start list della finale. Ci tenevo a correre anche perché era la mia ultima uscita in maglia iridata, ma chiaramente dovevo capire quali fossero le mie condizioni. L’epilogo della corsa in linea mi ha rammaricato: non sono stato competitivo in volata, ero in buona posizione ma mi è mancato lo spunto finale. Diciamo che non eravamo i più forti, ma il morale a fine gara era basso e mi sono detto che dovevo fare qualcosa per cambiare le cose. Ci tenevo tanto a regalare una gioia ai miei compagni: abbiamo faticato tanto in questi europei, la concorrenza era elevata e noi ci siamo presentati un po’ rimaneggiati. Alla fine ho raddrizzato una giornata nata male e finita bene, anche se poteva andare ancora meglio”.

ELIA È ANCORA IL PROFETA DEL CICLISMO AZZURRO

Viviani ha gestito le operazioni con grande intelligenza tattica, uscendo prepotentemente all’ultimo giro quando con un’autentica fucilata ha annichilito il tedesco Theo Reinhardt, unico rivale in grado di insidiarlo fino alle battute conclusive. Un successo che ripaga Elia di qualche delusione di troppo: quest’anno su strada ha vinto solamente una tappa al Tour de la Provence a inizio stagione, ma nelle prossime settimane conta di rimpinguare il bottino prima di difendere il titolo iridato nei mondiali di Parigi di fine ottobre.

Di sicuro c’è che Viviani a 32 anni rimane uno dei pochi alfieri di un ciclismo italiano altrimenti ancora una volta costretto a guardare vincere gli altri: atleta polivalente come pochi, il veronese ha dimostrato di avere ancora tanto da dare a se stesso e a tutto il movimento, mettendo nel mirino i Giochi Olimpici di Parigi 2024 che in qualche modo dovranno rappresentare il corollario conclusivo di una carriera vissuta sempre in prima linea. Un raggio di luce per il pedale azzurro, che non senza fatica prova a ritagliarsi spazio e considerazione nel bel mezzo di una pancia del gruppo dove la concorrenza è sempre più agguerrita.

 

(Credits: Getty Images)

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