LIEGI-BASTOGNE-LIEGI: IL FASCINO DELLA DOYENNE, UNA STORIA (ANCHE) ITALIANA

LIEGI-BASTOGNE-LIEGI: IL FASCINO DELLA DOYENNE, UNA STORIA (ANCHE) ITALIANA

LIEGI-BASTOGNE-LIEGI: IL FASCINO DELLA DOYENNE, UNA STORIA (ANCHE) ITALIANA

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Centotrenta anni di storia. Come nessuno prima d’ora, come nessuno forse saprà mai fare dopo, perché di Doyenne ce n’è una sola, la decana delle corse a pedale. Anno di grazie 1892: è la data simbolo a cui si fa risalire la nascita di una corsa entrata nel mito, la classica del Nord più antica e per questo ribattezzata la “decana” delle corse in territorio belga. Dove nel giorno in cui si corre il Fiandre è festa nazionale, ma dove l’ultima domenica di aprile è giornata ugualmente di palpiti ed emozioni, specie per quelle comunità che negli anni si sono stabilite attorno alle miniere di carbone della zona.

Perché Liegi nel corso della storia è stata terra di emigrazione, con migliaia di italiani che dopo la Seconda Guerra Mondiale si sono stabiliti nell’area, tanto che agli occhi del mondo la Liegi-Bastogne-Liegi è anche conosciuta come la “corsa degli italiani”. Magari è un po’ una forzatura, ma nemmeno troppo: il Saint Nicolas, la “salita degli italiani” (così chiamata perché tutte le abitazioni nella zona erano popolate da immigrati, principalmente siciliani), per anno è stata la cote nella quale s’è decisa la corsa. E anche se dal 2019 è stata tolta dal percorso, la sua aurea di fascino e leggenda è rimasta intatta. E quel legame tra l’Italia e l’ultima classica del Nord è rimasto intatto nel tempo, anche se una vittoria di un ciclista tricolore manca ormai da 15 anni.

IL DOMINIO BELGA, L’ORGOGLIO LUSSEMBURGHESE

Rispetto a molte altre corse che ancora oggi infiammano gli appassionati, la Liegi ha un origine meno “pionieristica” e più semplice. Venne organizzata per la prima volta nel 1892 dalla Liege Cyclist Union, cioè dalla società locale che all’epoca aveva portato la bici all’interno del centro della Vallonia, punto di riferimento per lavoratori e semplici appassionati.

E se le prime due edizioni furono riservate agli atleti dilettanti, dal 1894 la gara venne aperta ai professionisti, salvo rare eccezioni poi nei primi anni del novecento. Chiaramente la corsa, svolgendosi sulle strade vallone, per molti decenni è stata esclusiva dei corridori locali, con il solo francese Henri Trousselier capace di spezzare l’egemonia belga nel 1908 prima del successo del tedesco Hermann Buse nel 1930.

E se fino alla Prima Guerra Mondiale capitarono anni in cui la gara non venne organizzata, a partire dal 1919 la Doyenne s’è fermata per 4 anni solo durante il secondo conflitto mondiale, però alla pandemia Covid che non ha impedito agli organizzatori di organizzarla (nel 2020 s’è disputata eccezionalmente il 4 ottobre).

Una resilienza che ancora adesso viene premiata dalla presenza massiccia di pubblico, resa tale forse anche dal fatto che i protagonisti di oggi rispondono ai nomi di van Aert (belga) e van der Poel (olandese), benché un successo di un atleta locale manca ormai da più di 10 anni, da quando Philippe Gilbert mise in riga i fratelli lussemburghesi Frank e Andy Schleck. Dopotutto questa è anche la classica “di casa” del Lussemburgo: Bastogne, la città dove si arriva a “girare” per tornare verso Liegi, è a una manciata di chilometri dal piccolo stato, che nel 2018 ha fatto festa con Bob Jungels.

MERCKX, COME TE NESSUNO MAI

Detto della Liegi dei pionieri, la gara ha assunto un significato e una connotazione ben precise a partire dagli anni ’50. E se anche non avrà lo stesso appeal di una Roubaix (la classica del pavé) o di un Fiandre, con i suoi muri a fiaccare la resistenza di mezzo gruppo, la Doyenne resta una corsa desiderata da tanti e che, essendo in calendario alla fine di aprile, consente anche la presenza di moltissimi big rispetto alle altre classiche del Nord.

Parterre de roi, insomma, che vede nell’albo d’oro un dominatore d’eccezione, quell’Eddy Merckx che a Liegi ha alzato le braccia per 5 volte, spesso con azioni in solitaria (nel 1969 partì a 100 km dal traguardo, arrivando con 8’ di vantaggio sul secondo), altre volte spuntandola in volata. Il “cannibale” ha dettato legge all’inizio degli anni ’70, trent’anni prima rispetto ad Alejandro Valvere, che con 4 successi insegue ancora il proposito di arrivare a 5 dopo aver chiuso al secondo posto mercoledì scorso la Freccia Vallone, il classico l’appuntamento che precede la Liegi di qualche giorno.

LA DOYENNE DEGLI ITALIANI: IL POKER DI ARGENTIN

A quota 4 vittorie c’è però anche Moreno Argentin: indimenticabile la tripletta dal 1985 al 1987 (solo lui e Merkcx nella storia hanno vinto tre edizioni di fila), specialmente l’ultima delle tre, conquistata in maglia iridata e dopo una favolosa rimonta negli ultimi metri su Roche e Criquielon che esitarono troppo nella volata. Argentin vincerà ancora nel 1991, ma l’Italia dominerà soprattutto a cavallo del nuovo millennio, con 6 vittorie tra il 1997 e il 2007.

Iconiche quelle ottenute da Michele Bartoli, che nel 1998 concesse il bis dopo la vittoria dell’anno prima, nonostante la febbre e la bronchite che lo condizionarono nei giorni precedente alla gara. Nel 2000 Paolo Bettini a Liegi si rivelò al mondo, uscendo dall’ombra dello stesso Bartoli, ripetendosi nel 2002 nell’anno in cui furono ben 7 gli italiani piazzati in top ten. Davide Rebellin nel 2004 e Danilo Di Luca nel 2007 sono gli ultimi atleti tricolore ad aver trionfato nella Doyenne, vinta per la prima volta da un italiano nel 1965 (Carmine Preziosi su Vittorio Adorni, che vanta tre podi ma nessun successo) e nel 1982 da Silvano Contini. In totale fanno 12 successi, ma per fare 13 forse ci sarà da attendere ancora: Nibali l’ha sfiorata nel 2014, ma considerarlo favorito oggi è un azzardo. E così anche Bettiol, lontano dal picco di forma.

(Credits: Getty Images)

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